Barbablù: di assenza di paura e altri inganni

“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita.
Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo”

Italo Calvino

“C’era una volta un uomo che possedeva palazzi e ville principesche,
piatterie d’oro e d’argento […]
Per sua disgrazia, però, quest’uomo aveva la barba blu:
ciò lo rendeva così brutto e spaventoso,
che non c’era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo
non fuggisse dalla paura”

Charles Perrault


Barbablù, celebre fiaba di Perrault, è, certamente, una delle fiabe più terrificanti contenute nel vasto catalogo di raccolte tradizionali.
Per chi non conosce il racconto, Barbablù è un ricco signore dalla barba, appunto, blu che, con l’inganno dello sfarzo, riesce ad avere in moglie una bellissima fanciulla, la quale non deve azzardarsi ad entrare nella stanza piccola del Castello: “Ecco” le disse “le chiavi dei due grandi guardaroba. Ecco anche la chiave della credenza dove sono i piatti d’oro e d’argento, quelli che non si usano tutti i giorni […] Quanto poi a quest’altra chiavicina qui, è quella della stanzina che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andare dappertutto: ma in quanto alla stanza piccola, vi proibisco di entrarvi”.


Succede che, malauguratamente, la ragazza non ascolti Barbablù e che, accecata dalla curiosità, entri nella fantomatica stanza.

Ed ecco, ciò che appare ai suoi occhi: corpi di donne uccise che appartengono alle sue mogli precedenti…

Barbablù, avendo scoperto ciò, rinchiude sua moglie nella torre più alta al fine di ammazzarla. Fortunatamente, in suo soccorso arrivano i fratelli che uccidono lo sposo malvagio.


Ho pensato alla fiaba di Perrault nel voler scrivere qualcosa sulla paura. Su quelle paura con cui, come ci informa Italo Calvino, combattiamo tutti i giorni e che, se non accettiamo di ascoltare il suo messaggio, rischiamo di esserne completamente sommersi e sopraffatti.


La paura, infatti, nella sua accezione evolutiva, è un’emozione fondamentale per riconoscere e sfuggire ai pericoli. In questo caso, la chiamiamo prudenza, prevenzione, proattività, empowerment.


Quando questa, al contrario, diventa soverchiante, ecco che si trasforma in pure terrore che può, da un lato, paralizzare la nostra iniziativa o, dall’altro, farci sentire così illusoriamente onnipotenti da negarne l’esistenza.


Barbablù, da qui, al di là della sua figura terrificante, può ben rappresentare, da un punto di vista rogersiano, non solo tutto ciò che Pinkola Estès (1992) definisce con il termine “predatore della psiche” (violenze, denigrazioni, minacce…), bensì quella nostra paura più autentica (la nostra Valutazione Organismica, Rogers, 1951), che preme per comunicarci la sua presenza, chiedendo legittimo diritto d’asilo e dignità di ascolto.


Una paura che, se negata – una negazione, in tal senso, ben simboleggiata dalla curiosità della moglie– può farci chiudere in una fortezza – la torre – rigidamente difensiva che solo un atto di coraggio – i due fratelli che soccorrono la sorella – può aprire alla Vita.


Ecco, allora, cosa rappresenta Barbablù nel suo inganno e spietatezza: che la paura non esiste, che non è lecito provarla, che è un’emozione sbagliata. Una paura che, tuttavia, vuole che sia aperta con rispetto, senza mietere innocenti vittime, ossia noi stessi e la nostra esistenza.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta rogersiana

www.psicologafano.com

Condirettore Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia

https://www.alpesitalia.it/it-ricerca_collane-54-in_cammino_con_le_fiabe_per

Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia

Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia.
Quando parliamo di lettura dedicata all’infanzia dobbiamo pensare che i prodotti e le loro finalità non sono identiche. Ad esempio, soliamo, erroneamente, confondere ciò che intendiamo con Fiaba e con Favola.

La Fiaba, come ho già scritto (Carubbi, 2019) e come più illustri Autori (Propp, Calvino, Rodari) hanno già detto prima di me, è un prodotto culturale ben definito, la cui caratteristica principale sta, non solo nel suo linguaggio magico, ma nella trasversalità culturale, in termini di funzioni (Propp, 1926) – elementi –  identiche ad ogni cultura, che si ripetono in modo costante, al di là della diversità dei contenuti del racconto magico (Propp, 1946). In modo semplificato, possiamo citare, ad esempio, le seguenti funzioni:  l’inizio spesso traumatico con l’uscita del protagonista, con una sua partenza o una sua fuga, l’avvento dell’antagonista, le prove da superare da parte dell’eroe o eroina, l’aiuto da parte di un oggetto o di un aiutante, il superamento dell’ostacolo e, infine, il lieto fine consolatorio (Bettelheim, 1975).

Per fare un esempio concreto, prendiamo due fiabe, geograficamente e storicamente lontane (almeno in apparenza): Raperenzolo nella prima versione di Basile (dove la protagonista si chiama Petrosinella) e, successivamente, quella dei fratelli Grimm, senza dimenticare un’altra rielaborazione popolare regionale, “Prezzemolina”, raccolta da Italo Calvino.

La Favola, invece, è una modalità narrativa, sia a prosa che in versi, che, a differenza della Fiaba, ha due caratteristiche peculiari: in primis, narra piccole vicende di animali (pensiamo alle famose favole di Esopo e di Fedro, che ha ripreso i racconti del primo).

In tal senso, una tra le tante è “Il Topo di Città e il Topo di Campagna”, ma potremmo anche inserire, per quanto trasposte da autori fiabeschi, la favola dei fratelli Grimm “Il Lupo e i sette capretti”, o, perché no?, “I tre capretti furbetti”.

In secondo luogo, a differenza della Fiaba, la favola ha una “morale” o insegnamento (anche se qui occorre fare un piccolo incipit. Ad esempio, la raccolta fiabesca di Perrault contiene una morale finale per ogni fiaba). Se, infatti, andiamo ad analizzare i testi, troviamo che la fiaba, soprattutto quella più antica italiana (scritta, tra l’altro, spesso in dialetto, in quanto prodotto regionale) ha un linguaggio di carattere surreale, ermetico, oscuro e arcano. Questo per un semplice motivo: la fiaba non era rivolta, inizialmente, all’infanzia, ma a quel mondo adulto impaurito dal mistero e dal non conoscibile (Carubbi, 2019). E, da qui, la fiaba, prendendo spunto da determinate cronache socio – culturali, ne trascendeva la loro concretezza, elevandosi a metafora della vita, soggettivamente interpretabile (ecco, perché, poi sono diventate proficuo materiale psicologico) (ibidem).

La struttura della favola, al contrario, è molto semplice, orecchiabile e dal significato, potremmo dire, trasparente e oggettivo. La favola vuole insegnare: pensiamo la celeberrima favola “La Volpe e la Cicogna” di Fedro, che vale il detto “Chi la fa l’aspetti”!  Dove, gli stessi personaggi sono definiti nella loro immediatezza e concretezza. Grazie alla favola, il bambino impara che ci sono cose che non si possono fare e che ogni comportamento ha una sua reazione. È un prodotto didattico, normativo.

La fiaba, al contrario, grazie al suo valore evocativo (Carubbi, 2019) vuole fare apprendere e vuole facilitare la costruzione di una realtà simbolica, in termini soggettivi, unici e irripetibili (Rogers, 1951), dove i personaggi assurgono ruoli e funzioni a seconda del bisogno psichico del bambino. Grazie alla fiaba, il bimbo può dar voce, in modo attivo e in uno spazio sacro (Carubbi, 2018), alle sue emozioni, trasformandole in qualcosa di pensabile e, soprattutto, digeribile (ibidem). La Fiaba, allora, è trasformativa e generativa rispetto a nuove forme di pensiero e di emozioni più flessibili e resilienti.

Cosa scegliere, allora? Non c’è una risposta giusta o sbagliata. La favola non è superiore alla fiaba e viceversa. Da rogersiana, mi rifaccio a ciò che scrisse Bettelheim ne “Il Mondo Incantato” (1975): il valore della scelta sta in ciò che emotivamente cattura il bambino in quel momento. Che sia favola o fiaba, è fondamentale che la lettura rifletta una scelta Centrata sul Bambino (Carubbi, 2018).

Francesca Carubbi

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