Barbablù: di assenza di paura e altri inganni

“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita.
Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo”

Italo Calvino

“C’era una volta un uomo che possedeva palazzi e ville principesche,
piatterie d’oro e d’argento […]
Per sua disgrazia, però, quest’uomo aveva la barba blu:
ciò lo rendeva così brutto e spaventoso,
che non c’era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo
non fuggisse dalla paura”

Charles Perrault


Barbablù, celebre fiaba di Perrault, è, certamente, una delle fiabe più terrificanti contenute nel vasto catalogo di raccolte tradizionali.
Per chi non conosce il racconto, Barbablù è un ricco signore dalla barba, appunto, blu che, con l’inganno dello sfarzo, riesce ad avere in moglie una bellissima fanciulla, la quale non deve azzardarsi ad entrare nella stanza piccola del Castello: “Ecco” le disse “le chiavi dei due grandi guardaroba. Ecco anche la chiave della credenza dove sono i piatti d’oro e d’argento, quelli che non si usano tutti i giorni […] Quanto poi a quest’altra chiavicina qui, è quella della stanzina che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andare dappertutto: ma in quanto alla stanza piccola, vi proibisco di entrarvi”.


Succede che, malauguratamente, la ragazza non ascolti Barbablù e che, accecata dalla curiosità, entri nella fantomatica stanza.

Ed ecco, ciò che appare ai suoi occhi: corpi di donne uccise che appartengono alle sue mogli precedenti…

Barbablù, avendo scoperto ciò, rinchiude sua moglie nella torre più alta al fine di ammazzarla. Fortunatamente, in suo soccorso arrivano i fratelli che uccidono lo sposo malvagio.


Ho pensato alla fiaba di Perrault nel voler scrivere qualcosa sulla paura. Su quelle paura con cui, come ci informa Italo Calvino, combattiamo tutti i giorni e che, se non accettiamo di ascoltare il suo messaggio, rischiamo di esserne completamente sommersi e sopraffatti.


La paura, infatti, nella sua accezione evolutiva, è un’emozione fondamentale per riconoscere e sfuggire ai pericoli. In questo caso, la chiamiamo prudenza, prevenzione, proattività, empowerment.


Quando questa, al contrario, diventa soverchiante, ecco che si trasforma in pure terrore che può, da un lato, paralizzare la nostra iniziativa o, dall’altro, farci sentire così illusoriamente onnipotenti da negarne l’esistenza.


Barbablù, da qui, al di là della sua figura terrificante, può ben rappresentare, da un punto di vista rogersiano, non solo tutto ciò che Pinkola Estès (1992) definisce con il termine “predatore della psiche” (violenze, denigrazioni, minacce…), bensì quella nostra paura più autentica (la nostra Valutazione Organismica, Rogers, 1951), che preme per comunicarci la sua presenza, chiedendo legittimo diritto d’asilo e dignità di ascolto.


Una paura che, se negata – una negazione, in tal senso, ben simboleggiata dalla curiosità della moglie– può farci chiudere in una fortezza – la torre – rigidamente difensiva che solo un atto di coraggio – i due fratelli che soccorrono la sorella – può aprire alla Vita.


Ecco, allora, cosa rappresenta Barbablù nel suo inganno e spietatezza: che la paura non esiste, che non è lecito provarla, che è un’emozione sbagliata. Una paura che, tuttavia, vuole che sia aperta con rispetto, senza mietere innocenti vittime, ossia noi stessi e la nostra esistenza.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta rogersiana

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Condirettore Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia

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L’amore nelle fiabe: la metafora dell’amore perduto e poi ritrovato

L’amore nelle fiabe
Freud sosteneva che l’amore fosse un sentimento così profondo e, a volte, destabilizzante, da sembrare una vera e propria psicosi, poiché, nel momento in cui amiamo, diveniamo maggiormente indifesi e vulnerabili.


Perché succede questo? Perché amare, in primis, significa rinunciare alla nostra chiusura narcisistica, aprendoci, da qui, a una danza di reciprocità che si staglia lungo un equilibrio non sempre perfetto, dove Il rischio di inciampare e cadere è sempre dietro l’angolo, in quanto l’arte di amare (Fromm, 1956) mette in moto anche paure recondite legate a nostre vecchie ferite relazionali.


Mi sovviene, in tal senso, il film “Caso mai” – interpretato da Fabio Volo e Stefania Rocca – dove la precarietà del loro rapporto, messo duramente alla prova da intenzioni e desideri non sempre conciliabili, è ben raffigurato da due pattinatori sul ghiaccio che, a causa di un’escalation di scontri, rischiano di cadere.


L’Amore, in effetti, è una caduta. Una caduta di un Ideale. Dell’Ideale che l’Altro possa compensare le nostre mancanze, la nostra fame di attenzione e di affetto.


Ed è per questo che l’Amore è così sovversivo, perché, paradossalmente, la sua forza si basa sul rispetto delle differenze, sulla consapevolezza che non può essere un rapporto totale e chiuso in se stesso, bensì, appunto, un movimento danzante fatto di vicinanza e distanza, di comprensione ma anche di mancanza di questa, di condivisione e di sacri spazi personali.


La forza dell’Amore si basa, altresì, sul desiderio che si coltiva tutti i giorni. L’Amore, infatti, non è una destinazione, ma una direzione esistenziale (Rogers, 1961), spesso contraddistinto da cicli di “vita e morte” (Pinkola Estés, 1992), di stasi e di rinascita.


E l’amore delle fiabe si basa proprio su questo.

Come ci ricorda Italo Calvino, infatti, checché se ne pensi, l’amore fiabesco non si basa sempre, come suggerisce il senso comune, sulla liberazione di una bella principessa, bensì sulla riconquista di un amore perduto. È così che succede ai protagonisti di “Raperonzolo “ e de “L’ondina nello stagno” (F.lli Grimm) e de “Il Palazzo delle Scimmie” o, perché no?, de “L’Uccell Bel – Verde” (Calvino, 1956).


Amori che rischiano di perdersi per strada, di non riconoscersi, di cadere in un pericoloso vortice di rabbia, odio e rancore.

Ma Amori che, allo stesso tempo, scelgono di fermarsi per confrontarsi e dialogare, al fine di reinventarsi, di lottare insieme verso una stessa direzione esistenziale: il Desiderio di stare insieme in quella grande meravigliosa avventura che si chiama Vita Piena (Rogers, 1961).

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L’amore nelle fiabe L’amore nelle fiabe L’amore nelle fiabe

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Quando la Fiaba diviene Arte Terapeutica

Quando la Fiaba diviene Arte Terapeutica.
Giuseppe Pitré, antropologo e scrittore siculo, grande conoscitore di Tradizioni Popolari (una delle sue opere maggiori, in tal senso, è “Fiabe, Novelle e Racconti Siciliani”, pubblicata nel 1875), vede in Agatuzza Messia, saggia popolana, la figura della Novellatrice.

Novellatrice è colei che diffonde, appunto, la Novella; quell’intreccio di Storie che si sono tramandate, di generazione in generazione, di bocca in bocca, e che hanno avuto sempre come protagoniste le nostre sfide quotidiane, i nostri inciampi, i nostri dolori, i nostri innumerevoli sforzi per risalire la china, per non soccombere, per ripartire.

La Novellatrice racconta Storie di Vita, di Vita Piena (Rogers, 1961) nella sua umana complessità.

Le Novelle o Fiabe, allora, possono essere ben considerate un nostro patrimonio biografico. Una raccolta di istantanee fotografiche, di scatti di momenti esistenziali. Di pensieri ed emozioni, descritti e sviscerati nella loro irriducibile Umanità.
In tal senso, mi ha sempre colpito la capacità della Fiaba di descrivere, attraverso un linguaggio fantasticamente popolare, la condizione umana in tutti i suoi aspetti.
Le Fiabe, infatti, non lesinano di certo i particolari dell’Umano. Sono minuziose in tal senso, in quanto sfugge molto poco alla loro attenzione: dalla descrizione delle atmosfere, dei panorami, della caratterologia dei personaggi che le popolano.

Ed è proprio per questo che le fiabe sono un’ottima fonte di apprendimento dell’empatia, per il fatto che quando le leggiamo, non possiamo fare a meno di immedesimarci, grazie ad un interessante gioco proiettivo, nelle vicende che si susseguono: le fiabe evocano l’emersione di sentimenti forti, legati, spesso, a conflittualità subcepite (Rogers, 1951) e non risolte.

Le Fiabe hanno il potere, proprio come l’arte psicoterapeutica, di fare emergere, attraverso la Narrazione, il rimosso, le nostre incongruenze e ambivalenze, i nostri conflitti estenuanti.
E, paradossalmente, “ciò che salva, da qui, l’essere umano è la sua possibilità di narrarsi. E la Fiaba è pura narrazione” (Carubbi, 2019, p. VIII).

Francesca Carubbi
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Riflessioni sul conflitto Donna/Materno in psicoterapia: Biancaneve dei F.lli Grimm in un’ottica Rogersiana

Riflessioni sul conflitto Donna/Materno in psicoterapia: Biancaneve dei F.lli Grimm in un’ottica Rogersiana

Tutti noi conosciamo Biancaneve (F.lli Grimm, 1812 – 15). Checché se ne pensi, Biancaneve è tutto, fuorché una fiaba romantica.

Anzi, insieme a “Cappuccetto Rosso” di Perrault (1697) e “Sole, Luna e Talia” di Basile (1634 – 1636), è uno dei racconti più complessi, “oscuri” (Castello, 2016) e, per dirla alla Calvino (1956), dagli aspetti alquanto truculenti (ad esempio, pensiamo alla scena in cui la Matrigna ordina al Cacciatore di uccidere Biancaneve e portarle, come prova, il cuore e il fegato): “Porta la bimba lontana nel bosco, non voglio più vedermela davanti. La devi ammazzare e portarmi a riprova fegato e polmoni”

A ciò si aggiunga il fatto che il Racconto, in modo non troppo velato, descrive le emozioni dei personaggi nella loro verità, nuda e cruda, senza troppi fronzoli.
Emozioni forti, ma umanamente reali, come è reale in ognuno di noi il lato “Ombra” (Jung 1912 – 1942), ossia le nostre proiezioni che difficilmente riusciamo a integrare nel nostro Sé.


“Biancaneve” ci parla, infatti, dell’esistenza, conflittuale e interdipendente, di vissuti ambivalenti e profondamente complessi, ma tremendamente umani: la competizione, l’invidia, la rabbia che può trasformarsi in odio, che convivono con vissuti di gratitudine, bontà, generosità e amore.


Se riflettiamo bene, le emozioni di Biancaneve rappresentano il vissuto ambivalente che si può riscontrare nei rapporti con il materno. O meglio nella convivenza, non sempre pacifica, tra il nostro lato Donna e quello di Madre. In che senso?


Rogers, in Psicoterapia Centrata sul Cliente (Rogers, 1951), per descrivere il fenomeno dell’incongruenza – ossia di uno stato nascente di tensione e di ansia, di frattura interiore, (Rogers, 1957), derivato dalla percezione della Persona di un conflitto tra costrutti, valori ed emozioni, antitetici e conflittuali, ma non riconosciuti nel loro profondo e vero significato organismico (ibidem) – prende in prestito proprio l’esempio di una madre che vive un conflitto tra la sua Struttura del Sé (la sua coerenza interna, ossia ciò che dovrebbe essere per essere accettata), che le ordina di essere sempre amabile, buona, gentile, forte e così via, e il suo Vero Sé (o Saggezza Organismica, ossia i suoi bisogni e desideri che non possono essere né sentiti né pensati, pena il giudizio esterno), che le suggerisce, al contrario, che oltre ad essere madre è anche donna, che è degna di indipendenza e soddisfazioni personali e che può provare, anche, emozioni di rabbia e di stanchezza verso i propri figli: un conflitto che si mostra attraverso specifici sintomi nevrotici (disturbi psicosomatici, disturbi di ansia, dell’umore…) (Rogers, 1951).


Tornando al presente, “Biancaneve”, utilizzata proprio durante una seduta, ha potuto facilitare la corretta simbolizzazione di aspetti relazionali ambivalenti: di amore e rabbia; di devozione ma anche di competizione; di emulazione, ma anche di invidia; di empatia, ma anche di narcisismo.


Aspetti, questi, ben rappresentati dai Personaggi – Biancaneve e la Matrigna – che altri non sono che le parti apparentemente discordanti e che necessitano di una loro corretta simbolizzazione (Rogers, 1951) e, da qui, integrazione nella personalità: Biancaneve che può ben rappresentare ciò che consideriamo più nobile e innocente in noi e i nostri tentativi di essere amabili e accettati, sacrificando anche la nostra vitalità.

Se pensiamo alla fiaba, Biancaneve più volte rischia di scarificare la sua Vita per ben tre volte, fidandosi ciecamente dei travestimenti della Matrigna.

Perché succede questo? Perché, Biancaneve, proprio come la cliente descritta da Rogers, troppo attenta ad essere accettata socialmente, non ha affinato, come ci ricorda Pinkola Estés (1992), la sua capacità di fiutare i pericoli, ossia non è riuscita ad attingere alla suo Locus of Evaluation interno (Rogers, 1951).


La Matrigna, d’altro canto, imprigionata nel suo Specchio, nel suo Narcisismo invidioso e rabbioso, non riesce a vedere l’Altro nella sua Soggettività e irripetibilità.


In tal senso, l’unione di Biancaneve e la Matrigna, consentirebbe alla donna/madre di essere congruentemente flessibile nei suoi aspetti umanamente ambivalenti: la donna/madre sa riconoscere che il lei esiste anche un’Ombra che necessita di essere integrata, affinché la Cura verso l’Altro non diventi sacrificio della propria vitalità e aspirazione, e affinché la propria rabbia, il proprio dolore non si trasformino in cieca invidia e rancore distruttivo, ma in funzionale assertività, autorealizzazione e fonte di rigenerazione personale e strumento di creatività.


Come a dire: “L’incontro di una donna con se stessa è un gioco che comporta seri rischi. È una danza divina […]. Se nell’incontro non c’è il rispetto dovuto, allora un universo distrugge l’altro” (Coelho, 2006, p. 153).

Francesca Carubbi
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Ciò che sembra non è: “L’anello magico” – fiaba trentina

Ciò che sembra non è: “L’anello magico” – fiaba trentina.
“L’anello magico” (Calvino, 1956) è una fiaba molto interessante, non solo per il fatto che mostra il susseguirsi delle funzioni descritte da Vladimir Propp (1928), con particolare attenzione all’entrata in scena dell’oggetto magico – in questo caso, l’anello -, bensì per il fatto che tende a stravolgere ciò che sappiamo, o ciò che presumiamo di sapere, sulle fiabe.

O, meglio, ciò che pensiamo che siano. Ossia, luoghi di povere principesse in cerca di valorosi principi azzurri. Reami magici, intinti di rosa confetto. Dove la principessa è la povera sventurata, ingenua e innocente.


Beh… “L’anello magico” è tutto tranne che questo. L’antagonista, l’antieroe, in questo caso, altri non è che la principessa stessa che, inganna, un “giovane povero”, vero protagonista della fiaba, che verrà aiutato da amici animali.


Un giovane maturo e assennato, ma che, a causa della perdita della fiducia in ciò che gli suggerisce il suo Organismo (Rogers, 1951), cede all’inganno delle apparenze, ben simboleggiate dalla bella principessa, che riesce a rubargli l’anello, ossia a fargli perdere la rotta della sua esistenza, della sua Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980).

E saranno proprio i suoi amici animali – allegoricamente, la riscoperta della sua Saggezza – a restituirgli l’oggetto perduto.


Una fiaba che tende a sovvertire, quindi, i nostri stereotipi e pregiudizi, i dati di fatto oggettivi e immodificabili.

Come a dire: “L’anello magico” rompe gli schemi, suggerendoci, allo stesso tempo, come le fiabe non siano un prodotto unicamente infantile, ma quanto, invece, possano essere un valido aiuto anche per l’adulto, per il suo pensiero critico.

Per un pensiero che possa incarnarsi in una modalità di maieutica socratica, di apertura e interrogazione sulla realtà.


Una fiaba che, grazie, alla rottura di mappe cognitive rigide e disfunzionali, può promuovere importanti interrogazioni circa il nostro modo di categorizzare il reale, circa la tendenza, spesso automatica, di dipingere il mondo in bianco e nero o di abbracciare, in modo più o meno inconsapevole e acritico, visioni e dimensioni che non ci appartengono.


Una fiaba che ci informa che la realtà, in fin dei conti, è davvero una nostra costruzione soggettiva e irripetibile (Rogers, 1980), basata su personali valori, emozioni e costrutti che, per poterci definire “agenti di scelta liberi e responsabili” (Rogers, 1951), devono necessariamente emergere dalla nostra Saggezza Organismica (ibidem), ossia dalla fiducia in ciò che sentiamo come giusto e vero per noi, in modo maturo, libero e responsabile.

Una Saggezza essenziale, allora, per la saggia maturazione della nostra autorealizzazione, dei nostri desideri, per cui “Non è bene che l’uomo abbia troppo facilmente tutto quello che può desiderare”.

Francesca Carubbi
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Storie di un tempo che fu. La fiaba con bambini e anziani

Storie di un tempo che fu. La fiaba con bambini e anziani
L’incontro tra generazioni, nello specifico tra bambini ed anziani, è una realtà conosidata in alcuni Comuni italiani.

Case di Riposo hanno aperto le porte all’infanzia, al fine di una proficua trasmissione, non solo di esperienze da parte di chi è più maturo, bensì di preziosi contenuti emozionali, che promuovono, attraverso lo scambio di parole o storytelling, lo sviluppo dell’intersoggettività (Carli, Rodini, 2008; Fracassini, Carubbi, 2010) nei più piccoli (ovvero la capacità di saper mentalizzare lo stato emotivo e cognitivo dell’altro), quindi dell’empatia (Rogers, 1980), risorsa fondamentale per la nascita del rispetto, della collaborazione e cooperazione di Comunità (come insegna la Danimarca, dove l’empatia si insegna già nelle scuole primarie).

Cosa meglio delle fiabe, allora?

La fiaba, grazie al suo linguaggio concreto, semplice e di facile comprensione, aiuta il bambino a comprendere le emozioni, anche quelle più paurose e minacciose, grazie all’identificazione con i Personaggi che le rappresentano e gli permette di appredere come affrontare con resilienza e problem solving le varie sfide quotidiane (Carubbi, 2018).

Nel campo delle attività di networking, o lavoro di Rete, tra anziani e mondo dell’infanzia (Carubbi, 2019), “le fiabe popolari, le filastrocche, le nenie poplari di un passato non troppo remoto, raccontate da chi quelle fiabe le ha vissute e con le quali è cresciuto, consentono ai bambini di arricchirsi di una propria storia culturale, delle proprie radici sociali: permette di riconoscersi e di appropriarsi della propria storia e, quindi, della propria identità” (ivi; p. 29).

Nello specifico, attraverso l’incontro, i bambini più piccoli (asilo nido e scuola dell’infanzia) possono apprendere il valore dell’empatia e dell’accettazione e dell’autenticità e del rispetto, grazie alla figura del “vecchio saggio raccontastorie” (Carubbi, 2018) , rappresentato dall’anziano, che incarna il “novellatore” della fiaba.

Inoltre, lo scambio di esperienze, permette alle persone anziane di sentirsi protagonisti e proattivi, rafforzando il loro senso di appartenenza sociale.

Riassumendo, l’incontro tra generazioni (Carubbi, 2009; 2018; 2019), consente di:
– Promuovere il senso del rispetto, della cooperazione nei bambini;
– Rafforzare il senso di comunità e di appartenenza sociale nei bambini e anziani;
– Ridurre il senso di solitudine dell’anziano;
– Promuovere l’empatia, l’autenticità e l’accettazione nei bambini;
– Promuovere il senso di autoefficacia e di resilienza

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Perché è importante credere nei bambini?

Perché è importante credere nei bambini?
Durante le scuole Superiori, il mio voto in stesura dei testi – nei Temi, per capirci -, era sempre e comunque sette.

Né più né meno. Non perché scrivessi così male (magari, sì, qualche strafalcione grammaticale penalizzava la bontà dell’elaborato nel suo complesso, ma niente di così terrificante), o peccassi di mancata creatività. Anzi!


Già, all’epoca, la mia mente era fervidamente creativa e appassionata. Già, allora, amavo nutrirmi e arricchirmi di sapere. Quanto leggevo!. Adoravo, e adoro tutt’oggi, i libri: sono una di quelle persone che adorano annusare l’odore della carta. Dicono che sia una questione di genetica. Ma, poco importa.


E, allora, quale motivo avrebbe potuto giustificare quel discreto imperituri?
Oggi, da autore – tra l’altro, fino a poco tempo fa, non avrei mai pensato di scrivere libri – sono arrivata a ipotizzare che, probabilmente, non avevo avuto qualcuno che credesse in me. Nel mio Stile. In ciò che desideravo comunicare.


Semplicemente – sempre che così si possa affermare – i miei docenti di lingua italiana vedevano nei miei prodotti un qualcosa su cui non voler investire. In termini di fiducia nelle mie potenzialità.

Cosa che successe, invece, per quanto riguardava la mia attitudine educativa e psicologica: la mia Professoressa di allora fu, per me, il mio ambiente facilitante (Rogers, 1951), perché vide nella mia anima i primi abbozzi di una curiosità così profonda verso l’animo umano, che era certa che sarebbe divenuta, in un futuro prossimo, la mia vocazione.

E, così, avvenne…
La mia Professoressa di psicologia facilitò in me i semi dell’autorealizzazione e del mio Daimon (Hillman, 1997) o vocazione esistenziale. Ebbe fiducia nel piacere che provavo nello studiare con passione le sue materie.


Forse è per questo che ho scoperto, tardi, il diletto e la soddisfazione verso la scrittura. Perché, probabilmente, non avendo potuto godere di feedback arricchenti il mio potenziale, alla fine, cedetti anche io alla credenza che non fossi portata alla composizione letteraria, in tutte le sue forme.


Un costrutto che, alla fine, grazie al mio percorso terapeutico personale, si rivelò, non solo errato, bensì doloroso da accettare.

Doloroso, per il fatto che scoprii di essermi sempre identificata con una visione, altrui, profondamente incongruente e inconciliabile con la mia, autentica e vera. Ma a cui credetti. Perché? Perché, secondo me – ragazza diciasettenne – l’adulto era sempre stato, ai miei occhi adolescenti, il vero esperto circa il mio sentire.


In soldoni, sarificai la mia Saggezza Organismica (Rogers, 1951) agli altari di un Sapere passivo, per cui io ero semplicemente una discente e non un agente attivo, libero e responsabile nell’apprendimento.


Ecco, perché, è fondamentale facilitare nel bambino la sua autorealizzaizone, ciò che ama, i suoi talenti.

Ciò che lo nutre nel profondo del suo animo: perché gli offrirete un dono immenso, quale quello di attingere alla sua fonte di felicità, alla sua “peak experience” (Maslow, 1962), ossia alla sua sorgente inesauribile di viva creatività, grazie alla quale potrà, sì giungere alla propria soddisfazione e a credere in se stesso, ma anche, come ci insegna Viktor Frankl, sopra – vivere ogniqualvolta si sentirà spaesato, solo, impaurito e addolorato.

Francesca Carubbi
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Cosa dicono le fiabe…

Cosa dicono le fiabe
Le fiabe parlano. Parlano e narrano le nostre vicende. Le nostre emozioni, i nostri pensieri, i nostri valori, le nostre esperienze, i nostri segreti. Tutti, senza eccezione alcuna.


Le fiabe svelano. Svelano le nostre ipocrisie, l’illusione che il Mondo si divida in “buoni e cattivi”, che il bene sia solo da una parte della barricata.


Le fiabe uniscono. Uniscono individui, comunità e popoli, tra loro distanti e, sovente, in conflitto.


Dialogano. Anzi, promuovono il dialogo; facilitano il confronto e elevano la domanda a curiosità sull’Altro.


Interrogano e ci spiazzano. Interrogano le nostre certezze, mostrandoci come esse, sovente, siano palliativi per la nostra sicurezza, per difenderci da un senso di minaccia. Spiazzano le nostre convinzioni, considerate inviolabili e immodificabili.


Le fiabe emozionano. Emozionano perché narrano dei nostri sentimenti, soprattutto quelli a cui non possiamo dare voce. Ma che sentiamo… Eccome, se li sentiamo.


Le fiabe maturano. Le loro avventure ci fanno apprendere quanto, per diventare adulti, necessitiamo di attraversare innumerevoli sfide e che, per poter crescere, occorre abbandonare zone di comfort e iniziare ad esplorare la realtà che ci circonda, con tutte le sue incognite. Per dirla alla Battiato che “occorre morire un po’ per poter vivere”.


Ci fanno crescere. Nelle fiabe non esiste solo l’eroe o l’eroina, bensì tutti quegli antieroi, che parlano di noi (Carubbi, 2018) con cui, volenti o nolenti, dobbiamo, dapprima, scontrarci, per, poi, attarverso l’incontro, integrare in noi, al fine di diventare “agenti di scelta liberi e responsabili” (Rogers, 1951)


Parlano: perché sono lo specchio del nostro Essere intero, senza sconti. Ed ecco perché, a qualcuno, le fiabe fanno paura: perché veicolano un messaggio vero, senza finzioni su di noi. Su tutti noi.

Francesca Carubbi
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Co

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Sulla saggezza infantile e altri apprendimenti

Sulla saggezza infantile e altri apprendimenti.
Oggi pomeriggio mia figlia mi ha dato una dura lezione.

Dura, per il mio orgoglio ferito.

Dura, anche per il fatto che mi ha fatto apprendere quanto noi adulti, non sempre, riusciamo a vedere i nostri bambini.

O meglio, ad ascoltare, come ci insegna Rogers, ciò che non dicono.
Eh sì! Perché la vera empatia è proprio questo: saper andare oltre all’apparenza del detto, per scovare ciò che fa capolino, magari, da una lacrima, da ciò che percepiamo come capriccio, da una chiusura o da emozioni che tendiamo a giudicare, con presunzione, dall’alto.

Mia figlia ha attinto con coraggio alla sua saggezza interna (Rogers, 1951). Ha scelto di essere ciò che per lei, in quel momento, era giusto, nonostante il rischio che la potessi contraddire o criticare.
Ed è proprio questo un passaggio fondamentale, affinché il bambino possa sentirsi sicuro di seguire la sua autenticità nel “qui e ora”, ossia che il genitore possa fare un passo indietro. Possa fermarsi.

In una sola parola, arrestare il suo pensiero e tendere l’orecchio e il cuore.

Accettare che può e deve sbagliare per crescere come educatore. Per apprendere dagli errori. Per comprendere che l’esperienza è la vera maestra (ibidem) e non i manuali del “perfetto genitore” (sempre che esistano, poi!).

Personalmente, io ho appreso proprio questo: che è giusto chiedere scusa quando è necessario. E che il chiedere scusa trasmette fiducia, perché rispetta l’esperienza interna del bambino e dei suoi bisogni, senza violarli o tentare di cambiarli a nostro piacimento.

La saggezza infantile ha questo potere: dare un limite all’ingerenza genitoriale, affinché il bambino possa sviluppare, in sana autonomia, le proprie potenzialità e, soprattutto, la propria individualità, unicità e particolarità. Il suo Essere irripetibile e diverso da noi e dalle nostre aspettative che, spesso, proiettiamo in lui.

Francesca Carubbi
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Dirette Facebook 9 – 16 maggio 2020, ore 15:30

Sabato 9 maggio, ore 15:30, ci sarà la Diretta Facebook “La Fiaba nei contesti psicoeducativi” – 2° e 3° Modulo – l’educazione.

Sabato 16 maggio, ore 15:30, Diretta “Presentazione Paco e le sue storie”, Francesca Carubbi – illustrazioni Nada Salari – Alpes Italia, Roma

Le dirette verranno trasmesse dalla Pagina Facebook “Paco, le nuvole borbottone e PsicoFiaba”

Vi aspetto!

Francesca Carubbi

psicologa e psicoterapeuta

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Autore e Co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma

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Sull’Amore: lettera di Raperonzolo ai bambini di oggi

Sull’Amore: lettera di Raperonzolo ai bambini di oggi
Cari bambini… Mi avete chiesto di dirvi qualcosa sull’Amore.

Sì, miei cari, proprio quello con la “A” maiuscola; ma non per il fatto che creda all’amore vero, a quello, ossia, tanto decantato da chi le fiabe, alla fine, non le conosce appieno.

Voglio parlarvi dell’Amore Reale, quello quotidiano, quello che assomiglia a tutto tranne che a un panorama rosa. Quello che “alla fine vissero felici e contenti” dovrebbe essere letto come “alla fine iniziarono a vivere insieme, nonostante tutto”.


L’Amore di cui parlo io è quello che ho iniziato a vivere, uscendo dalla mia torre d’avorio, in cui ho vissuto tanti e tanti anni.


Sapete? Ero convinta che starmene da sola fosse la soluzione vincente della mia vita: perché mi sentivo protetta in un auto isolamento imposto. Lontana da tutti e da tutto, credevo di essere finalmente libera. Oh, ma quanto mi sbagliavo!


Quando, per la prima volta, ho sentito qualcuno che mi stava chiamando da fuori, non potevo credere alle mie orecchie… Qualcuno stava cercando me. Voleva me. Mi aveva scelto.


Ma non credete a quelli che pensano che mi abbia salvato il Principe Azzurro… Non, cari bimbi miei: mi sono salvata da sola nel momento in cui ho fatto entrare il mio “principe” nella mia vita. Quando ho deciso di uscire, con coraggio, dalla mia gabbia d’oro.


Quando mi sono aperta al Legame; quando ho voluto rischiare nella relazione, aprendomi alla persona di cui mi sono innamorata.


Quando, insieme, abbiamo deciso di unire le nostre vite e i nostri destini.


E, da lì, cari bimbi, è iniziato l’Amore Reale: quello che si costruisce giorno per giorno; quello che ci fa litigare e rimpiangere la nostra vita in solitudine; quello che vacilla e che ha piange; che rischia di farci divenire “ciechi” l’uno rispetto all’altro; che ci fa “vagare per i deserti” della nostra Anima; quello che, paradossalmente, in certi momenti, ci fa sentire più soli e distanti.


Ma, allo stesso tempo, è iniziato l’Amore basato sulla fiducia, il rispetto, sul calore, l’appoggio e il riconoscimento; quello che condivide, che scherza, che fa vibrare il nostro corpo e che ci fa emozionare.


Un Amore quindi, che si rinnova giorno per giorno, nonostante i continui trabocchetti da parte della Strega Cattiva.


Un Amore che è, allora, un viaggio, di cui possiamo sapere la direzione, ma non la destinazione, che si costruisce ora per ora momento per momento.


Un Amore Vivo e fremente.


Allora, miei bimbi, diffidate da chi vi vuol far credere che l’Amore raccontato dalle Fiabe sia semplicemente un “vissero per sempre felici e contenti”.

Chi vi racconta questo, forse, non ha letto le mille avventure, i mille ostacoli, i desideri di riscatto e di rinascita – quelli che io, per prima, ho vissuto – che hanno permesso il suo compimento.

Perché l’Amore questo è: un desiderio che si costruisce insieme.

La vostra Raperonzolo

Francesca Carubbi
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Il “matrimonio” nelle fiabe: semplice visione romantica?

Il “matrimonio” nelle fiabe: semplice visione romantica?
Diciamoci la verità… Per molti le fiabe sono letture da eliminare, perché considerate anacronistiche, maschiliste…

Perché si parla sempre di una principessa che vuole sposare il suo principe. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Certo! Molte fiabe hanno come protagonista una nobile che, alla fine, riesce a sposare il suo Re.

Ma è altrettanto fondato il fatto che, da un punto di vista simbolico ed evocativo, il principe, la principessa e gli altri personaggi non sono rappresentazioni fedeli e concrete con la storia che stiamo leggendo (Carubbi, 2019). Come non lo è lo stesso concetto di “matrimonio”


La fiaba, infatti, come ci ricorda Propp, non è cronaca, ma un prodotto folkloristico che, attraverso l’intreccio fantastico e, spesso, surreale e improponibile ad una mente razionale e logica, narra vicende profondamente umane: si veda, ad esempio, la fiaba “Il pecoraio a Corte” del Montale Pistoiese, dove la stessa diventa “novella di furberia e storiella salace” (Calvino, 1993, p. 1066), con elementi paurosi e grotteschi (ibidem).


Calvino (1956; 1998), da un punto di vista narrativo – folkloristico, e Bettelheim (1975), da quello psicologico, ci mostrano come le fiabe, in termini di semiotica, siano, per dirla alla Pitrè, “novellatrici” di tutto ciò che parla di noi, soprattutto. delle nostri parti negate alla coscienza o non simbolizzate correttamente (Rogers, 1951): i nostri desideri, bisogni, speranze, timori, emozioni, valori…


Da questo punto di vista, allora, lo stesso “matrimonio” (che tanto viene criticato, in quanto considerato figlio di una visione antiquata e misogina), alla luce sia della tradizione del folklore orale – che ha voluto sempre narrare con un linguaggio inventivo la quotidianità, le incertezze, le paure e le lotte di un determinato popolo -, nonché di quella psicologica – che ha preso in prestito suddette ricostruzioni fantastiche come validi strumenti di indagine ed esplorazione dello psichismo (Carubbi, 2019) -, non può essere “sic et simpliciter” ridotto al suo significato concreto, ma occorre elevarlo a metafora.

Quindi, cosa può rappresentare, davvero, il “matrimonio” fiabesco?


Se le osserviamo bene, le fiabe narrano spesso sposalizi che non potrebbero esistere nella realtà: Antonio, il protagonista de “Il palazzo delle scimmie” si innamora, appunto, di una scimmia; Belinda di un Mostro; abbiamo una principessa che ama il “Principe granchio” o, perché no?, troviamo anche la sposa dell’”Orco con le penne”.


Come a dire: sarebbe davvero riduttivo leggere la fiaba come se fosse una cronistoria fedele alla realtà. Perché, semplicemente, questa non è.


In tal senso, quando parliamo di unione nei racconti fiabeschi, dobbiamo sempre considerare che, da un punto di vista psicologico, essa potrebbe rappresentare, ad esempio, un tentativo di “matrimonio” tra “parti di sé non simbolizzate, spesso tra loro conflittuali e non integrate. Pezzi contrastanti, personificati e antropoformizzati in personaggi/eroi che, nonostante le fatiche […] avranno un loro lieto fine” (Carubbi, 2019, p. 3).

In soldoni, un loro tentativo di unione.

Francesca Carubbi
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Fiaba come strumento di mentalizzazione

Fiaba come strumento di mentalizzazione.
Il concetto di mentalizzazione è molto affascinante, in quanto contempla la capacità dell’Essere Umano di pensare non solo i propri stati mentali, bensì quelli altrui.


In tal senso, la mentalizzazione presuppone l’empatia, in termini di ascolto dei vissuti dell’altro “come se” (Rogers, 1957; 1980) fossero i propri senza dimenticare la condizione del “come se”.


Da qui, affinché il bambino possa sviluppare questa importante dote metacognitiva, è necessario che il suo ambiente di riferimento possa divenire una preziosa “cassa di risonanza” dei suoi vissuti, in termini di rispecchiamento emotivo e cognitivo: il fatto che un adulto, in modalità “rêverie” (Bion, 1962), possa trasformare contenuti “indigeribili” per il bambino, ossia sopraffacenti e angoscianti, in elementi fruibili e pensabili, consente al bambino la possibilità di pensare, di dare senso ai diversi stimoli a cui non riesce a dare un nome.


L’adulto, allora, si pone come strumento di decifrazione del mondo. Traduttore di un caos che, se non potesse godere di un contenitore trasformativo, non consentirebbe la percezione e la costruzione di un Sé coeso, ma, al contrario, produrrebbe una sua frammentazione, con la conseguente incapacità, da parte dell’infante, di sviluppare la propria impalcatura psichica e, quindi, mentalizzante.


La mentalizzazione, allora, si forma attraverso una relazione significativa, veicolata da Cura affettiva, da Parole significative che rendono quel bambino un soggetto unico e irripetibile.


La mentalizzazione si sviluppa grazie allo scambio, compreso quello narrativo, che permette al bambino di immedesimarsi con gli stati mentali e affettivi altrui: ciò che attua lo stesso dispositivo fiabesco.


La fiaba, infatti, grazie all’identificazione con i personaggi, come ci ricorda Bettelheim (1975), consente al bambino di sentire e pensare il proprio stato psicologico, fatto di valori, costrutti ed emozioni.


Da un punto di vista rogersiano (Carubbi, 2018; 2019), nello specifico, il racconto fa sì che il bambino possa sviluppare l’empatia, l’autenticità e l’accettazione (Rogers, 1957): la fiaba permette “di entrare in uno “spazio sacro”, ossia “in un rispettoso ascolto di se stessi […] la fiaba facilita il bambino a comprendere e simbolizzare correttamente le emozioni anche quelle più paurose e minacciose” (Carubbi, 2018, p. 21).


Perché, allora, la fiaba è un importante strumento di mentalizzazione? Per il fatto che permette al bambino di essere “emotivamente competente” (Carubbi, 2018). Ed “essere emotivamente competenti comporta essere consapevoli delle proprie reazioni, percezioni ed emozioni e il sapersi autoregolare di conseguenza” (Carubbi, 2018, p. 22). Proprie e di quelle altrui.

Francesca Carubbi
Psicologa e psicoterapeuta, Fano
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Autore e co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma
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  • Per chi volesse approfondire l’uso della fiaba in campo psicoeducativo, rimando alle mie opere “Paco, le nuvole borbottone e altri racconti” (2018); “PsicoFiaba. L’uso della fiaba in ambito clinico e di comunità” (2019); “Paco e le sue storie” (2020). Tutti editi da Alpes Italia, Roma | Fiaba come strumento di mentalizzazione Fiaba come strumento di mentalizzazione Fiaba come strumento di mentalizzazione

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Il bambino e il suo inalienabile Diritto di protezione e sperimentazione attiva.

John Bowlby, pediatra e psicologo inglese, coniò il termine “base sicura” (Bowlby, 1988) per indicare il bisogno del bambino di avere delle fondamenta di sicurezza affettiva abbastanza solide, che gli consentissero di percepirsi come un sé intero e degno di rispetto, protezione e amore.


In tal senso, nel Nuovo Continente, un altro psicologo, Harry Harlow, scoprì, attraverso l’osservazione del comportamenti di scimmie Rhesus, che i cuccioli di questa razza, soprattutto nei momenti di sconforto e di paura, prediligevano il contatto con una “mamma” di pezza, quindi calda e accogliente, invece che con un prototipo fatto di arido metallo che, tuttavia, offriva un biberon.

Attraverso questi esperimenti, Harlow mostrò quanto l’attaccamento, alla stessa stregua di John Bowlby, fosse un bisogno fondamentale per la sopravvivenza psichica ed emotiva del primate e, di conseguenza, del bambino.


Lo stesso Abraham Maslow (1962), uno dei maggiori rappresentanti della Psicologia Umanistica, assieme a Rollo May e Carl Rogers, indicò nel senso di sicurezza e protezione uno dei bisogni essenziali dell’essere umano.


Come a dire: solo se ho potuto “nutrirmi” da un punto di vista affettivo, posso permettermi di sperimentare novità e aprirmi all’esperienza (Rogers, 1961).

Ciò venne dimostrato anche un’altra illustre psicologa canadese, la Dr.ssa Mary Ainsworth che, attraverso l’osservazione della “Strange Situation” ha potuto constatare come il bambino, che non aveva potuto godere di un attaccamento sufficientemente sicuro come descritto da Bowlby, non potesse permettersi, a causa delle profonde angosce, di esplorare l’ambiente con curiosità e creatività.


Questi studi ci servono per comprendere quanto l’infanzia rappresenti un’”età dell’oro”, per il fatto che proprio in questi anni, il bambino sviluppa, apprende e consolida competenze importanti, non solo da un punto di vista cognitivo, bensì emotivo (capacità di mentalizzazione, di socializzazione, di competenza emotiva e di apprendimento delle norme sociali).

E queste competenze si sviluppano grazie all’attività ludica, quindi all’esperienza creativa, che, come ci insegna Winnicott, consente al bimbo di esprimere, in toto, il suo Essere.


Sviluppo, allora, come diritto inalienabile, come ci ricorda anche la Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, dove il “Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino e dell’adolescente (art. 6), recita così: “Gli Stati devono impegnare il massimo delle risorse. disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione tra Stati”.


Diritto alla sopravvivenza, quindi. Una sopravvivenza che, come ci ricordano gli Studiosi di cui sopra, deve essere pensata, non solo in termini di bisogni primari – come, ad esempio, l’alimentazione – bensì come Diritto di Crescere, Svilupparsi e Autorealizzarsi.

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La fiaba e la sua attualità

La fiaba e la sua attualità.

C’è la grande lezione de la Bella e la Bestia: una cosa deve essere amata prima di essere amabile”.

Questa frase appartiene a Cristina Campo, scrittrice e poetessa del ‘900 che, nei suoi scritti, ha approfondito il tema del simbolico appartenente al mondo fiabesco.

In tal senso, Campo fu molto obiettiva e realista nel considerare il dispositivo fiabesco quale strumento di lettura di una realtà non sempre rosea, ma difficile, ostica, complessa: un’esistenza che, nella sua cruda umanità, si mostra nella connaturata volubilità e fragilità, nella sua erranza, nelle sue sconfitte, nel suo so – stare in lontane retrovie.

La fiaba diviene, allora, una Scrittura che, come tutte le altre, non “offre precetti buoni per sempre, o negherebbe la vita” (Campo, 2008, p. 35).

La fiaba fa proprio questo: scuote le coscienze, narrando, checché se ne pensi, le vicende degli “ultimi”, delle esistenze a margine, delle lotte e delle sopraffazioni, dei sentimenti che consideriamo più abietti e più vili.

Di ciò che faremmo sempre a meno. E di ciò che proietteremmo, volentieri, al di fuori di noi.

Le fiabe, allora, sono immensamente attuali.

Perché parlano di sopravvivenza, di innumerevoli tentativi di risalire la china, di inciampi e di cadute, ma anche di desiderio di riscatto e di rivincita (Carubbi, 2018).

Le fiabe sono vere, perché ci fanno comprendere che le vicende umane che si susseguono non sono altro che lo specchio delle nostre.

Che tutto l’universo, composto dagli “ultimi” di cui sopra – quali, contadini, mercanti, briganti, donne e uomini di ventura, poveri diavoli – rappresenta fedelmente il nostro mondo che arranca e che si aggrappa con tenacia alla vita.

Le fiabe sono reali, per il fatto che tutti i personaggi allegorici, soprattutto gli anti eroi (Carubbi, 2018; 2019) o antagonisti (Propp. 1926) – ossia tutta quell’orda di orchi, diavoli, streghe, matrigne, draghi – sono ciò che rappresentano più fedelmente la parte del nostro Sé che temiamo di più, e che abbiamo sempre negato alla coscienza (Rogers, 1951).

Ma, forse, la parte più autentica che alberga nella nostra persona e che, ai fini di una Vita Piena (Rogers, 1961), necessita di asilo e riparo.

Come a dire: la realtà fiabesca sta nel fatto che parla, con disincanto, delle nostri parti più “miserabili, confinate in un esilio perpetuo.

Quelle parti giudicate con ferocia, ma che occorre amare per poterci definire Esseri Umani Vivi.

Infatti, “Mi rendo conto che se fossi stabile, costante e statico, vivrei come un cadavere. Accetto così la confusione, l’incertezza, la paura e gli alti e bassi della mia vita emotiva, poiché essi sono il presso che io pago volontariamente per una vita fluttuante, incerta e stimolante” (Rogers, 1980, p. 80).

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Supervisioni individuali e di gruppo

La Dr.ssa Francesca Carubbi, psicologa e psicoterapeuta di Fano (PU), effettua attività di supervisione, rivolta ai colleghi.

Le supervisioni si svolgono in modalità individuale o in piccoli gruppi (max 4 persone).

Per maggiori informazioni, si prega di utilizzare i seguenti recapiti:


cell: 3384810340


– mail: info@psicologafano.com


– “modulo contatti” del Sito www.psicologafano.com

N.B. A causa dell’emergenza Coronavirus, le supervisioni si svolgono via Skype. La modalità presenziale verrà ripresa quando le condizioni lo permetteranno. Grazie

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Il bosco nelle fiabe: un simbolo della riscoperta del nostro vero sé

Se ci pensiamo bene, molte fiabe iniziano con l’evento “traumatico” dell’entrata in un bosco o in una foresta.

Emblematiche, in tal senso, le fiabe di Hansel e Gretel, di Pollicino (F.lli Grimm), di Cappuccetto Rosso (Perrault), e, perché no?, il “Palazzo delle scimmie” (Montale Pistoiese).

In quest’ultima fiaba, Antonio, il protagonista o eroe del racconto, “cavalcava, cavalcava e non incontrava mai città. Era in un bosco folto, senza strade, che pareva non avesse mai fine…”.

Da qui, il bosco acquisisce un profondo significato simbolico per ciò che concerne la verità della nostra psiche più recondita e, all’apparenza, straniera.

Se, in psicoanalisi, lo chiamiamo inconscio (Bettelheim, 1975), nella psicologia rogersiana, possiamo identificarlo con il Vero Sé (Rogers, 1951), ossia con la nostra Saggezza Organismica o la nostra capacità di attingere ai nostri valori, emozioni, costruzioni della realtà…

Insomma, con la nostra saggia esperienza interna, unica e irripetibile.

Un’autenticità, questa, che, per raggiungerla, occorre armarsi di coraggio – nonostante la normale paura – e addentrarsi tra le fronde della nostra psiche.

Ma, perché il bosco assurge così perfettamente a questo ruolo di “cantastorie” delle nostre parti più profonde? Per il fatto che Il bosco rappresenta un fondamentale e insostituibile rito di passaggio, di cambiamento e di crescita.

Rogers (1951), in tal senso, ci informa come l’Organismo per autorealizzarsi debba, necessariamente, attraversare proprio ciò che fa più paura, senza negarlo o distorcerlo; per conoscere la nostra psiche, negli aspetti più reconditi e nascosti, occorre percorrerlo e imparare a camminare, con sempre più confidenza, attraverso i suoi sentieri: così fanno Hansel e Gretel, quando, per non perdersi, gettano i sassi dietro loro; così fa Cappuccetto Rosso a intraprendere la strada che ha imparato a conoscere, per andare a casa della sua nonnina.

Così fanno i bambini che possono godere di un clima facilitante la crescita (ibidem): questi sanno, infatti, grazie alla loro bussola interiore, che il bosco può diventare il migliore alleato per la propria esperienza cognitiva ed emotiva. Sanno che occorre entrare nell’oscurità della foresta, per riscoprire la strada della propria Anima.

Come ci insegna Pinkola Estés (1970): “Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio”.

Francesca Carubbi

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La forza del Legame: “l’Ondina dello Stagno” dei F.lli Grimm

Come le fiabe rafforzano le relazioni

Lui la guardò, e fu come se una benda gli cadesse dagli occhi; riconobbe la sua sposa amatissima, e quando lei guardò lui e la luna gli illuminò il viso, lo riconobbe anche lei. Si abbracciarono e baciarono, e non è proprio il caso di chiedersi quanto fossero felici” (F.lli Grimm).
La forza del Legame: “l’Ondina dello Stagno” dei F.lli Grimm


Questo brano è tratto da una meravigliosa fiaba tedesca “l’Ondina nello stagno”, che narra la vicenda di un cacciatore, rapito da un’Ondina e sradicato dai suoi affetti, in primis dalla propria compagna, che fa di tutto per riaverlo con sé.


Sta di fatto che, per fuggire dal maleficio della ninfa, i due verranno separati e per molti anni non potranno rincontrarsi. Saranno stranieri ed estranei, sino nel momento in cui, casualmente, “si riconobbero. Lui riconobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essnedosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così” (Italo Calvino, Il Barone Rampante).


Ecco, un significato che possiamo apprendere da questa fiaba: che il Legame avviene dal riconoscimento particolare dell’Altro; da una relazione di profondo significato affettivo; dall’importanza che le diamo; Dalla sua irripetibilità e unicità.


Attualmente, sappiamo bene quanto, oltre al sacrificio economico, il virus ci richieda uno sforzo immane, per noi innaturale, proprio perché siamo esseri sociali, quale quello di dover rinunciare al contatto, a un bacio, a un abbraccio.


I bambini lo sanno bene: sanno che un bacio, infatti, sconfigge la bua; che un abbraccio consola un amichetto; che le coccole lo fanno sorridere.


Da qui, abbiamo dovuto trasformare le nostre modalità relazionali, facilitandole anche nei nostri bambini… Che fatica! Vero?.
La modalità di riconoscimento, allora, è andata mutandosi, anche grazie all’aiuto della tecnologia.


Le fiabe stesse, in tal senso, ci offrono un grande aiuto: per il fatto che, grazie, all’empatia, il bambino può far proprie le storie che legge e le emozioni che ne scaturiscono (Carubbi, 2009; 2018; 2019).


Nello specifico, la fiaba che ho scelto oggi, è una lode alla nostra esistenza che, seppur ferita, cerca di non divenire inumana, ma, nonostante le condizioni peggiori (Rogers, 1980), di attualizzarsi, di ricercare di salvaguardare, come il bene più prezioso, il valore salvifico della presenza e del Legame, anche se lontani; proprio come fanno i due protagonisti che alla fine possono ritrovarsi, più innamorati di prima

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La fiaba “Lo sciocco senza paura”. E se riscoprissimo il valore dell’autentica fragilità?

Il concetto di responsabilità personale è uno dei capisaldi dell’Approccio Rogersiano. Infatti quando sosteniamo che “l’essere umano è un agente di scelta libero e responsabile” (Rogers, 1951), stiamo asserendo il fatto che la Persona, sempre che possa godere di un ambiente facilitante la sua crescita (ibidem), è degna di fiducia nelle scelte che pone per la sua autorealizzazione e per quella dell’altro, ossia, in ciò che Rogers definisce “Saggezza Organismica” o Locus of Evaluation interno.

 La propria saggezza, allora, si basa sulla propria libertà esperienziale: sulla possibilità dell’individuo di attingere ai propri soggettivi valori, emozioni, costruzioni della realtà come strumenti adatti per direzionarsi nella vita, in modo, appunto, responsabile.

Da qui, la libertà responsabile presuppone delle condizioni necessarie e sufficienti, accennate più sopra (Rogers, 1957):

  1. Autenticità o congruenza: un profondo contatto, senza negazioni e distorsioni, con la mia esperienza interna, soprattutto di quella che parla della mia umana fragilità,  che si può riassumere con la seguente domanda “Cosa sto provando in questo momento?”. La risposta autentica a questo quesito ci informa sul nostro stato: “provo paura”, “provo rabbia”…
  2. Accettazione positiva incondizionata. La possibilità di attingere alla propria autenticità o saggezza interna fa sì che io possa, sempre più, accettare tutte le parti del mio sé, anche quelle più scomode e più vulnerabili. che tendo a proiettare all’esterno.
  3. Empatia: solo nel momento in cui riesco ad essere sufficientemente autentico e accettante posso essere realmente empatico, quindi capace di profondo ascolto e rispetto dell’esperienza dell’altro, senza il pericolo di identificazione e confusione con il suo vissuto, “come se” fossimo lui, senza dimenticare la condizione del “come se” (ibidem).

Da qui, la Fiaba italiana, nello specifico livornese, “Lo sciocco senza paura” ci informa, in modo allegorico, quanto l’impossibilità di attingere al proprio stato interno di vulnerabile paura, provochi, paradossalmente, l’agito di una falsa temerarietà. Non solo: l’incongruenza produce una negazione del problema in essere, con il pericolo della messa in atto di una libertà non responsabile, tanto che il nipote sciocco, protagonista della fiaba, nel primo atto del racconto, fa entrare in casa i ladri:

“vengono i ladri, gli dicono: – Cosa fai qui, ragazzo? Noi dobbiamo rubare.

  • E be’, e con ciò ? E rubate pure, chi ve lo impedisce? Credete che io abbia paura? – e li lasciò rubare tutto.”

La fiaba, poi, continua con una escalation di irresponsabilità, che porta, in questo caso ad un finale tragico, per mano dello stesso protagonista. Cosa ci può far apprendere questa breve fiaba? Che le emozioni, soprattutto quelle che toccano la nostra umana fragilità e vulnerabilità, se distorte o negate alla coscienza (Rogers, 1951), divengono le basi della costruzione di un Falso Sé, rigido e inflessibile, che non permette né un’apertura all’esperienza e, quindi, cambiamento, né tantomeno lo sviluppo della propria libertà. La non responsabilità diviene, paradossalmente, una catena ai piedi della propria libertà.

Francesca Carubbi

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Una fiaba sul valore dell’empatia, della cooperazione e del senso di comunità: “I musicanti di Brema” dei F.lli Grimm

Una fiaba sul valore dell’empatia, della cooperazione e del senso di comunità: “I musicanti di Brema” dei F.lli Grimm.
I “Musicanti di Brema” è una fiaba/favola molto interessante. Personalmente, è una delle mie preferite (posseggo, a tutt’oggi, una versione illustrata di quando ero piccina).

Favola, per il fatto che i protagonisti sono degli animali, ma, proprio come una fiaba, non possiede una morale esplicita.

Per chi non la conoscesse, la riassumo brevemente: un asino musicista, destinato a morte certa, decide di scappare e raggiungere Brema.

Durante il suo viaggio, incontra altri animali, anche loro con un destino infausto, che diventeranno suoi amici e compari di musica: un cane, un gatto e un galletto dalla cresta rossa.

Giunti in un bosco, i quattro amici vedono in lontananza una casa, dove dei briganti sono intenti a fare festa.

Affamati, i compari animali decidono di unire le forze al fine di cacciarli per appropriarsi della tavola bandita: alla fine, i briganti, impauriti, fuggono.

Da qui, perché è una fiaba da rivalutare? Per le seguenti ragioni

  1. Il racconto è breve, di facile comprensione anche per i bambini più piccoli;
  2. Il bambino riesce a identificarsi con i personaggi animali, perché riflettono il suo pensiero animistico e magico  (il bimbo tende a “rendere umani” sia gli animali, che gli oggetti inanimati);
  3. La fiaba tocca un argomento molto importante di questo periodo difficile che stiamo vivendo: ossia il senso della cooperazione tra le persone e il valore del senso di comunità, soprattutto come protezione delle fasce più fragili della popolazione (pensiamo ai personaggi che, destinati a morte certa, riescono, grazie alla loro unione, non solo a sopravvivere, ma a sconfiggere il male. In questo caso, i briganti possono essere la metafora del virus che stiamo combattendo);
  4. Come le altre fiabe, “i musicanti di Brema” offre un messaggio di vera resilienza ( o, perlomeno, come lo intendo io): una rinascita che può esserci e incarnarsi dopo l’attraversamento del dolore, della frustrazione, dell’accettazione delle proprie fragilità)
  5. I protagonisti ci fanno apprendere, come, nonostante la loro vecchiaia e vulnerabilità, la loro Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980) non sia assolutamente sopita ma che, proprio come i germogli descritti da Carl Rogers, possono autorealizzarsi anche in condizioni non favorevoli.

Al di fuori di metafora, allora, la fiaba, pur non toccando esplicitamente la nostra condizione attuale, può far comprendere, tuttavia, al bambino quanto la vita, nonostante il pericolo della morte, nonostante la sofferenza, non rinunci mai a se stessa (Rogers, 1980). La vita, allora, sopravvive grazie al legame, alla cooperazione empatica. In soldoni, la fiaba ci insegna che, per citare un bellissimo libro di Margaret Mazzantini, “nessuno si salva da solo”.

Francesca Carubbi

psicologa e psicoterapeuta, Fano

Autore e Direttore di Collana, Alpes Italia, Roma

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Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia

Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia.
Quando parliamo di lettura dedicata all’infanzia dobbiamo pensare che i prodotti e le loro finalità non sono identiche. Ad esempio, soliamo, erroneamente, confondere ciò che intendiamo con Fiaba e con Favola.

La Fiaba, come ho già scritto (Carubbi, 2019) e come più illustri Autori (Propp, Calvino, Rodari) hanno già detto prima di me, è un prodotto culturale ben definito, la cui caratteristica principale sta, non solo nel suo linguaggio magico, ma nella trasversalità culturale, in termini di funzioni (Propp, 1926) – elementi –  identiche ad ogni cultura, che si ripetono in modo costante, al di là della diversità dei contenuti del racconto magico (Propp, 1946). In modo semplificato, possiamo citare, ad esempio, le seguenti funzioni:  l’inizio spesso traumatico con l’uscita del protagonista, con una sua partenza o una sua fuga, l’avvento dell’antagonista, le prove da superare da parte dell’eroe o eroina, l’aiuto da parte di un oggetto o di un aiutante, il superamento dell’ostacolo e, infine, il lieto fine consolatorio (Bettelheim, 1975).

Per fare un esempio concreto, prendiamo due fiabe, geograficamente e storicamente lontane (almeno in apparenza): Raperenzolo nella prima versione di Basile (dove la protagonista si chiama Petrosinella) e, successivamente, quella dei fratelli Grimm, senza dimenticare un’altra rielaborazione popolare regionale, “Prezzemolina”, raccolta da Italo Calvino.

La Favola, invece, è una modalità narrativa, sia a prosa che in versi, che, a differenza della Fiaba, ha due caratteristiche peculiari: in primis, narra piccole vicende di animali (pensiamo alle famose favole di Esopo e di Fedro, che ha ripreso i racconti del primo).

In tal senso, una tra le tante è “Il Topo di Città e il Topo di Campagna”, ma potremmo anche inserire, per quanto trasposte da autori fiabeschi, la favola dei fratelli Grimm “Il Lupo e i sette capretti”, o, perché no?, “I tre capretti furbetti”.

In secondo luogo, a differenza della Fiaba, la favola ha una “morale” o insegnamento (anche se qui occorre fare un piccolo incipit. Ad esempio, la raccolta fiabesca di Perrault contiene una morale finale per ogni fiaba). Se, infatti, andiamo ad analizzare i testi, troviamo che la fiaba, soprattutto quella più antica italiana (scritta, tra l’altro, spesso in dialetto, in quanto prodotto regionale) ha un linguaggio di carattere surreale, ermetico, oscuro e arcano. Questo per un semplice motivo: la fiaba non era rivolta, inizialmente, all’infanzia, ma a quel mondo adulto impaurito dal mistero e dal non conoscibile (Carubbi, 2019). E, da qui, la fiaba, prendendo spunto da determinate cronache socio – culturali, ne trascendeva la loro concretezza, elevandosi a metafora della vita, soggettivamente interpretabile (ecco, perché, poi sono diventate proficuo materiale psicologico) (ibidem).

La struttura della favola, al contrario, è molto semplice, orecchiabile e dal significato, potremmo dire, trasparente e oggettivo. La favola vuole insegnare: pensiamo la celeberrima favola “La Volpe e la Cicogna” di Fedro, che vale il detto “Chi la fa l’aspetti”!  Dove, gli stessi personaggi sono definiti nella loro immediatezza e concretezza. Grazie alla favola, il bambino impara che ci sono cose che non si possono fare e che ogni comportamento ha una sua reazione. È un prodotto didattico, normativo.

La fiaba, al contrario, grazie al suo valore evocativo (Carubbi, 2019) vuole fare apprendere e vuole facilitare la costruzione di una realtà simbolica, in termini soggettivi, unici e irripetibili (Rogers, 1951), dove i personaggi assurgono ruoli e funzioni a seconda del bisogno psichico del bambino. Grazie alla fiaba, il bimbo può dar voce, in modo attivo e in uno spazio sacro (Carubbi, 2018), alle sue emozioni, trasformandole in qualcosa di pensabile e, soprattutto, digeribile (ibidem). La Fiaba, allora, è trasformativa e generativa rispetto a nuove forme di pensiero e di emozioni più flessibili e resilienti.

Cosa scegliere, allora? Non c’è una risposta giusta o sbagliata. La favola non è superiore alla fiaba e viceversa. Da rogersiana, mi rifaccio a ciò che scrisse Bettelheim ne “Il Mondo Incantato” (1975): il valore della scelta sta in ciò che emotivamente cattura il bambino in quel momento. Che sia favola o fiaba, è fondamentale che la lettura rifletta una scelta Centrata sul Bambino (Carubbi, 2018).

Francesca Carubbi

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Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo?

Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo?
Con il termine di “Nativi Digitali”, Prensky,  colui che coniò il termine nel 2001, indica le nuove generazioni nate a cavallo degli anni 2000, in concomitanza con la proliferazione della Rete e delle Nuove Tecnologie.

I Nativi Digitali

Il concetto di “Nativi digitali”, da qui, segna anche un importante spartiacque tra gli stili di apprendimento che hanno caratterizzato, e che caratterizzano tuttora, dei “migranti digitali” (termine che sta a indicare le generazioni più “anziane” rispetto all’avvento della Rete e che, per stare al passo con i tempi, hanno dovuto imparare l’utilizzo e i meccanismi della stessa) e dei nativi, di cui sopra.

Tralasciando l’enorme opportunità di apprendimento e di lavoro che le nuove tecnologie hanno apportato alle persone di oggi (pensiamo, ad esempio alle Piattaforme FAD,  alla LIM, all’uso degli e – book reader, dei Tablet, a tutti gli strumenti compensativi e di abilitazione per i DSA, che permettono di raggiungere importanti traguardi scolastici senza discriminazioni, e, perché no? alle modalità di Smart Working), voglio, comunque, porre alcune riflessioni circa il profondo mutamento che le nuove tecnologie hanno apportato nel campo della cognizione, non solo in termini cognitivi, bensì emotivi, in termini di rischi reali

Educazione Confluente

Da qui, mi focalizzo sul concetto rogersiano di “educazione confluente” (Bruzzone, 2007), dove idee e sentimenti sono fusi tra loro. Dove le aree del Sapere, del Saper Fare e Saper Essere sono complementari e interagenti.

Innanzitutto, dobbiamo constatare quanto lo stile di apprendimento, a tutt’oggi, sia contraddistinto da modalità “iconiche”: le fake news, da qui, ci informano, quanto, tendiamo a porre uno stile di apprendimento, appunto, iconico o veicolato da immagini, soprattutto ad alto impatto emotivo. Pensiamo, in tal senso, alle notizie che circolano in questi giorni: molti post Social sono accompagnati da immagini o icone che tendono a surclassare il testo connesso. In altri termini, si sta perdendo la sana abitudine di approfondire ciò con cui si viene a che fare. Le ricerche, a differenza di anni fa, diventano meno accurate, più veloci, istantanee, a spot.

Internet ci permette tutto questo: l’immediatezza dell’informazione, che non sempre corrisponde alla sua accuratezza.

Cosa produce tutto questo? In primis, un apprendimento passivo, in quanto non ci assumiamo la responsabilità di verificare attivamente l’attendibilità della notizia; una maggiore deresponsabilizzazione rispetto al pericolo di disinformazione che perpetriamo attarverso condivisioni di contenuti non veri; una minor capacità di comprensione, non solo del testo scritto, bensì del suo meta messaggio.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il saper leggere correttamente, ovvero la capacità di decodifica del testo scritto, non sempre equivale alla capacità di comprensione, ossia del coglierne il senso.

Si tende, poi, a leggere e ad approfondire molto meno: la velocità di apprendimento che offre la Rete fa in modo che, progressivamente, tendiamo a sviluppare sempre più delle “scorciatoie cognitive”, che si basano su un’emotività non correttamente integrata alla coscienza (Rogers, 1951)  e che tendono a confermare le nostre convinzioni, senza la possibilità flessibile di porle in discussione, alimentando così i nostri “bias” cognitivi, ossia i nostri errori nella lettura critica e costruttiva della realtà (Rogers, 1980).

Sappiamo, in tal senso, quanto la lettura, soprattutto per i bambini che sono nel pieno della loro plasticità neuronale, non solo amplifichi il nostro vocabolario, ma permetta lo sviluppo di una qualità fondamentale per l’Essere Umano: l’empatia.

Ed è qui la forza dell’unione tra cognizioni ed emozioni: il fatto che, grazie all’approfondimento letterario, non solo consentiamo lo sviluppo della cognizione cognitiva, del senso critico, delle capacità di meta comprensione, bensì, grazie all’identificazione attiva con i personaggi (a differenza di ciò che succede con la televisione, i videogiochi, i Social, dove il rischio è la depersonalizzazione, deresponsabilizzazione e la passività dell’apprendimento), possiamo promuovere il sano sviluppo dell’empatia, ossia della capacità di entrare in contatto con il vissuto di un’altra persona, “come se” (Rogers, 1957) fosse il nostro, promuovendo, da qui, come ci insegna Brené Brown, connessioni e non disconnessioni.

Analfabeti funzionali

In altre parole, se basiamo l’acquisizione delle conoscenze solo su un Sapere tecnologico, spesso fittizio e non corretto, perdiamo per strada non solo potenziali “analfabeti funzionali”, ma alimentiamo risposte emotive disfunzionali e non efficaci, perché basate sul contagio emotivo e non su una loro corretta simbolizzazione cosciente (Rogers, 1951). Promuoviamo, allora, involontariamente risposte espulsive verso l’altro che, a causa, di spersonalizzazioni e rigidità emotive e cognitive, diviene il nemico da combattere

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Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo? – F.Carubbi
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Trauma e narrazione: la Fiaba come “oggetto transizionale” delle paure del bambino

Trauma e narrazione: la Fiaba come “oggetto transizionale” delle paure del bambino.
Con il termine di Trauma indichiamo qualsiasi evento che, in termini soggettivi, provoca una risposta da parte dell’organismo di allarme e di profonda paura verso l’inevitabile cambiamento che l’evento in questione porta con sé.

In altri termini, il Trauma rappresenta l’intrusione o invasione di un dato di realtà che scombina, sconquassa e scuote il soggetto, perché lo mette a contatto con la naturale imprevedibilità  e mutevolezza dell’esistenza.

Se pensiamo a questi giorni caotici, ognuno di noi può ben capire cosa significhi far fronte a questioni di difficile comprensione e che, soprattutto, hanno a che fare con il proprio senso di sicurezza e incolumità. Tutto ciò amplificato da informazioni ridondanti, ambigue martellanti rispetto a ciò che sta succedendo. Una rincorsa alla notizia che, anche a causa dei Social, provoca, inevitabilmente, risposte di iperattivazione fisiologica, cognitiva ed emotiva, finalizzate al tentativo di rispristino di un precedente equilibrio e al controllo di ciò che sta accadendo, con il conseguente panico che dilaga sempre più: la massa, allora, diviene orda che agisce e non riflette sul da farsi.

I bambini ci osservano

In tutto questo meccanismo, non dobbiamo dimenticare che i bambini ci osservano e assorbono tutte le nostre emozioni, anche quelle non correttamente simbolizzate (Rogers, 1951), ma agite in modo repentino, come l’angoscia, con il rischio che il bimbo stesso si identifichi e faccia suoi queste modalità di risposta allo stress.

Il bambino, in tal senso, ha il diritto non solo di essere protetto, bensì di essere correttamente infirmato su quanto sta accadendo. E, soprattutto, che le sue emozioni possano essere espresse e pensate, senza distorcerle e negarle (ibidem) e senza il pericolo che il caos informativo lo destabilizzi più del dovuto.

In tal senso, in “Paco, le nuvole Borbottone e altri racconti” (Carubbi, 2018), descrissi proprio l’utilizzo della Fiaba, in termini rogersiani, come strumento di facilitazione alla lettura e ricostruzione emotiva degli eventi traumatici, non solo per il bambino, bensì per la famiglia stessa, ossia per quei genitori, che, per primi, possono avere difficoltà a spiegare a parole ciò che sta succedendo.

La Fiaba come “oggetto transizionale”

La Fiaba, infatti, a pari del gioco è, per dirla alla Winnicott, un valido “oggetto transizionale”. Anzi! Un efficace “Soggetto Transizionale”, perché è il bambino che, grazie all’identificazione con i personaggi (Bettelheim, 1975), può dare un senso, attingendo in modo attivo al proprio Potere Personale (Rogers, 1977), a ciò che vive, appunto, in modo soggettivo, unico e irripetibile.

Grazie alla narrazione, il bambino, allora, dà voce, al suo Sé Organismico (Rogers, 1951),  alla sua parte più autentica, più saggia e più vera. E, in special modo, a quella più impaurita e confusa.

Fermarsi, allora, a leggere, drammatizzare, inventare è ritornare a respirare dopo giorni di apnea. È nominare ciò che temiamo. È ritornare in un adeguato esame di realtà: come ci insegna Gilbert Chesterton “le favole non dicono ai bambini che le fiabe esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”.

Questo perché “ciò che salva l’essere umano è la sua arte di narrarsi… E la Fiaba è pura narrazione” (Carubbi, 2019, p. VIII).

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“Dire, fare… Essere”: il Gioco e la Fiaba per un’”educazione confluente”

Dire, fare… Essere: il Gioco e la Fiaba per un’educazione confluente.
Nell’Approccio Rogersiano (Rogers, 1951), all’interno dei processi di educazione confluente – contraddistinta dall’unione di idee e sentimenti (Bruzzone, 2007) – si suole suddividere il Sapere in tre aree distinte, ma, allo stesso tempo, profondamente complementari: il “Sapere” che ha a che fare con le nozioni, la teoria, i concetti la padronanza di contenuti; il “Saper Fare”, ossia l’aspetto applicativo delle proprie conoscenze, e, dulcis in fundo ma non meno importante, il “Saper Essere”, o, in altri termini, ciò che concerne la propria soggettiva autenticità o congruenza (Rogers, 1957), la cui presenza è “garanzia” di apertura all’esperienza e, di conseguenza, di cambiamento e adattamento. Potremmo dire che il possedere una sufficiente autenticità equivale ad avere, dentro di sé, i mattoni della salute mentale, intesa come benessere bio – psico – sociale.

Saper Essere

In soldoni, “Saper Essere” significa avere sviluppato ciò che l’OMS definisce life skills: competenza emotiva, hardiness e resilienza, e meccanismi di coping e problem solving sufficientemente funzionali ed efficaci.

Quindi, il “Saper Essere” concerne la possibilità della Persona di attingere e relazionarsi con sé e il Mondo attraverso l’empatia, l’accettazione e, appunto, la congruenza (ibidem), senza dimenticare lo sviluppo delle proprie capacità di adattamento e cambiamento (o, come direbbe Piaget, di assimilazione e accomodamento).

I coper efficaci (Howell, Zucconi, 2003), allora, sono Persone aperte al nuovo, profondamente a contatto con la propria esperienza viscerale, sperimentatori di ciò che è ignoto, dove le sfide vengono affrontate, sì con naturale paura, ma anche con vitale coraggio.

L’apprendimento infantile – Il gioco e la fiaba

Nel campo proprio dell’apprendimento infantile, possiamo notare come questi tre Saperi, tra loro interconnessi, si sviluppino grazie al linguaggio proprio del bambino che si approccia al simbolico, quale quello animistico, ludico/espressivo.

Il gioco, infatti, come sostiene Maria Montessori, è il lavoro del bambino: il bimbo, infatti, è portato naturalmente a sperimentare e costruire attivamente il proprio ambiente, apprendendo da esso, impilando, seriando, incastrando tutto ciò che è sotto i suoi occhi. Non solo! Il prodotto, una volta ottenuto, viene animato e donato di nuove funzioni (il famoso gioco del “far finta”). L’oggetto diventa simbolo e significante di qualcosa d’altro. Soprattutto da un punto di vista affettivo.

Da un punto di vista di tolleranza alla frustrazione, inoltre, Freud dimostrò, grazie all’osservazione del Gioco del Rocchetto (Fort! – Da!) di suo nipote Ernst (Freud, 1920), quanto il giocare creativo potesse sublimare l’angoscia dell’assenza del proprio oggetto d’amore; in quel caso, della madre. Oltre a sviluppare, paradossalmente grazie alla mancanza, la fonte creativa: o, alla rogersiana, ciò che si definisce “Tendenza Attaulizzante” (Rogers, 1980), ossia quella naturale spinta all’accrescimento e all’autorealizzazione (ibidem).

Infatti, “è nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo […] è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé” (Winnicott, 1971).

Così l’expertise si forma e si concretizza attraverso l’interconnessione tra il Sapere (la conoscenza dell’oggetto, come può essere una scatola, un tappo di sughero, piuttosto che un peluche), il suo uso pratico (la scatola che diventa una macchina) o Saper Fare, che diviene Saper Essere o Essenza Creativa, affettività piena, perché gratificante e trasformativa. Il Gioco, allora, diviene anche Simbolico, alla stregua di un essere parlante dotato di emozione pura. Pensiamo, ad esempio, al gioco delle bambole, dove l’empatia, grazie all’identificazione con il “To Care” genitoriale, raggiunge il suo acme.

E, quindi, è l’elevazione al Simbolico che permette al bambino l’acquisizione di un Apprendimento olistico, totale, viscerale, autentico.

Ciò vale anche per la lettura. Noi adulti sappiamo quanto il leggere ci possa far commuovere, arrabbiare, imprecare. Perché succede questo? Perché sappiamo empatizzare con ciò che ci trasmettono le pagine, con i personaggi, le vicende. Come con il gioco, anche con la Lettura, costruiamo la realtà in modo soggettivo, unico e irripetibile (Rogers, 1980).

E le Fiabe, in quando prodotti culturali sui generis, di carattere fantastico (Propp, 1928; 1946, cit. in Carubbi, 2019), profondamenti evocativi (Bettelheim, 1975) e soggettivamente interpretabili, sono efficaci facilitatrici dell’apprendimento di cui sopra. Perché il bambino si immedesima con l’eroe che si perde nel Bosco, che ha paura di ciò che non conosce, ma che stringe i denti, si risolleva e va avanti, nonostante i pericoli, le incognite (Carubbi, 2018): “i protagonisti delle Fiabe sono eroi di resilienza, di perseveranza, di desideri brucianti” (Carubbi, 2018, p. VI). Gli eroi dei Racconti Magici (Propp, 196) divengono, allora, testimoni di  uno stile educativo che umanizza l’essere umano. E, da qui, il bambino stesso.

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