Sulla saggezza infantile e altri apprendimenti

Oggi pomeriggio mia figlia mi ha dato una dura lezione.

Dura, per il mio orgoglio ferito.

Dura, anche per il fatto che mi ha fatto apprendere quanto noi adulti, non sempre, riusciamo a vedere i nostri bambini.


O meglio, ad ascoltare, come ci insegna Rogers, ciò che non dicono.


Eh sì! Perché la vera empatia è proprio questo: saper andare oltre all’apparenza del detto, per scovare ciò che fa capolino, magari, da una lacrima, da ciò che percepiamo come capriccio, da una chiusura o da emozioni che tendiamo a giudicare, con presunzione, dall’alto.


Mia figlia ha attinto con coraggio alla sua saggezza interna (Rogers, 1951). Ha scelto di essere ciò che per lei, in quel momento, era giusto, nonostante il rischio che la potessi contraddire o criticare.


Ed è proprio questo un passaggio fondamentale, affinché il bambino possa sentirsi sicuro di seguire la sua autenticità nel “qui e ora”, ossia che il genitore possa fare un passo indietro. Possa fermarsi.

In una sola parola, arrestare il suo pensiero e tendere l’orecchio e il cuore.


Accettare che può e deve sbagliare per crescere come educatore. Per apprendere dagli errori. Per comprendere che l’esperienza è la vera maestra (ibidem) e non i manuali del “perfetto genitore” (sempre che esistano, poi!).


Personalmente, io ho appreso proprio questo: che è giusto chiedere scusa quando è necessario. E che il chiedere scusa trasmette fiducia, perché rispetta l’esperienza interna del bambino e dei suoi bisogni, senza violarli o tentare di cambiarli a nostro piacimento.


La saggezza infantile ha questo potere: dare un limite all’ingerenza genitoriale, affinché il bambino possa sviluppare, in sana autonomia, le proprie potenzialità e, soprattutto, la propria individualità, unicità e particolarità. Il suo Essere irripetibile e diverso da noi e dalle nostre aspettative che, spesso, proiettiamo in lui.

Francesca Carubbi

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