L’amore nelle fiabe: la metafora dell’amore perduto e poi ritrovato

Freud sosteneva che l’amore fosse un sentimento così profondo e, a volte, destabilizzante, da sembrare una vera e propria psicosi, poiché, nel momento in cui amiamo, diveniamo maggiormente indifesi e vulnerabili.


Perché succede questo? Perché amare, in primis, significa rinunciare alla nostra chiusura narcisistica, aprendoci, da qui, a una danza di reciprocità che si staglia lungo un equilibrio non sempre perfetto, dove Il rischio di inciampare e cadere è sempre dietro l’angolo, in quanto l’arte di amare (Fromm, 1956) mette in moto anche paure recondite legate a nostre vecchie ferite relazionali.


Mi sovviene, in tal senso, il film “Caso mai” – interpretato da Fabio Volo e Stefania Rocca – dove la precarietà del loro rapporto, messo duramente alla prova da intenzioni e desideri non sempre conciliabili, è ben raffigurato da due pattinatori sul ghiaccio che, a causa di un’escalation di scontri, rischiano di cadere.


L’Amore, in effetti, è una caduta. Una caduta di un Ideale. Dell’Ideale che l’Altro possa compensare le nostre mancanze, la nostra fame di attenzione e di affetto.


Ed è per questo che l’Amore è così sovversivo, perché, paradossalmente, la sua forza si basa sul rispetto delle differenze, sulla consapevolezza che non può essere un rapporto totale e chiuso in se stesso, bensì, appunto, un movimento danzante fatto di vicinanza e distanza, di comprensione ma anche di mancanza di questa, di condivisione e di sacri spazi personali.


La forza dell’Amore si basa, altresì, sul desiderio che si coltiva tutti i giorni. L’Amore, infatti, non è una destinazione, ma una direzione esistenziale (Rogers, 1961), spesso contraddistinto da cicli di “vita e morte” (Pinkola Estés, 1992), di stasi e di rinascita.


E l’amore delle fiabe si basa proprio su questo.

Come ci ricorda Italo Calvino, infatti, checché se ne pensi, l’amore fiabesco non si basa sempre, come suggerisce il senso comune, sulla liberazione di una bella principessa, bensì sulla riconquista di un amore perduto. È così che succede ai protagonisti di “Raperonzolo “ e de “L’ondina nello stagno” (F.lli Grimm) e de “Il Palazzo delle Scimmie” o, perché no?, de “L’Uccell Bel – Verde” (Calvino, 1956).


Amori che rischiano di perdersi per strada, di non riconoscersi, di cadere in un pericoloso vortice di rabbia, odio e rancore.

Ma Amori che, allo stesso tempo, scelgono di fermarsi per confrontarsi e dialogare, al fine di reinventarsi, di lottare insieme verso una stessa direzione esistenziale: il Desiderio di stare insieme in quella grande meravigliosa avventura che si chiama Vita Piena (Rogers, 1961).

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it

Quando la Fiaba diviene Arte Terapeutica

Giuseppe Pitré, antropologo e scrittore siculo, grande conoscitore di Tradizioni Popolari (una delle sue opere maggiori, in tal senso, è “Fiabe, Novelle e Racconti Siciliani”, pubblicata nel 1875), vede in Agatuzza Messia, saggia popolana, la figura della Novellatrice.

Novellatrice è colei che diffonde, appunto, la Novella; quell’intreccio di Storie che si sono tramandate, di generazione in generazione, di bocca in bocca, e che hanno avuto sempre come protagoniste le nostre sfide quotidiane, i nostri inciampi, i nostri dolori, i nostri innumerevoli sforzi per risalire la china, per non soccombere, per ripartire.

La Novellatrice racconta Storie di Vita, di Vita Piena (Rogers, 1961) nella sua umana complessità.

Le Novelle o Fiabe, allora, possono essere ben considerate un nostro patrimonio biografico. Una raccolta di istantanee fotografiche, di scatti di momenti esistenziali. Di pensieri ed emozioni, descritti e sviscerati nella loro irriducibile Umanità.

In tal senso, mi ha sempre colpito la capacità della Fiaba di descrivere, attraverso un linguaggio fantasticamente popolare, la condizione umana in tutti i suoi aspetti.

Le Fiabe, infatti, non lesinano di certo i particolari dell’Umano. Sono minuziose in tal senso, in quanto sfugge molto poco alla loro attenzione: dalla descrizione delle atmosfere, dei panorami, della caratterologia dei personaggi che le popolano.

Ed è proprio per questo che le fiabe sono un’ottima fonte di apprendimento dell’empatia, per il fatto che quando le leggiamo, non possiamo fare a meno di immedesimarci, grazie ad un interessante gioco proiettivo, nelle vicende che si susseguono: le fiabe evocano l’emersione di sentimenti forti, legati, spesso, a conflittualità subcepite (Rogers, 1951) e non risolte.

Le Fiabe hanno il potere, proprio come l’arte psicoterapeutica, di fare emergere, attraverso la Narrazione, il rimosso, le nostre incongruenze e ambivalenze, i nostri conflitti estenuanti.

E, paradossalmente, “ciò che salva, da qui, l’essere umano è la sua possibilità di narrarsi. E la Fiaba è pura narrazione” (Carubbi, 2019, p. VIII).

Francesca Carubbi
www.psicologafano.com
www.alpesitalia.it

Riflessioni sul conflitto Donna/Materno in psicoterapia: Biancaneve dei F.lli Grimm in un’ottica Rogersiana

Tutti noi conosciamo Biancaneve (F.lli Grimm, 1812 – 15). Checché se ne pensi, Biancaneve è tutto, fuorché una fiaba romantica.

Anzi, insieme a “Cappuccetto Rosso” di Perrault (1697) e “Sole, Luna e Talia” di Basile (1634 – 1636), è uno dei racconti più complessi, “oscuri” (Castello, 2016) e, per dirla alla Calvino (1956), dagli aspetti alquanto truculenti (ad esempio, pensiamo alla scena in cui la Matrigna ordina al Cacciatore di uccidere Biancaneve e portarle, come prova, il cuore e il fegato): “Porta la bimba lontana nel bosco, non voglio più vedermela davanti. La devi ammazzare e portarmi a riprova fegato e polmoni”

A ciò si aggiunga il fatto che il Racconto, in modo non troppo velato, descrive le emozioni dei personaggi nella loro verità, nuda e cruda, senza troppi fronzoli.
Emozioni forti, ma umanamente reali, come è reale in ognuno di noi il lato “Ombra” (Jung 1912 – 1942), ossia le nostre proiezioni che difficilmente riusciamo a integrare nel nostro Sé.


“Biancaneve” ci parla, infatti, dell’esistenza, conflittuale e interdipendente, di vissuti ambivalenti e profondamente complessi, ma tremendamente umani: la competizione, l’invidia, la rabbia che può trasformarsi in odio, che convivono con vissuti di gratitudine, bontà, generosità e amore.


Se riflettiamo bene, le emozioni di Biancaneve rappresentano il vissuto ambivalente che si può riscontrare nei rapporti con il materno. O meglio nella convivenza, non sempre pacifica, tra il nostro lato Donna e quello di Madre. In che senso?


Rogers, in Psicoterapia Centrata sul Cliente (Rogers, 1951), per descrivere il fenomeno dell’incongruenza – ossia di uno stato nascente di tensione e di ansia, di frattura interiore, (Rogers, 1957), derivato dalla percezione della Persona di un conflitto tra costrutti, valori ed emozioni, antitetici e conflittuali, ma non riconosciuti nel loro profondo e vero significato organismico (ibidem) – prende in prestito proprio l’esempio di una madre che vive un conflitto tra la sua Struttura del Sé (la sua coerenza interna, ossia ciò che dovrebbe essere per essere accettata), che le ordina di essere sempre amabile, buona, gentile, forte e così via, e il suo Vero Sé (o Saggezza Organismica, ossia i suoi bisogni e desideri che non possono essere né sentiti né pensati, pena il giudizio esterno), che le suggerisce, al contrario, che oltre ad essere madre è anche donna, che è degna di indipendenza e soddisfazioni personali e che può provare, anche, emozioni di rabbia e di stanchezza verso i propri figli: un conflitto che si mostra attraverso specifici sintomi nevrotici (disturbi psicosomatici, disturbi di ansia, dell’umore…) (Rogers, 1951).


Tornando al presente, “Biancaneve”, utilizzata proprio durante una seduta, ha potuto facilitare la corretta simbolizzazione di aspetti relazionali ambivalenti: di amore e rabbia; di devozione ma anche di competizione; di emulazione, ma anche di invidia; di empatia, ma anche di narcisismo.


Aspetti, questi, ben rappresentati dai Personaggi – Biancaneve e la Matrigna – che altri non sono che le parti apparentemente discordanti e che necessitano di una loro corretta simbolizzazione (Rogers, 1951) e, da qui, integrazione nella personalità: Biancaneve che può ben rappresentare ciò che consideriamo più nobile e innocente in noi e i nostri tentativi di essere amabili e accettati, sacrificando anche la nostra vitalità.

Se pensiamo alla fiaba, Biancaneve più volte rischia di scarificare la sua Vita per ben tre volte, fidandosi ciecamente dei travestimenti della Matrigna.

Perché succede questo? Perché, Biancaneve, proprio come la cliente descritta da Rogers, troppo attenta ad essere accettata socialmente, non ha affinato, come ci ricorda Pinkola Estés (1992), la sua capacità di fiutare i pericoli, ossia non è riuscita ad attingere alla suo Locus of Evaluation interno (Rogers, 1951).


La Matrigna, d’altro canto, imprigionata nel suo Specchio, nel suo Narcisismo invidioso e rabbioso, non riesce a vedere l’Altro nella sua Soggettività e irripetibilità.


In tal senso, l’unione di Biancaneve e la Matrigna, consentirebbe alla donna/madre di essere congruentemente flessibile nei suoi aspetti umanamente ambivalenti: la donna/madre sa riconoscere che il lei esiste anche un’Ombra che necessita di essere integrata, affinché la Cura verso l’Altro non diventi sacrificio della propria vitalità e aspirazione, e affinché la propria rabbia, il proprio dolore non si trasformino in cieca invidia e rancore distruttivo, ma in funzionale assertività, autorealizzazione e fonte di rigenerazione personale e strumento di creatività.


Come a dire: “L’incontro di una donna con se stessa è un gioco che comporta seri rischi. È una danza divina […]. Se nell’incontro non c’è il rispetto dovuto, allora un universo distrugge l’altro” (Coelho, 2006, p. 153).

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it


Ciò che sembra non è: “L’anello magico” – fiaba trentina

“L’anello magico” (Calvino, 1956) è una fiaba molto interessante, non solo per il fatto che mostra il susseguirsi delle funzioni descritte da Vladimir Propp (1928), con particolare attenzione all’entrata in scena dell’oggetto magico – in questo caso, l’anello -, bensì per il fatto che tende a stravolgere ciò che sappiamo, o ciò che presumiamo di sapere, sulle fiabe.

O, meglio, ciò che pensiamo che siano. Ossia, luoghi di povere principesse in cerca di valorosi principi azzurri. Reami magici, intinti di rosa confetto. Dove la principessa è la povera sventurata, ingenua e innocente.


Beh… “L’anello magico” è tutto tranne che questo. L’antagonista, l’antieroe, in questo caso, altri non è che la principessa stessa che, inganna, un “giovane povero”, vero protagonista della fiaba, che verrà aiutato da amici animali.


Un giovane maturo e assennato, ma che, a causa della perdita della fiducia in ciò che gli suggerisce il suo Organismo (Rogers, 1951), cede all’inganno delle apparenze, ben simboleggiate dalla bella principessa, che riesce a rubargli l’anello, ossia a fargli perdere la rotta della sua esistenza, della sua Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980).

E saranno proprio i suoi amici animali – allegoricamente, la riscoperta della sua Saggezza – a restituirgli l’oggetto perduto.


Una fiaba che tende a sovvertire, quindi, i nostri stereotipi e pregiudizi, i dati di fatto oggettivi e immodificabili.

Come a dire: “L’anello magico” rompe gli schemi, suggerendoci, allo stesso tempo, come le fiabe non siano un prodotto unicamente infantile, ma quanto, invece, possano essere un valido aiuto anche per l’adulto, per il suo pensiero critico.

Per un pensiero che possa incarnarsi in una modalità di maieutica socratica, di apertura e interrogazione sulla realtà.


Una fiaba che, grazie, alla rottura di mappe cognitive rigide e disfunzionali, può promuovere importanti interrogazioni circa il nostro modo di categorizzare il reale, circa la tendenza, spesso automatica, di dipingere il mondo in bianco e nero o di abbracciare, in modo più o meno inconsapevole e acritico, visioni e dimensioni che non ci appartengono.


Una fiaba che ci informa che la realtà, in fin dei conti, è davvero una nostra costruzione soggettiva e irripetibile (Rogers, 1980), basata su personali valori, emozioni e costrutti che, per poterci definire “agenti di scelta liberi e responsabili” (Rogers, 1951), devono necessariamente emergere dalla nostra Saggezza Organismica (ibidem), ossia dalla fiducia in ciò che sentiamo come giusto e vero per noi, in modo maturo, libero e responsabile.

Una Saggezza essenziale, allora, per la saggia maturazione della nostra autorealizzazione, dei nostri desideri, per cui “Non è bene che l’uomo abbia troppo facilmente tutto quello che può desiderare”.

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it


Storie di un tempo che fu. La fiaba con bambini e anziani

L’incontro tra generazioni, nello specifico tra bambini ed anziani, è una realtà conosidata in alcuni Comuni italiani.

Case di Riposo hanno aperto le porte all’infanzia, al fine di una proficua trasmissione, non solo di esperienze da parte di chi è più maturo, bensì di preziosi contenuti emozionali, che promuovono, attraverso lo scambio di parole o storytelling, lo sviluppo dell’intersoggettività (Carli, Rodini, 2008; Fracassini, Carubbi, 2010) nei più piccoli (ovvero la capacità di saper mentalizzare lo stato emotivo e cognitivo dell’altro), quindi dell’empatia (Rogers, 1980), risorsa fondamentale per la nascita del rispetto, della collaborazione e cooperazione di Comunità (come insegna la Danimarca, dove l’empatia si insegna già nelle scuole primarie).

Cosa meglio delle fiabe, allora?

La fiaba, grazie al suo linguaggio concreto, semplice e di facile comprensione, aiuta il bambino a comprendere le emozioni, anche quelle più paurose e minacciose, grazie all’identificazione con i Personaggi che le rappresentano e gli permette di appredere come affrontare con resilienza e problem solving le varie sfide quotidiane (Carubbi, 2018).

Nel campo delle attività di networking, o lavoro di Rete, tra anziani e mondo dell’infanzia (Carubbi, 2019), “le fiabe popolari, le filastrocche, le nenie poplari di un passato non troppo remoto, raccontate da chi quelle fiabe le ha vissute e con le quali è cresciuto, consentono ai bambini di arricchirsi di una propria storia culturale, delle proprie radici sociali: permette di riconoscersi e di appropriarsi della propria storia e, quindi, della propria identità” (ivi; p. 29).

Nello specifico, attraverso l’incontro, i bambini più piccoli (asilo nido e scuola dell’infanzia) possono apprendere il valore dell’empatia e dell’accettazione e dell’autenticità e del rispetto, grazie alla figura del “vecchio saggio raccontastorie” (Carubbi, 2018) , rappresentato dall’anziano, che incarna il “novellatore” della fiaba.

Inoltre, lo scambio di esperienze, permette alle persone anziane di sentirsi protagonisti e proattivi, rafforzando il loro senso di appartenenza sociale.

Riassumendo, l’incontro tra generazioni (Carubbi, 2009; 2018; 2019), consente di:
– Promuovere il senso del rispetto, della cooperazione nei bambini;
– Rafforzare il senso di comunità e di appartenenza sociale nei bambini e anziani;
– Ridurre il senso di solitudine dell’anziano;
– Promuovere l’empatia, l’autenticità e l’accettazione nei bambini;
– Promuovere il senso di autoefficacia e di resilienza

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it

Cosa dicono le fiabe…

Le fiabe parlano. Parlano e narrano le nostre vicende. Le nostre emozioni, i nostri pensieri, i nostri valori, le nostre esperienze, i nostri segreti. Tutti, senza eccezione alcuna.


Le fiabe svelano. Svelano le nostre ipocrisie, l’illusione che il Mondo si divida in “buoni e cattivi”, che il bene sia solo da una parte della barricata.


Le fiabe uniscono. Uniscono individui, comunità e popoli, tra loro distanti e, sovente, in conflitto.


Le fiabe dialogano. Anzi, promuovono il dialogo; facilitano il confronto e elevano la domanda a curiosità sull’Altro.


Le fiabe interrogano e ci spiazzano. Interrogano le nostre certezze, mostrandoci come esse, sovente, siano palliativi per la nostra sicurezza, per difenderci da un senso di minaccia. Spiazzano le nostre convinzioni, considerate inviolabili e immodificabili.


Le fiabe emozionano. Emozionano perché narrano dei nostri sentimenti, soprattutto quelli a cui non possiamo dare voce. Ma che sentiamo… Eccome, se li sentiamo.


Le fiabe maturano. Le loro avventure ci fanno apprendere quanto, per diventare adulti, necessitiamo di attraversare innumerevoli sfide e che, per poter crescere, occorre abbandonare zone di comfort e iniziare ad esplorare la realtà che ci circonda, con tutte le sue incognite. Per dirla alla Battiato che “occorre morire un po’ per poter vivere”.


Le fiabe ci fanno crescere. Nelle fiabe non esiste solo l’eroe o l’eroina, bensì tutti quegli antieroi, che parlano di noi (Carubbi, 2018) con cui, volenti o nolenti, dobbiamo, dapprima, scontrarci, per, poi, attarverso l’incontro, integrare in noi, al fine di diventare “agenti di scelta liberi e responsabili” (Rogers, 1951)


Ecco perché le fiabe parlano: perché sono lo specchio del nostro Essere intero, senza sconti. Ed ecco perché, a qualcuno, le fiabe fanno paura: perché veicolano un messaggio vero, senza finzioni su di noi. Su tutti noi.

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it

Dirette Facebook 9 – 16 maggio 2020, ore 15:30

Sabato 9 maggio, ore 15:30, ci sarà la Diretta Facebook “La Fiaba nei contesti psicoeducativi” – 2° e 3° Modulo – l’educazione.

Sabato 16 maggio, ore 15:30, Diretta “Presentazione Paco e le sue storie”, Francesca Carubbi – illustrazioni Nada Salari – Alpes Italia, Roma

Le dirette verranno trasmesse dalla Pagina Facebook “Paco, le nuvole borbottone e PsicoFiaba”

Vi aspetto!

Francesca Carubbi

psicologa e psicoterapeuta

www.psicologafano.com

Autore e Co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma

www.alpesitalia.it

Sull’Amore: lettera di Raperonzolo ai bambini di oggi

Cari bambini… Mi avete chiesto di dirvi qualcosa sull’Amore.

Sì, miei cari, proprio quello con la “A” maiuscola; ma non per il fatto che creda all’amore vero, a quello, ossia, tanto decantato da chi le fiabe, alla fine, non le conosce appieno.

Voglio parlarvi dell’Amore Reale, quello quotidiano, quello che assomiglia a tutto tranne che a un panorama rosa. Quello che “alla fine vissero felici e contenti” dovrebbe essere letto come “alla fine iniziarono a vivere insieme, nonostante tutto”.


L’Amore di cui parlo io è quello che ho iniziato a vivere, uscendo dalla mia torre d’avorio, in cui ho vissuto tanti e tanti anni.


Sapete? Ero convinta che starmene da sola fosse la soluzione vincente della mia vita: perché mi sentivo protetta in un auto isolamento imposto. Lontana da tutti e da tutto, credevo di essere finalmente libera. Oh, ma quanto mi sbagliavo!


Quando, per la prima volta, ho sentito qualcuno che mi stava chiamando da fuori, non potevo credere alle mie orecchie… Qualcuno stava cercando me. Voleva me. Mi aveva scelto.


Ma non credete a quelli che pensano che mi abbia salvato il Principe Azzurro… Non, cari bimbi miei: mi sono salvata da sola nel momento in cui ho fatto entrare il mio “principe” nella mia vita. Quando ho deciso di uscire, con coraggio, dalla mia gabbia d’oro.


Quando mi sono aperta al Legame; quando ho voluto rischiare nella relazione, aprendomi alla persona di cui mi sono innamorata.


Quando, insieme, abbiamo deciso di unire le nostre vite e i nostri destini.


E, da lì, cari bimbi, è iniziato l’Amore Reale: quello che si costruisce giorno per giorno; quello che ci fa litigare e rimpiangere la nostra vita in solitudine; quello che vacilla e che ha piange; che rischia di farci divenire “ciechi” l’uno rispetto all’altro; che ci fa “vagare per i deserti” della nostra Anima; quello che, paradossalmente, in certi momenti, ci fa sentire più soli e distanti.


Ma, allo stesso tempo, è iniziato l’Amore basato sulla fiducia, il rispetto, sul calore, l’appoggio e il riconoscimento; quello che condivide, che scherza, che fa vibrare il nostro corpo e che ci fa emozionare.


Un Amore quindi, che si rinnova giorno per giorno, nonostante i continui trabocchetti da parte della Strega Cattiva.


Un Amore che è, allora, un viaggio, di cui possiamo sapere la direzione, ma non la destinazione, che si costruisce ora per ora momento per momento.


Un Amore Vivo e fremente.


Allora, miei bimbi, diffidate da chi vi vuol far credere che l’Amore raccontato dalle Fiabe sia semplicemente un “vissero per sempre felici e contenti”.

Chi vi racconta questo, forse, non ha letto le mille avventure, i mille ostacoli, i desideri di riscatto e di rinascita – quelli che io, per prima, ho vissuto – che hanno permesso il suo compimento.

Perché l’Amore questo è: un desiderio che si costruisce insieme.

La vostra Raperonzolo

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it

Il “matrimonio” nelle fiabe: semplice visione romantica?

Diciamoci la verità… Per molti le fiabe sono letture da eliminare, perché considerate anacronistiche, maschiliste…

Perché si parla sempre di una principessa che vuole sposare il suo principe. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Certo! Molte fiabe hanno come protagonista una nobile che, alla fine, riesce a sposare il suo Re.

Ma è altrettanto fondato il fatto che, da un punto di vista simbolico ed evocativo, il principe, la principessa e gli altri personaggi non sono rappresentazioni fedeli e concrete con la storia che stiamo leggendo (Carubbi, 2019). Come non lo è lo stesso concetto di “matrimonio”


La fiaba, infatti, come ci ricorda Propp, non è cronaca, ma un prodotto folkloristico che, attraverso l’intreccio fantastico e, spesso, surreale e improponibile ad una mente razionale e logica, narra vicende profondamente umane: si veda, ad esempio, la fiaba “Il pecoraio a Corte” del Montale Pistoiese, dove la stessa diventa “novella di furberia e storiella salace” (Calvino, 1993, p. 1066), con elementi paurosi e grotteschi (ibidem).


Calvino (1956; 1998), da un punto di vista narrativo – folkloristico, e Bettelheim (1975), da quello psicologico, ci mostrano come le fiabe, in termini di semiotica, siano, per dirla alla Pitrè, “novellatrici” di tutto ciò che parla di noi, soprattutto. delle nostri parti negate alla coscienza o non simbolizzate correttamente (Rogers, 1951): i nostri desideri, bisogni, speranze, timori, emozioni, valori…


Da questo punto di vista, allora, lo stesso “matrimonio” (che tanto viene criticato, in quanto considerato figlio di una visione antiquata e misogina), alla luce sia della tradizione del folklore orale – che ha voluto sempre narrare con un linguaggio inventivo la quotidianità, le incertezze, le paure e le lotte di un determinato popolo -, nonché di quella psicologica – che ha preso in prestito suddette ricostruzioni fantastiche come validi strumenti di indagine ed esplorazione dello psichismo (Carubbi, 2019) -, non può essere “sic et simpliciter” ridotto al suo significato concreto, ma occorre elevarlo a metafora.

Quindi, cosa può rappresentare, davvero, il “matrimonio” fiabesco?


Se le osserviamo bene, le fiabe narrano spesso sposalizi che non potrebbero esistere nella realtà: Antonio, il protagonista de “Il palazzo delle scimmie” si innamora, appunto, di una scimmia; Belinda di un Mostro; abbiamo una principessa che ama il “Principe granchio” o, perché no?, troviamo anche la sposa dell’”Orco con le penne”.


Come a dire: sarebbe davvero riduttivo leggere la fiaba come se fosse una cronistoria fedele alla realtà. Perché, semplicemente, questa non è.


In tal senso, quando parliamo di unione nei racconti fiabeschi, dobbiamo sempre considerare che, da un punto di vista psicologico, essa potrebbe rappresentare, ad esempio, un tentativo di “matrimonio” tra “parti di sé non simbolizzate, spesso tra loro conflittuali e non integrate. Pezzi contrastanti, personificati e antropoformizzati in personaggi/eroi che, nonostante le fatiche […] avranno un loro lieto fine” (Carubbi, 2019, p. 3).

In soldoni, un loro tentativo di unione.

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com

www.alpesitalia.it

Fiaba come strumento di mentalizzazione

Il concetto di mentalizzazione è molto affascinante, in quanto contempla la capacità dell’Essere Umano di pensare non solo i propri stati mentali, bensì quelli altrui.


In tal senso, la mentalizzazione presuppone l’empatia, in termini di ascolto dei vissuti dell’altro “come se” (Rogers, 1957; 1980) fossero i propri senza dimenticare la condizione del “come se”.


Da qui, affinché il bambino possa sviluppare questa importante dote metacognitiva, è necessario che il suo ambiente di riferimento possa divenire una preziosa “cassa di risonanza” dei suoi vissuti, in termini di rispecchiamento emotivo e cognitivo: il fatto che un adulto, in modalità “rêverie” (Bion, 1962), possa trasformare contenuti “indigeribili” per il bambino, ossia sopraffacenti e angoscianti, in elementi fruibili e pensabili, consente al bambino la possibilità di pensare, di dare senso ai diversi stimoli a cui non riesce a dare un nome.


L’adulto, allora, si pone come strumento di decifrazione del mondo. Traduttore di un caos che, se non potesse godere di un contenitore trasformativo, non consentirebbe la percezione e la costruzione di un Sé coeso, ma, al contrario, produrrebbe una sua frammentazione, con la conseguente incapacità, da parte dell’infante, di sviluppare la propria impalcatura psichica e, quindi, mentalizzante.


La mentalizzazione, allora, si forma attraverso una relazione significativa, veicolata da Cura affettiva, da Parole significative che rendono quel bambino un soggetto unico e irripetibile.


La mentalizzazione si sviluppa grazie allo scambio, compreso quello narrativo, che permette al bambino di immedesimarsi con gli stati mentali e affettivi altrui: ciò che attua lo stesso dispositivo fiabesco.


La fiaba, infatti, grazie all’identificazione con i personaggi, come ci ricorda Bettelheim (1975), consente al bambino di sentire e pensare il proprio stato psicologico, fatto di valori, costrutti ed emozioni.


Da un punto di vista rogersiano (Carubbi, 2018; 2019), nello specifico, il racconto fa sì che il bambino possa sviluppare l’empatia, l’autenticità e l’accettazione (Rogers, 1957): la fiaba permette “di entrare in uno “spazio sacro”, ossia “in un rispettoso ascolto di se stessi […] la fiaba facilita il bambino a comprendere e simbolizzare correttamente le emozioni anche quelle più paurose e minacciose” (Carubbi, 2018, p. 21).


Perché, allora, la fiaba è un importante strumento di mentalizzazione? Per il fatto che permette al bambino di essere “emotivamente competente” (Carubbi, 2018). Ed “essere emotivamente competenti comporta essere consapevoli delle proprie reazioni, percezioni ed emozioni e il sapersi autoregolare di conseguenza” (Carubbi, 2018, p. 22). Proprie e di quelle altrui.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta, Fano

www.psicologafano.com

Autore e co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma

www.alpesitalia.it

  • Per chi volesse approfondire l’uso della fiaba in campo psicoeducativo, rimando alle mie opere “Paco, le nuvole borbottone e altri racconti” (2018); “PsicoFiaba. L’uso della fiaba in ambito clinico e di comunità” (2019); “Paco e le sue storie” (2020). Tutti editi da Alpes Italia, Roma