Sulla saggezza infantile e altri apprendimenti

Oggi pomeriggio mia figlia mi ha dato una dura lezione.

Dura, per il mio orgoglio ferito.

Dura, anche per il fatto che mi ha fatto apprendere quanto noi adulti, non sempre, riusciamo a vedere i nostri bambini.


O meglio, ad ascoltare, come ci insegna Rogers, ciò che non dicono.


Eh sì! Perché la vera empatia è proprio questo: saper andare oltre all’apparenza del detto, per scovare ciò che fa capolino, magari, da una lacrima, da ciò che percepiamo come capriccio, da una chiusura o da emozioni che tendiamo a giudicare, con presunzione, dall’alto.


Mia figlia ha attinto con coraggio alla sua saggezza interna (Rogers, 1951). Ha scelto di essere ciò che per lei, in quel momento, era giusto, nonostante il rischio che la potessi contraddire o criticare.


Ed è proprio questo un passaggio fondamentale, affinché il bambino possa sentirsi sicuro di seguire la sua autenticità nel “qui e ora”, ossia che il genitore possa fare un passo indietro. Possa fermarsi.

In una sola parola, arrestare il suo pensiero e tendere l’orecchio e il cuore.


Accettare che può e deve sbagliare per crescere come educatore. Per apprendere dagli errori. Per comprendere che l’esperienza è la vera maestra (ibidem) e non i manuali del “perfetto genitore” (sempre che esistano, poi!).


Personalmente, io ho appreso proprio questo: che è giusto chiedere scusa quando è necessario. E che il chiedere scusa trasmette fiducia, perché rispetta l’esperienza interna del bambino e dei suoi bisogni, senza violarli o tentare di cambiarli a nostro piacimento.


La saggezza infantile ha questo potere: dare un limite all’ingerenza genitoriale, affinché il bambino possa sviluppare, in sana autonomia, le proprie potenzialità e, soprattutto, la propria individualità, unicità e particolarità. Il suo Essere irripetibile e diverso da noi e dalle nostre aspettative che, spesso, proiettiamo in lui.

Francesca Carubbi

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Dirette Facebook 9 – 16 maggio 2020, ore 15:30

Sabato 9 maggio, ore 15:30, ci sarà la Diretta Facebook “La Fiaba nei contesti psicoeducativi” – 2° e 3° Modulo – l’educazione.

Sabato 16 maggio, ore 15:30, Diretta “Presentazione Paco e le sue storie”, Francesca Carubbi – illustrazioni Nada Salari – Alpes Italia, Roma

Le dirette verranno trasmesse dalla Pagina Facebook “Paco, le nuvole borbottone e PsicoFiaba”

Vi aspetto!

Francesca Carubbi

psicologa e psicoterapeuta

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Autore e Co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma

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Sull’Amore: lettera di Raperonzolo ai bambini di oggi

Cari bambini… Mi avete chiesto di dirvi qualcosa sull’Amore.

Sì, miei cari, proprio quello con la “A” maiuscola; ma non per il fatto che creda all’amore vero, a quello, ossia, tanto decantato da chi le fiabe, alla fine, non le conosce appieno.

Voglio parlarvi dell’Amore Reale, quello quotidiano, quello che assomiglia a tutto tranne che a un panorama rosa. Quello che “alla fine vissero felici e contenti” dovrebbe essere letto come “alla fine iniziarono a vivere insieme, nonostante tutto”.


L’Amore di cui parlo io è quello che ho iniziato a vivere, uscendo dalla mia torre d’avorio, in cui ho vissuto tanti e tanti anni.


Sapete? Ero convinta che starmene da sola fosse la soluzione vincente della mia vita: perché mi sentivo protetta in un auto isolamento imposto. Lontana da tutti e da tutto, credevo di essere finalmente libera. Oh, ma quanto mi sbagliavo!


Quando, per la prima volta, ho sentito qualcuno che mi stava chiamando da fuori, non potevo credere alle mie orecchie… Qualcuno stava cercando me. Voleva me. Mi aveva scelto.


Ma non credete a quelli che pensano che mi abbia salvato il Principe Azzurro… Non, cari bimbi miei: mi sono salvata da sola nel momento in cui ho fatto entrare il mio “principe” nella mia vita. Quando ho deciso di uscire, con coraggio, dalla mia gabbia d’oro.


Quando mi sono aperta al Legame; quando ho voluto rischiare nella relazione, aprendomi alla persona di cui mi sono innamorata.


Quando, insieme, abbiamo deciso di unire le nostre vite e i nostri destini.


E, da lì, cari bimbi, è iniziato l’Amore Reale: quello che si costruisce giorno per giorno; quello che ci fa litigare e rimpiangere la nostra vita in solitudine; quello che vacilla e che ha piange; che rischia di farci divenire “ciechi” l’uno rispetto all’altro; che ci fa “vagare per i deserti” della nostra Anima; quello che, paradossalmente, in certi momenti, ci fa sentire più soli e distanti.


Ma, allo stesso tempo, è iniziato l’Amore basato sulla fiducia, il rispetto, sul calore, l’appoggio e il riconoscimento; quello che condivide, che scherza, che fa vibrare il nostro corpo e che ci fa emozionare.


Un Amore quindi, che si rinnova giorno per giorno, nonostante i continui trabocchetti da parte della Strega Cattiva.


Un Amore che è, allora, un viaggio, di cui possiamo sapere la direzione, ma non la destinazione, che si costruisce ora per ora momento per momento.


Un Amore Vivo e fremente.


Allora, miei bimbi, diffidate da chi vi vuol far credere che l’Amore raccontato dalle Fiabe sia semplicemente un “vissero per sempre felici e contenti”.

Chi vi racconta questo, forse, non ha letto le mille avventure, i mille ostacoli, i desideri di riscatto e di rinascita – quelli che io, per prima, ho vissuto – che hanno permesso il suo compimento.

Perché l’Amore questo è: un desiderio che si costruisce insieme.

La vostra Raperonzolo

Francesca Carubbi

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Fiaba come strumento di mentalizzazione

Il concetto di mentalizzazione è molto affascinante, in quanto contempla la capacità dell’Essere Umano di pensare non solo i propri stati mentali, bensì quelli altrui.


In tal senso, la mentalizzazione presuppone l’empatia, in termini di ascolto dei vissuti dell’altro “come se” (Rogers, 1957; 1980) fossero i propri senza dimenticare la condizione del “come se”.


Da qui, affinché il bambino possa sviluppare questa importante dote metacognitiva, è necessario che il suo ambiente di riferimento possa divenire una preziosa “cassa di risonanza” dei suoi vissuti, in termini di rispecchiamento emotivo e cognitivo: il fatto che un adulto, in modalità “rêverie” (Bion, 1962), possa trasformare contenuti “indigeribili” per il bambino, ossia sopraffacenti e angoscianti, in elementi fruibili e pensabili, consente al bambino la possibilità di pensare, di dare senso ai diversi stimoli a cui non riesce a dare un nome.


L’adulto, allora, si pone come strumento di decifrazione del mondo. Traduttore di un caos che, se non potesse godere di un contenitore trasformativo, non consentirebbe la percezione e la costruzione di un Sé coeso, ma, al contrario, produrrebbe una sua frammentazione, con la conseguente incapacità, da parte dell’infante, di sviluppare la propria impalcatura psichica e, quindi, mentalizzante.


La mentalizzazione, allora, si forma attraverso una relazione significativa, veicolata da Cura affettiva, da Parole significative che rendono quel bambino un soggetto unico e irripetibile.


La mentalizzazione si sviluppa grazie allo scambio, compreso quello narrativo, che permette al bambino di immedesimarsi con gli stati mentali e affettivi altrui: ciò che attua lo stesso dispositivo fiabesco.


La fiaba, infatti, grazie all’identificazione con i personaggi, come ci ricorda Bettelheim (1975), consente al bambino di sentire e pensare il proprio stato psicologico, fatto di valori, costrutti ed emozioni.


Da un punto di vista rogersiano (Carubbi, 2018; 2019), nello specifico, il racconto fa sì che il bambino possa sviluppare l’empatia, l’autenticità e l’accettazione (Rogers, 1957): la fiaba permette “di entrare in uno “spazio sacro”, ossia “in un rispettoso ascolto di se stessi […] la fiaba facilita il bambino a comprendere e simbolizzare correttamente le emozioni anche quelle più paurose e minacciose” (Carubbi, 2018, p. 21).


Perché, allora, la fiaba è un importante strumento di mentalizzazione? Per il fatto che permette al bambino di essere “emotivamente competente” (Carubbi, 2018). Ed “essere emotivamente competenti comporta essere consapevoli delle proprie reazioni, percezioni ed emozioni e il sapersi autoregolare di conseguenza” (Carubbi, 2018, p. 22). Proprie e di quelle altrui.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta, Fano

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Autore e co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma

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  • Per chi volesse approfondire l’uso della fiaba in campo psicoeducativo, rimando alle mie opere “Paco, le nuvole borbottone e altri racconti” (2018); “PsicoFiaba. L’uso della fiaba in ambito clinico e di comunità” (2019); “Paco e le sue storie” (2020). Tutti editi da Alpes Italia, Roma

Il bosco nelle fiabe: un simbolo della riscoperta del nostro vero sé

Se ci pensiamo bene, molte fiabe iniziano con l’evento “traumatico” dell’entrata in un bosco o in una foresta.

Emblematiche, in tal senso, le fiabe di Hansel e Gretel, di Pollicino (F.lli Grimm), di Cappuccetto Rosso (Perrault), e, perché no?, il “Palazzo delle scimmie” (Montale Pistoiese).

In quest’ultima fiaba, Antonio, il protagonista o eroe del racconto, “cavalcava, cavalcava e non incontrava mai città. Era in un bosco folto, senza strade, che pareva non avesse mai fine…”.

Da qui, il bosco acquisisce un profondo significato simbolico per ciò che concerne la verità della nostra psiche più recondita e, all’apparenza, straniera.

Se, in psicoanalisi, lo chiamiamo inconscio (Bettelheim, 1975), nella psicologia rogersiana, possiamo identificarlo con il Vero Sé (Rogers, 1951), ossia con la nostra Saggezza Organismica o la nostra capacità di attingere ai nostri valori, emozioni, costruzioni della realtà…

Insomma, con la nostra saggia esperienza interna, unica e irripetibile.

Un’autenticità, questa, che, per raggiungerla, occorre armarsi di coraggio – nonostante la normale paura – e addentrarsi tra le fronde della nostra psiche.

Ma, perché il bosco assurge così perfettamente a questo ruolo di “cantastorie” delle nostre parti più profonde? Per il fatto che Il bosco rappresenta un fondamentale e insostituibile rito di passaggio, di cambiamento e di crescita.

Rogers (1951), in tal senso, ci informa come l’Organismo per autorealizzarsi debba, necessariamente, attraversare proprio ciò che fa più paura, senza negarlo o distorcerlo; per conoscere la nostra psiche, negli aspetti più reconditi e nascosti, occorre percorrerlo e imparare a camminare, con sempre più confidenza, attraverso i suoi sentieri: così fanno Hansel e Gretel, quando, per non perdersi, gettano i sassi dietro loro; così fa Cappuccetto Rosso a intraprendere la strada che ha imparato a conoscere, per andare a casa della sua nonnina.

Così fanno i bambini che possono godere di un clima facilitante la crescita (ibidem): questi sanno, infatti, grazie alla loro bussola interiore, che il bosco può diventare il migliore alleato per la propria esperienza cognitiva ed emotiva. Sanno che occorre entrare nell’oscurità della foresta, per riscoprire la strada della propria Anima.

Come ci insegna Pinkola Estés (1970): “Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio”.

Francesca Carubbi

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La forza del Legame: “l’Ondina dello Stagno” dei F.lli Grimm

Come le fiabe rafforzano le relazioni

Lui la guardò, e fu come se una benda gli cadesse dagli occhi; riconobbe la sua sposa amatissima, e quando lei guardò lui e la luna gli illuminò il viso, lo riconobbe anche lei. Si abbracciarono e baciarono, e non è proprio il caso di chiedersi quanto fossero felici” (F.lli Grimm).
La forza del Legame: “l’Ondina dello Stagno” dei F.lli Grimm


Questo brano è tratto da una meravigliosa fiaba tedesca “l’Ondina nello stagno”, che narra la vicenda di un cacciatore, rapito da un’Ondina e sradicato dai suoi affetti, in primis dalla propria compagna, che fa di tutto per riaverlo con sé.


Sta di fatto che, per fuggire dal maleficio della ninfa, i due verranno separati e per molti anni non potranno rincontrarsi. Saranno stranieri ed estranei, sino nel momento in cui, casualmente, “si riconobbero. Lui riconobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essnedosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così” (Italo Calvino, Il Barone Rampante).


Ecco, un significato che possiamo apprendere da questa fiaba: che il Legame avviene dal riconoscimento particolare dell’Altro; da una relazione di profondo significato affettivo; dall’importanza che le diamo; Dalla sua irripetibilità e unicità.


Attualmente, sappiamo bene quanto, oltre al sacrificio economico, il virus ci richieda uno sforzo immane, per noi innaturale, proprio perché siamo esseri sociali, quale quello di dover rinunciare al contatto, a un bacio, a un abbraccio.


I bambini lo sanno bene: sanno che un bacio, infatti, sconfigge la bua; che un abbraccio consola un amichetto; che le coccole lo fanno sorridere.


Da qui, abbiamo dovuto trasformare le nostre modalità relazionali, facilitandole anche nei nostri bambini… Che fatica! Vero?.
La modalità di riconoscimento, allora, è andata mutandosi, anche grazie all’aiuto della tecnologia.


Le fiabe stesse, in tal senso, ci offrono un grande aiuto: per il fatto che, grazie, all’empatia, il bambino può far proprie le storie che legge e le emozioni che ne scaturiscono (Carubbi, 2009; 2018; 2019).


Nello specifico, la fiaba che ho scelto oggi, è una lode alla nostra esistenza che, seppur ferita, cerca di non divenire inumana, ma, nonostante le condizioni peggiori (Rogers, 1980), di attualizzarsi, di ricercare di salvaguardare, come il bene più prezioso, il valore salvifico della presenza e del Legame, anche se lontani; proprio come fanno i due protagonisti che alla fine possono ritrovarsi, più innamorati di prima

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Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia

Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia.
Quando parliamo di lettura dedicata all’infanzia dobbiamo pensare che i prodotti e le loro finalità non sono identiche. Ad esempio, soliamo, erroneamente, confondere ciò che intendiamo con Fiaba e con Favola.

La Fiaba, come ho già scritto (Carubbi, 2019) e come più illustri Autori (Propp, Calvino, Rodari) hanno già detto prima di me, è un prodotto culturale ben definito, la cui caratteristica principale sta, non solo nel suo linguaggio magico, ma nella trasversalità culturale, in termini di funzioni (Propp, 1926) – elementi –  identiche ad ogni cultura, che si ripetono in modo costante, al di là della diversità dei contenuti del racconto magico (Propp, 1946). In modo semplificato, possiamo citare, ad esempio, le seguenti funzioni:  l’inizio spesso traumatico con l’uscita del protagonista, con una sua partenza o una sua fuga, l’avvento dell’antagonista, le prove da superare da parte dell’eroe o eroina, l’aiuto da parte di un oggetto o di un aiutante, il superamento dell’ostacolo e, infine, il lieto fine consolatorio (Bettelheim, 1975).

Per fare un esempio concreto, prendiamo due fiabe, geograficamente e storicamente lontane (almeno in apparenza): Raperenzolo nella prima versione di Basile (dove la protagonista si chiama Petrosinella) e, successivamente, quella dei fratelli Grimm, senza dimenticare un’altra rielaborazione popolare regionale, “Prezzemolina”, raccolta da Italo Calvino.

La Favola, invece, è una modalità narrativa, sia a prosa che in versi, che, a differenza della Fiaba, ha due caratteristiche peculiari: in primis, narra piccole vicende di animali (pensiamo alle famose favole di Esopo e di Fedro, che ha ripreso i racconti del primo).

In tal senso, una tra le tante è “Il Topo di Città e il Topo di Campagna”, ma potremmo anche inserire, per quanto trasposte da autori fiabeschi, la favola dei fratelli Grimm “Il Lupo e i sette capretti”, o, perché no?, “I tre capretti furbetti”.

In secondo luogo, a differenza della Fiaba, la favola ha una “morale” o insegnamento (anche se qui occorre fare un piccolo incipit. Ad esempio, la raccolta fiabesca di Perrault contiene una morale finale per ogni fiaba). Se, infatti, andiamo ad analizzare i testi, troviamo che la fiaba, soprattutto quella più antica italiana (scritta, tra l’altro, spesso in dialetto, in quanto prodotto regionale) ha un linguaggio di carattere surreale, ermetico, oscuro e arcano. Questo per un semplice motivo: la fiaba non era rivolta, inizialmente, all’infanzia, ma a quel mondo adulto impaurito dal mistero e dal non conoscibile (Carubbi, 2019). E, da qui, la fiaba, prendendo spunto da determinate cronache socio – culturali, ne trascendeva la loro concretezza, elevandosi a metafora della vita, soggettivamente interpretabile (ecco, perché, poi sono diventate proficuo materiale psicologico) (ibidem).

La struttura della favola, al contrario, è molto semplice, orecchiabile e dal significato, potremmo dire, trasparente e oggettivo. La favola vuole insegnare: pensiamo la celeberrima favola “La Volpe e la Cicogna” di Fedro, che vale il detto “Chi la fa l’aspetti”!  Dove, gli stessi personaggi sono definiti nella loro immediatezza e concretezza. Grazie alla favola, il bambino impara che ci sono cose che non si possono fare e che ogni comportamento ha una sua reazione. È un prodotto didattico, normativo.

La fiaba, al contrario, grazie al suo valore evocativo (Carubbi, 2019) vuole fare apprendere e vuole facilitare la costruzione di una realtà simbolica, in termini soggettivi, unici e irripetibili (Rogers, 1951), dove i personaggi assurgono ruoli e funzioni a seconda del bisogno psichico del bambino. Grazie alla fiaba, il bimbo può dar voce, in modo attivo e in uno spazio sacro (Carubbi, 2018), alle sue emozioni, trasformandole in qualcosa di pensabile e, soprattutto, digeribile (ibidem). La Fiaba, allora, è trasformativa e generativa rispetto a nuove forme di pensiero e di emozioni più flessibili e resilienti.

Cosa scegliere, allora? Non c’è una risposta giusta o sbagliata. La favola non è superiore alla fiaba e viceversa. Da rogersiana, mi rifaccio a ciò che scrisse Bettelheim ne “Il Mondo Incantato” (1975): il valore della scelta sta in ciò che emotivamente cattura il bambino in quel momento. Che sia favola o fiaba, è fondamentale che la lettura rifletta una scelta Centrata sul Bambino (Carubbi, 2018).

Francesca Carubbi

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Il potere della Fiaba nelle situazioni difficili

Quando le realtà sono difficili e dolorose, spesso reagiamo con particolari modalità di risposta difensive: possiamo passare o da uno stato di illusoria onnipotenza, piuttosto che di paralizzante impotenza o passività. Due estremi che parlano del nostro rapporto con le emozioni. O meglio, della nostra difficoltà, quando lo stress è elevato, a riconoscerle, a nominarle correttamente e ad agire di conseguenza. Come a dire: la nostra intelligenza emotiva, per dirla alla Goleman, si incespica, fino a bloccarsi e a sopraffarsi.

L’iceberg emotivo

Non riusciamo, quindi a sentire correttamente (Rogers, 1951) ciò che ci comunica il nostro stato affettivo – rabbia, frustrazione, paura…- percependo, da qui, solo la punta di questo iceberg emotivo, ossia l’angoscia che ci attanaglia e che nutre, in modo ricorsivo, doloroso, ruminativo e ridondante, i nostri pensieri, percezioni e costruzioni della realtà (Rogers, 1980).

Se proviamo a trasporre tutto questo nel campo dell’infanzia, capiamo bene quanto una comunicazione reale sia importante. Cosa intendo per reale? Che trasmetta la realtà nel presente, in modo più realistico possibile, senza, quindi fughe in avanti, di carattere emotivo: né verso messaggi di pessimismo pervasivo, né tantomeno di ottimismo irreale o illusorio.

Stare nel presente, quindi, significa sostare nel qui e ora, in ciò che, proattivamente, in termini di integrazione tra cognizione e sentimento, si può fare per affrontare la paura. E, da qui, sappiamo bene, come la fiaba, nasca da particolari humus culturali e sociali (Propp, 1948; 1926, cit. in Carubbi, 2019), soprattutto in riferimento ad epocali eventi di vita (pensiamo alle carestie, alle diverse malattie sconosciute che hanno nutrito le fantasie dei nostri avi, creando capolavori, ad esempio come Cappuccetto Rosso di Perrault, che sembra sia nata per cercare di spiegare, appunto, una grave carestia che colpì la Francia secoli fa), sfatando il mito che il racconto magico (Propp, 1946, Rossi et al., 1994) sia nato come prodotto rivolto esclusivamente all’infanzia e, quindi, privo dei suoi contenuti più oscuri: la fiaba del senso comune, infatti, altro non è che una falsa edulcorazione zuccherina delle fiabe reali.

In poche parole: per paura che le menti dei fanciulli fossero traumatizzate, i racconti, poco a poco, hanno perso la loro verità. Quale? Quella di essere un prodotto nato proprio per spiegare ed elaborare paure verso l’ignoto. Oggi, invece, tendiamo a scavalcare la paura, eliminandola dalla nostra vita. Ma, da un punto di vista rogersiano, sappiamo bene quanto le emozioni non riconosciute come tali, quindi intercettate, subcepite, distorte e negate (Rogers, 1951), quindi incongruenti, alimentano un conflitto molto doloroso.

Il potere della fiaba

Perché la fiaba, allora, è un valido strumento per leggere la realtà e per nominare e simbolizzare correttamente (Rogers, 1951) le emozioni?
  • Perché rispecchia e rispetta la modalità di pensiero del bambino, come ci ricorda Piaget, concreto e animistico (ossia uno stile di pensiero che dona vita agli oggetti inanimati), che costruisce la realtà in modo semplice, privo di ambiguità, e di facile comprensione;
  • Perché grazie alla lettura attiva e partecipe, il bambino riesce a identificarsi con i personaggi e con le loro emozioni, facenod sì che, da una parte possa rendere consapevole il proprio stato affettivo e psicologico (Bettelheim, 1975) e, dall’altra, potenziare la propria empatia (Carubbi, 2019);
  • Perché la fiaba, proprio come le attività ludiche, offre uno spazio sacro di elaborazione di emozioni dolorose e di realizzazione della propria Tendenza Attualizzante, ossia della propria crescita personale (Rogers, 1951, cit., in Carubbi, 2018). Nello specifico, i protagonisti delle fiabe ci fanno apprendere come, nonostante il sacrificio, la fatica e dolore, si possa raggiungere, comunque, la propria agognata meta;
  • Perché la fiaba è, a tutti gli effetti, quindi, una palestra di vita proattiva, di empowerment e di resilienza. Come ci insegna Bettelheim, la fiaba offre un finale consolatorio. Ma attenzione! Non un lieto fine edulcorato e privo di difficoltà, ma che nasce e può solo svilupparsi dopo diverse peripezie e superamento di ostacoli. Quindi, la fiaba, da qui, offre un adeguato esame di realtà. In tal senso, i “protagonisti delle Fiabe sono eroi di resilienza, di perseveranza, di desideri brucianti” (Carubbi, 2018, p. VI).

E, allora, poiché stiamo vivendo, proprio come gli eroi delle fiabe, momenti non semplici, soprattutto da un punto di vista emotivo, il riscoprire con i propri figli il valore e la bellezza della lettura fantastica non solo facilita la creazione di un buon clima relazionale (Carubbi, 2009), bansì può divenire un valido antidoto contro la sopraffazione. Nostra e del bambino.

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“Dire, fare… Essere”: il Gioco e la Fiaba per un’”educazione confluente”

Dire, fare… Essere: il Gioco e la Fiaba per un’educazione confluente.
Nell’Approccio Rogersiano (Rogers, 1951), all’interno dei processi di educazione confluente – contraddistinta dall’unione di idee e sentimenti (Bruzzone, 2007) – si suole suddividere il Sapere in tre aree distinte, ma, allo stesso tempo, profondamente complementari: il “Sapere” che ha a che fare con le nozioni, la teoria, i concetti la padronanza di contenuti; il “Saper Fare”, ossia l’aspetto applicativo delle proprie conoscenze, e, dulcis in fundo ma non meno importante, il “Saper Essere”, o, in altri termini, ciò che concerne la propria soggettiva autenticità o congruenza (Rogers, 1957), la cui presenza è “garanzia” di apertura all’esperienza e, di conseguenza, di cambiamento e adattamento. Potremmo dire che il possedere una sufficiente autenticità equivale ad avere, dentro di sé, i mattoni della salute mentale, intesa come benessere bio – psico – sociale.

Saper Essere

In soldoni, “Saper Essere” significa avere sviluppato ciò che l’OMS definisce life skills: competenza emotiva, hardiness e resilienza, e meccanismi di coping e problem solving sufficientemente funzionali ed efficaci.

Quindi, il “Saper Essere” concerne la possibilità della Persona di attingere e relazionarsi con sé e il Mondo attraverso l’empatia, l’accettazione e, appunto, la congruenza (ibidem), senza dimenticare lo sviluppo delle proprie capacità di adattamento e cambiamento (o, come direbbe Piaget, di assimilazione e accomodamento).

I coper efficaci (Howell, Zucconi, 2003), allora, sono Persone aperte al nuovo, profondamente a contatto con la propria esperienza viscerale, sperimentatori di ciò che è ignoto, dove le sfide vengono affrontate, sì con naturale paura, ma anche con vitale coraggio.

L’apprendimento infantile – Il gioco e la fiaba

Nel campo proprio dell’apprendimento infantile, possiamo notare come questi tre Saperi, tra loro interconnessi, si sviluppino grazie al linguaggio proprio del bambino che si approccia al simbolico, quale quello animistico, ludico/espressivo.

Il gioco, infatti, come sostiene Maria Montessori, è il lavoro del bambino: il bimbo, infatti, è portato naturalmente a sperimentare e costruire attivamente il proprio ambiente, apprendendo da esso, impilando, seriando, incastrando tutto ciò che è sotto i suoi occhi. Non solo! Il prodotto, una volta ottenuto, viene animato e donato di nuove funzioni (il famoso gioco del “far finta”). L’oggetto diventa simbolo e significante di qualcosa d’altro. Soprattutto da un punto di vista affettivo.

Da un punto di vista di tolleranza alla frustrazione, inoltre, Freud dimostrò, grazie all’osservazione del Gioco del Rocchetto (Fort! – Da!) di suo nipote Ernst (Freud, 1920), quanto il giocare creativo potesse sublimare l’angoscia dell’assenza del proprio oggetto d’amore; in quel caso, della madre. Oltre a sviluppare, paradossalmente grazie alla mancanza, la fonte creativa: o, alla rogersiana, ciò che si definisce “Tendenza Attaulizzante” (Rogers, 1980), ossia quella naturale spinta all’accrescimento e all’autorealizzazione (ibidem).

Infatti, “è nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo […] è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé” (Winnicott, 1971).

Così l’expertise si forma e si concretizza attraverso l’interconnessione tra il Sapere (la conoscenza dell’oggetto, come può essere una scatola, un tappo di sughero, piuttosto che un peluche), il suo uso pratico (la scatola che diventa una macchina) o Saper Fare, che diviene Saper Essere o Essenza Creativa, affettività piena, perché gratificante e trasformativa. Il Gioco, allora, diviene anche Simbolico, alla stregua di un essere parlante dotato di emozione pura. Pensiamo, ad esempio, al gioco delle bambole, dove l’empatia, grazie all’identificazione con il “To Care” genitoriale, raggiunge il suo acme.

E, quindi, è l’elevazione al Simbolico che permette al bambino l’acquisizione di un Apprendimento olistico, totale, viscerale, autentico.

Ciò vale anche per la lettura. Noi adulti sappiamo quanto il leggere ci possa far commuovere, arrabbiare, imprecare. Perché succede questo? Perché sappiamo empatizzare con ciò che ci trasmettono le pagine, con i personaggi, le vicende. Come con il gioco, anche con la Lettura, costruiamo la realtà in modo soggettivo, unico e irripetibile (Rogers, 1980).

E le Fiabe, in quando prodotti culturali sui generis, di carattere fantastico (Propp, 1928; 1946, cit. in Carubbi, 2019), profondamenti evocativi (Bettelheim, 1975) e soggettivamente interpretabili, sono efficaci facilitatrici dell’apprendimento di cui sopra. Perché il bambino si immedesima con l’eroe che si perde nel Bosco, che ha paura di ciò che non conosce, ma che stringe i denti, si risolleva e va avanti, nonostante i pericoli, le incognite (Carubbi, 2018): “i protagonisti delle Fiabe sono eroi di resilienza, di perseveranza, di desideri brucianti” (Carubbi, 2018, p. VI). Gli eroi dei Racconti Magici (Propp, 196) divengono, allora, testimoni di  uno stile educativo che umanizza l’essere umano. E, da qui, il bambino stesso.

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