Quando la Fiaba diviene Arte Terapeutica

Giuseppe Pitré, antropologo e scrittore siculo, grande conoscitore di Tradizioni Popolari (una delle sue opere maggiori, in tal senso, è “Fiabe, Novelle e Racconti Siciliani”, pubblicata nel 1875), vede in Agatuzza Messia, saggia popolana, la figura della Novellatrice.

Novellatrice è colei che diffonde, appunto, la Novella; quell’intreccio di Storie che si sono tramandate, di generazione in generazione, di bocca in bocca, e che hanno avuto sempre come protagoniste le nostre sfide quotidiane, i nostri inciampi, i nostri dolori, i nostri innumerevoli sforzi per risalire la china, per non soccombere, per ripartire.

La Novellatrice racconta Storie di Vita, di Vita Piena (Rogers, 1961) nella sua umana complessità.

Le Novelle o Fiabe, allora, possono essere ben considerate un nostro patrimonio biografico. Una raccolta di istantanee fotografiche, di scatti di momenti esistenziali. Di pensieri ed emozioni, descritti e sviscerati nella loro irriducibile Umanità.

In tal senso, mi ha sempre colpito la capacità della Fiaba di descrivere, attraverso un linguaggio fantasticamente popolare, la condizione umana in tutti i suoi aspetti.

Le Fiabe, infatti, non lesinano di certo i particolari dell’Umano. Sono minuziose in tal senso, in quanto sfugge molto poco alla loro attenzione: dalla descrizione delle atmosfere, dei panorami, della caratterologia dei personaggi che le popolano.

Ed è proprio per questo che le fiabe sono un’ottima fonte di apprendimento dell’empatia, per il fatto che quando le leggiamo, non possiamo fare a meno di immedesimarci, grazie ad un interessante gioco proiettivo, nelle vicende che si susseguono: le fiabe evocano l’emersione di sentimenti forti, legati, spesso, a conflittualità subcepite (Rogers, 1951) e non risolte.

Le Fiabe hanno il potere, proprio come l’arte psicoterapeutica, di fare emergere, attraverso la Narrazione, il rimosso, le nostre incongruenze e ambivalenze, i nostri conflitti estenuanti.

E, paradossalmente, “ciò che salva, da qui, l’essere umano è la sua possibilità di narrarsi. E la Fiaba è pura narrazione” (Carubbi, 2019, p. VIII).

Francesca Carubbi
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Riflessioni sul conflitto Donna/Materno in psicoterapia: Biancaneve dei F.lli Grimm in un’ottica Rogersiana

Tutti noi conosciamo Biancaneve (F.lli Grimm, 1812 – 15). Checché se ne pensi, Biancaneve è tutto, fuorché una fiaba romantica.

Anzi, insieme a “Cappuccetto Rosso” di Perrault (1697) e “Sole, Luna e Talia” di Basile (1634 – 1636), è uno dei racconti più complessi, “oscuri” (Castello, 2016) e, per dirla alla Calvino (1956), dagli aspetti alquanto truculenti (ad esempio, pensiamo alla scena in cui la Matrigna ordina al Cacciatore di uccidere Biancaneve e portarle, come prova, il cuore e il fegato): “Porta la bimba lontana nel bosco, non voglio più vedermela davanti. La devi ammazzare e portarmi a riprova fegato e polmoni”

A ciò si aggiunga il fatto che il Racconto, in modo non troppo velato, descrive le emozioni dei personaggi nella loro verità, nuda e cruda, senza troppi fronzoli.
Emozioni forti, ma umanamente reali, come è reale in ognuno di noi il lato “Ombra” (Jung 1912 – 1942), ossia le nostre proiezioni che difficilmente riusciamo a integrare nel nostro Sé.


“Biancaneve” ci parla, infatti, dell’esistenza, conflittuale e interdipendente, di vissuti ambivalenti e profondamente complessi, ma tremendamente umani: la competizione, l’invidia, la rabbia che può trasformarsi in odio, che convivono con vissuti di gratitudine, bontà, generosità e amore.


Se riflettiamo bene, le emozioni di Biancaneve rappresentano il vissuto ambivalente che si può riscontrare nei rapporti con il materno. O meglio nella convivenza, non sempre pacifica, tra il nostro lato Donna e quello di Madre. In che senso?


Rogers, in Psicoterapia Centrata sul Cliente (Rogers, 1951), per descrivere il fenomeno dell’incongruenza – ossia di uno stato nascente di tensione e di ansia, di frattura interiore, (Rogers, 1957), derivato dalla percezione della Persona di un conflitto tra costrutti, valori ed emozioni, antitetici e conflittuali, ma non riconosciuti nel loro profondo e vero significato organismico (ibidem) – prende in prestito proprio l’esempio di una madre che vive un conflitto tra la sua Struttura del Sé (la sua coerenza interna, ossia ciò che dovrebbe essere per essere accettata), che le ordina di essere sempre amabile, buona, gentile, forte e così via, e il suo Vero Sé (o Saggezza Organismica, ossia i suoi bisogni e desideri che non possono essere né sentiti né pensati, pena il giudizio esterno), che le suggerisce, al contrario, che oltre ad essere madre è anche donna, che è degna di indipendenza e soddisfazioni personali e che può provare, anche, emozioni di rabbia e di stanchezza verso i propri figli: un conflitto che si mostra attraverso specifici sintomi nevrotici (disturbi psicosomatici, disturbi di ansia, dell’umore…) (Rogers, 1951).


Tornando al presente, “Biancaneve”, utilizzata proprio durante una seduta, ha potuto facilitare la corretta simbolizzazione di aspetti relazionali ambivalenti: di amore e rabbia; di devozione ma anche di competizione; di emulazione, ma anche di invidia; di empatia, ma anche di narcisismo.


Aspetti, questi, ben rappresentati dai Personaggi – Biancaneve e la Matrigna – che altri non sono che le parti apparentemente discordanti e che necessitano di una loro corretta simbolizzazione (Rogers, 1951) e, da qui, integrazione nella personalità: Biancaneve che può ben rappresentare ciò che consideriamo più nobile e innocente in noi e i nostri tentativi di essere amabili e accettati, sacrificando anche la nostra vitalità.

Se pensiamo alla fiaba, Biancaneve più volte rischia di scarificare la sua Vita per ben tre volte, fidandosi ciecamente dei travestimenti della Matrigna.

Perché succede questo? Perché, Biancaneve, proprio come la cliente descritta da Rogers, troppo attenta ad essere accettata socialmente, non ha affinato, come ci ricorda Pinkola Estés (1992), la sua capacità di fiutare i pericoli, ossia non è riuscita ad attingere alla suo Locus of Evaluation interno (Rogers, 1951).


La Matrigna, d’altro canto, imprigionata nel suo Specchio, nel suo Narcisismo invidioso e rabbioso, non riesce a vedere l’Altro nella sua Soggettività e irripetibilità.


In tal senso, l’unione di Biancaneve e la Matrigna, consentirebbe alla donna/madre di essere congruentemente flessibile nei suoi aspetti umanamente ambivalenti: la donna/madre sa riconoscere che il lei esiste anche un’Ombra che necessita di essere integrata, affinché la Cura verso l’Altro non diventi sacrificio della propria vitalità e aspirazione, e affinché la propria rabbia, il proprio dolore non si trasformino in cieca invidia e rancore distruttivo, ma in funzionale assertività, autorealizzazione e fonte di rigenerazione personale e strumento di creatività.


Come a dire: “L’incontro di una donna con se stessa è un gioco che comporta seri rischi. È una danza divina […]. Se nell’incontro non c’è il rispetto dovuto, allora un universo distrugge l’altro” (Coelho, 2006, p. 153).

Francesca Carubbi

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