I bambini e il concetto della morte

Introduzione

Nel mio lavoro come Psicologa dell’Emergenza ho potuto osservare che c’è una tendenza generale di genitori, insegnanti e anche Psicologi, nel ritenere l’idea di morte separata dall’idea che abbiamo di bambino.

Questo secondo me probabilmente perché c’è una difficoltà negli adulti a parlare di morte con i bambini. Non perché questi non ne abbiano una loro idea anche precoce, ma perché forse è proprio difficile dare una spiegazione anche a se stessi.

Vedremo più avanti come anche la letteratura spieghi molto bene come i bambini si avvicinino e affrontino l’idea della morte, ma in un intervento in emergenza mi sono trovata con altri colleghi a ignorare la questione.

L’evento traumatico

La mattina del 31 ottobre 2002 una scossa di terremoto uccise 27 bambini di prima elementare a San Giuliano di Puglia in Molise.
Altri 57 bambini rimasero sotto le macerie per ore.

Il 5 novembre è iniziato il mio intervento sul territorio.
Oltre ad applicare il debriefing con l’obiettivo di prevenire il disturbo post traumatico da stress [di cui si è parlato nell’articolo Il Debriefing psicologico in zone terremotate: un’esperienza diretta, pubblicato su HumanTrainer.com], avremmo dovuto avere cura dei bambini sopravvissuti.

Tra i nostri obiettivi c’era anche quello di organizzare le attività e il sostegno per loro, ma poi ci siamo fatti prender dai problemi pratici e ce li siamo “dimenticati”.
I volontari, subito dopo il terremoto, hanno lavorato tutto il giorno spostando le macerie con delicatezza per non provocare altri crolli e parlando in continuazione ai bambini rimasti intrappolati.

Bambini di seconda, terza, quarta e quinta elementare hanno sentito parlare e piangere i compagni di prima con i loro genitori, fino a quando questi bambini non hanno risposto più.

Conoscenze della morte legate all’età

Dalla letteratura scientifica (Sunderland M., 2007; Vianello R., Marin M.L., 1985; Markham U., 1997) apprendiamo che i bambini sperimentano il fenomeno della morte abbastanza precocemente.

Anche solo osservando le cose che “finiscono” (una torta, una candela, una canzone), che prima esistevano e poi non ci sono più, iniziano a distinguere cose che finiscono ma riappaiono e cose che finiscono e non tornano più.
In modo più specifico iniziano a vedere insetti o animali morti, incidenti stradali…

Iniziano a confrontare le varie immagini della morte che arrivano dalle favole con la loro esperienza quotidiana (la televisione li mette continuamente in contatto con la morte). Per questo gli adulti dovrebbero parlarne per chiarire e per fare in modo che non nascano idee distorte.

Prima dei tre anni, il bambino inizia a formarsi un’idea di morte vedendo insetti o piccoli animali e si dà delle spiegazioni (ad esempio se si va dal dottore si resuscita oppure pensa che muoiano solo i cattivi).

Quando inizia la scuola materna comincia a capire che la morte è una cosa reale ma pensa che si possa evitare, che sia causata solo da incidenti.

All’inizio della scuola elementare il bambino comincia a capire che la morte può colpire tutti e che può avere cause diverse.

Dai 7 o 8 anni è possibile una vera elaborazione del lutto e verso i 10 anni la morte assume caratteristiche di irreversibilità, universalità e imprevedibilità.

Durante l’adolescenza il ragazzo è affascinato dalla morte, ci pensa molto, ma ancora non si rende davvero conto del suo carattere definitivo e che possa toccare anche lui.

Come spiegare la morte

Per spiegare la morte ai bambini è utile parlarne come “assenza di vita”.
Di fronte a un imminente lutto è possibile parlarne attraverso racconti o storie o facendo degli esempi tratti dalla quotidianità che non coinvolgano il bambino emotivamente.
Ad esempio parlare di un insetto morto, di quello che faceva quando era vivo, di quello che non può fare più.

È importante parlare dei sentimenti, di come ci si sente tristi e di quello che si può fare (ad esempio seppellirlo). I bambini amano molto cerimonie e rituali (Sunderland M., 2007).

Frasi da evitare!

Sono da evitare tutte quelle frasi che di fatto si usano più spesso con l’illusione di rendere la morte più accettabile per il bambino.

Ad esempio dire: «Gesù lo amava così tanto che ha deciso di portarlo in paradiso» fa pensare al bambino che forse Gesù non ama lui come «chi si è portato via» e può desiderare di andare presto in Paradiso anche lui.

Usare metafore come: «L’abbiamo perduto», «Sta dormendo», «È volato in cielo» genera confusione e paura anche in/per cose normali (dormire, prendere un aereo).
Ansia, paura di addormentarsi da solo, incubi notturni ne sono la logica conseguenza.

Per aiutare il bambino a comprendere ed elaborare “l’irreversibile assenza/scomparsa” è meglio essere espliciti e usare la parola “morte” (Arènes J., 2000).

Reazioni a breve termine a una morte

In generale nei bambini si riscontrano una serie di reazioni a breve termine, via via più complesse o intense con l’innalzarsi dell’età e quindi della consapevolezza.

Di fronte alla morte di qualcuno, tanto più se “importante” (un genitore, un nonno, un amico…), il bambino può sviluppare uno stato di ansia, sia legato alla perdita vera e propria che conseguente al clima di tensione che respira intorno a sé.

Potrebbe sviluppare un attaccamento ossessivo nel tentativo di avere un controllo sulle persone e sugli eventi, cercando anche di non restare mai da solo.

Ad esempio potrebbe aver paura di entrare in una stanza da solo o di restare da solo in bagno, anche se prima non dimostrava nessun disagio: avere una persona “sotto gli occhi” lo rassicura sul fatto che questa non possa scomparire.

Il dolore associato a un lutto può comportare un aumento del Cortisolo (ormone dello stress) che, se non viene liberato (se il bambino non trova uno sfogo allo stress, un modo per rilassarsi) fa bloccare nel cervello ogni fonte chimica di piacere e il bambino diventa depresso (Sunderland M., 2007).

L’aumento dell’attività motoria aiuta il bambino a sfogarsi.
In particolare, quanto più il bambino è piccolo tanto più la “scarica motoria” (ossia agitazione, irrequietezza, “capricci”…) è il solo modo che conosce per esprimersi.

Spesso non riesce a piangere o a parlar della perdita perché aspetta quasi di vedere un adulto fare lo stesso per avere la sua “autorizzazione”.
La negazione, invece, è un meccanismo di difesa che deve avere una breve durata per non provocare fissazione nei comportamenti.

Spesso i bambini cercano di fare o pensare a cose piacevoli per distrarsi dal pensiero triste. A volte alcuni bambini si attaccano morbosamente a un oggetto, a un giocattolo, e si disperano se lo perdono di vista anche momentaneamente.

Reazioni a lungo termine alla morte

Così come per gli adulti le reazioni alla perdita di qualcuno possono essere suddivise in diversi stadi, che evolvono nel tempo.

Markham U., 1997; Sunderland M., 2007

Dalla teoria all’esperienza: l’intervento a San Giuliano

Con tutta questa “teoria” nella mente, nel 2002 sono arrivata a San Giuliano.
La situazione che io e la mia equipe abbiamo trovato era molto diversa da quella che ci eravamo immaginati, ma forse non avevamo avuto il tempo di immaginare molto.

Oltre a dar sostegno alle famiglie dei bambini morti nel terremoto, dovevamo occuparci anche degli altri bambini rimasti sotto le macerie e sopravvissuti o degli adolescenti che avevano perso un fratellino o un cuginetto.

Io forse mi immaginavo che le famiglie sarebbero state contente di essere ascoltate, e che i sopravvissuti fossero solo contenti di essere sopravvissuti. Invece nessuno aveva voglia di parlare e bambini grandi avevano razioni da bambini piccoli e viceversa.

Il sottotono degli adulti era in contrasto con il tono sopra le righe dei bambini e dei ragazzi. I bambini, nel campo attrezzato dalla Protezione Civile, erano lasciati a se stessi per quasi l’intera giornata.

Abituati comunque a vivere in un piccolo paese, dove si conoscono tutti, era “normale” giocare per strada tra di loro, stare in giro tutto il giorno e tornare magari la sera per mangiare. Nel campo gli adulti hanno continuato a lasciarli liberi, anche perché presi da altre preoccupazioni.

Effettivamente i bambini non correvano nessun pericolo, sempre sotto gli occhi di tutti, mentre i genitori si occupavano di recuperare oggetti dalle case inagibili, di chiedere prestiti, compilare scartoffie e recuperare coperte per proteggersi dal freddo.

Per tutto il giorno, fino a quando non è ripresa una sorta di lezioni nella tenda adibita a scuola, giocavano tra le tende, apparentemente allegri. Li si vedeva fermi solo durante gli orari dei pasti, seduti con la famiglia nelle lunghe panche della mensa della Protezione Civile.

Quando si è presi dai problemi pratici o concentrati a “soccorrere” chi piange e si dispera, è difficile pensare che chi ride o è iperattivo stia soffrendo altrimenti, sia traumatizzato.
Anche noi soccorritori abbiamo sottovalutato, o per meglio dire ignorato, questa fascia di “traumatizzati”.

Mentre i bambini “ipergiocavano” (passatemi il termine) e gli adolescenti avevano ricostruito il “muretto” parlando solo tra loro, gli adulti pensavano a risolvere le questioni pratiche.

Anche io mi sono fatta prendere dalle questioni pratiche, come il resto degli adulti (con la differenza che io ero una Psicologa che doveva pensare agli aspetti appunto psicologici!), e solo dopo settimane sono riuscita a soffermarmi a riflettere su quello che avevo vissuto e su come lo avevo affrontato (o evitato di affrontare).

Le attività delle varie associazioni si limitavano a dare momenti di svago e divertimento più strutturato rispetto al gioco libero, con l’obiettivo di distrarre e divertire.
Al campo sono arrivati personaggi famosi, giocolieri, clown e attori.
Ogni giorno i bambini si aspettavano un evento spettacolare e non venivano mai delusi.

In realtà l’attenzione di tutti, nel senso dei mass media, dell’opinione pubblica e di tutta Italia era rivolta a loro, ai “bambini sopravvissuti”. Senza dimenticare che eravamo in un periodo pre-natalizio, arrivavano camion di giocattoli, di panettoni, di vestiti, di soldi per loro.

Tutti i bambini avevano orologi nuovi, playstation, palloni firmati da giocatori, vestiti e nuovissimi conti correnti. I bambini sopravvissuti finivano per essere contenti di questa situazione, avevano più cose di quante non ne avessero mai avute, non riuscivano a scrivere la lettera a Babbo Natale perché era arrivato già tutto.

Mentre io cercavo di tenere fuori i giornalisti dal Campo, spiegando ai genitori che era meglio che non intervistassero i bambini, loro facevano a gara per avere più foto sul giornale o più autografi.

Probabilmente i bambini erano contenti per tutta quella attenzione e per i regali che non avevano mai ricevuto prima e contemporaneamente avevano sensi di colpa verso gli amichetti che non c’erano più, per essere sopravvissuti e aver ottenuto tutto quello “grazie” al terremoto.

Solo successivamente, dopo alcune settimane, si è riusciti a riprendere un ritmo più normale, con l’apertura della scuola, anche se per poche ore al giorno, e con interventi di sostegno rivolti ai più piccoli e attività mirate all’espressione dei loro sentimenti rispetto al terremoto e alla morte.

Solo dopo qualche tempo dal sisma è stato possibile intervenire psicologicamente.
Prima la realtà era troppo ingombrante, troppo lacerante per essere mentalizzata, da tutti grandi e piccoli, operatori inclusi.

Conclusioni

Al di là delle difficoltà oggettive, delle questioni pratiche che impegnavano il tempo e la mente degli adulti, credo che ci sia stata una difficoltà di tutti nell’affrontare il tema della morte con i bambini.

Ci si illudeva che loro potessero esserne tenuti fuori, che riuscissero a divertirsi da soli e non avessero bisogno di altro. Si regalavano loro oggetti perché non si sapeva che cos’altro dare.

Noi “Psicologi dell’Emergenza” pensavamo all’emergenza di chi piangeva o chiedeva esplicitamente aiuto.

Io, “Psicologa dell’Emergenza”, preferivo girare in macchina tra i paesi, cercare gli omogenizzati che mi avevano chiesto, fare liste di cose che servivano in un campo piuttosto che in un altro, parlare con la vecchietta che mi fermava nella mensa.

Cercavo di mimetizzarmi e dare una mano, senza mettermi il cartellino con scritto “Psicologa” o passare per le tende adibite ai colloqui.

Facevo la Psicologa in incognito.
Ma mi sentivo poco professionale rispetto ai colleghi che partecipavano alle riunioni, col cartellino al collo e l’agenda con gli appuntamenti.

In generale posso dire che il nostro intervento ha funzionato non nell’immediato, rispetto agli obiettivi di sostegno che avevamo, ma più nel lungo termine.

L’intervento precoce può porre le basi per una relazione futura.
Partecipare alla vita quotidiana, aiutare anche nelle cose pratiche e essere disponibili a colloqui estemporanei hanno aiutato a costruire una relazione di fiducia che poi, nelle settimane successive, ha permesso ai colleghi di svolgere un intervento più mirato e strutturato.

Le persone si sono spontaneamente ricostruite i loro punti di aggregazione abituali (il muretto, il bar, il barbiere) e il sentirsi coinvolte nella ricostruzione del paese e delle sue abitudini le ha aiutate a sentirsi utili e costruttive, quando intorno tutto era distrutto.

I soccorritori, invece, non sono riusciti a gestire in modo adeguato i mass media.
Gli Psicologi facevano a gara per accaparrarsi più utenti, avevano difficoltà a parlare seduti per terra o nella confusione dell’ora di pranzo, senza un “setting” abituale.

Di fatto credo che la nostra preparazione fosse troppo teorica e che non fossi preparata a tutte le cose concrete che ho visto. Non ero preparata a vedere bambini che giocano a calcio con i panettoni, ad ascoltare persone che mi raccontavano che il terremoto ha un “rumore”.

Per intervenire in modo efficace in questi difficili contesti, ci deve essere una capacità di allontanarsi dai libri, una elasticità mentale che nessuno ti può insegnare.
Credo serva una disposizione soprattutto caratteriale per poter essere così elastici.

Ho capito che ero molto preparata teoricamente, i libri li sapevo, ma essendo un mio primo intervento sul campo, la teoria non mi è stata non mi è stata molto di aiuto nella pratica, la “realtà devastante e traumatica” è un’altra cosa.

Paradossalmente mi ha aiutato aver fatto gli Scout, il non avere problemi a mangiare seduta per terra, senza potermi lavare le mani.

Di sicuro avevo troppe aspettative sulle nostre (mie) capacità e la cosa più difficile è stata sopportare la frustrazione e capire che un intervento deve partire dalla gente. Dobbiamo rispondere ai bisogni e non portare soluzioni precostituite che nessuno vuole.

Credo che un collega che cominci a fare questi interventi debba tenere a mente che il rischio è quello di farsi troppo coinvolgere emotivamente o, al contrario, rimanere di ghiaccio di fronte alla sofferenza e al dolore altrui.

Io oscillavo da un estremo all’altro, anche nell’arco della stessa giornata, ogni volta iper correggendo il mio comportamento.

Bibliografia

  • Arènes J., “Dimmi, un giorno morirò anch’io??, Magi, Roma 2000
  • Bertozzi L., “I bambini soldato“, Emi, Bologna, 2003
  • Brauner A., Brauner F., “Ho disegnato la guerra“, Erickson, Trento, 2003
  • Emili F., “Una casa per un po‘”, Magi, Roma, 2005
  • Fitzgerald H., “Mi manchi tanto“, La Meridiana, Milano, 2002
  • Lo Iacono G., Aiutare i bambini sopravvissuti a calamità, in “Psicologia e Psicologi”, Vol. 1, nr. 3, Erickson, Trento, 2001
  • Markham U., “L’elaborazione del lutto“, Mondadori, Milano 1997
  • Sunderland M., “Aiutare i Bambini… a superare lutti e perdite“, Erickson, Trento, 2007
  • Vianello R., Marin M.L., “La comprensione della morte nel bambino“, Giunti, Firenze, 1985
  • Zajde N., “I figli dei sopravvissuti“, Moretti e Vitali, Bergamo, 2002

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Torneremo a toccarci senza paura

(fino ad allora nulla ci vieta di pensarci tantissimo. E magari di farcelo sapere).

Ho trovato questa frase in questi giorni, rappresenta quello che sempre di più mi trovo a pensare in queste settimane. Come psicologa non sollecito il contatto con i pazienti ma non mi sottraggo se qualcuno di loro mi tiene la mano con insistenza salutandomi, o mi abbraccia o mi bacia andando via. La volta successiva magari ne parliamo. E spesso i pensieri vanno al senso del contatto fisico, a come lo viviamo nella quotidianità.

Aspetto i pazienti sulla porta, stringo loro la mano e chiudo la porta della mia stanza. Quando vanno via a volte tocco un braccio, una spalla se penso possa avere un senso. Tengo la mano se me la chiedono raccontandomi di un lutto, abbraccio se c’è qualcosa da festeggiare.

Già prima di chiudere lo studio negli ultimi giorni non ci stringevamo più la mano e le poltroncine erano più distanti del solito.

Ora che i colloqui sono passati in video chiamata, molti pazienti che non avevano l’abitudine al contatto mi salutano dicendomi che vorrebbero abbracciarmi, che lo fanno virtualmente e che lo faranno appena ci incontreremo di nuovo.

L’abitudine al contatto fisico è anche molto legata alla cultura, ed è la cosa che mi ha più colpito più di venti anni fa trasferendomi al nord da Roma: non è così comune salutarsi anche tra conoscenti con baci sulle guance, non ci si tocca quando si parla.

Al di là della relazione con i pazienti, che deve avere significati diversi, il contatto con le persone, amici o colleghi, difficilmente lo riesco ad evitare. Mi sforzo di rimanere distante solo se vedo un fastidio dall’altra parte.

In questi giorni alcuni saranno facilitati a mantenere le distanze di sicurezza e le indicazioni, altri soffriranno per questa mancanza di contatto. Altri sentiranno la mancanza di qualcosa di vitale.

Come per i neonati, anche per noi essere accarezzati permette di differenziare sè stessi dall’esterno, di percepire il proprio corpo e il proprio valore in base alla qualità del contatto.

I contatti di questi giorni si sono trasformati in telefonate, video chiamate, messaggi, audio, vignette e foto che permettono di dire “io ci sono e penso a te”.

Mi permette di non lasciare da soli i pazienti, vedendo un pezzetto anche della loro casa alle loro spalle (alcuni mi mostrano le piante o la libreria o le foto alle pareti), mi permette di mandare un messaggio (cosa che mai avrei fatto prima) per sapere come stanno le persone che non possono continuare i colloqui in videochiamata.

Perchè se ora non ci possiamo toccare, possiamo pensarci e dircelo, per poi tornare ad abbracciarci quando sarà possibile.

Con la consapevolezza di avere un modo prezioso di comunicare.

Io, che scrivo al computer, lavoro, telefono, cucino, leggo e prendo il sole dalla finestra sto aspettando soprattutto quel momento, perchè tra due giorni è primavera e “la pioggia ti bagna, ma il sole ti asciuga”.

Francesca Emili

www.francescaemili.it

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#comunicazione #abbracci #contatto #relazioni

L’amore al tempo del virus

L’amore al tempo del virus.
In questi giorni di isolamento iniziano a risaltare dinamiche che prima operavano silenti, nascoste nelle mille cose quotidiane che bisognava fare.

L’essere umano vive in equilibrio tra sistemi diversi, ha bisogno di spazi diversi che vanno a nutrire bisogni e necessità complementari tra loro.

Se anche la famiglia resta un valore per gli italiani, l’organizzazione della famiglia anche solo negli ultimi 50 anni ha subito delle trasformazioni radicali che a mio avviso hanno fatto perdere delle funzioni in realtà essenziali.

Se il mondo del lavoro ha permesso fortunatamente che anche le donne ricoprano ruoli di rilievo o siano fuori casa tutto il giorno, la cura dei figli (sempre meno numericamente) è ora condivisa con nonni o babysitter, i ragazzi hanno tutti i pomeriggi occupati da attività sportive o ricreative e durante la settimana ci si vede forse tutti insieme a cena, mentre il fine settimana si possono fare cose piacevoli (anche stare in casa senza fare niente), uscire, viaggiare, attività culturali.

Al lavoro si intessono relazioni anche significative, durante la settimana si frequentano gli amici.

Le donne che non lavorano si organizzano la cura della casa e dei figli in autonomia.

Questa convivenza forzata sta facendo saltare gli equilibri già precari di tutto questo, non è come passare le settimane di vacanza insieme, in cui si va in giro e si fanno cose piacevoli.

Coppie che da anni convivono con fatica si trovano 24 ore su 24 a gestire spazi e rapporti, figli piccoli che hanno un’attenzione di 15 minuti sui giochi o non sono abituati a giocare da soli, adolescenti che prima chiudevano la porta della camera per isolarsi dal mondo e ora sono isolati con i genitori dietro la porta di casa. Le relazioni clandestine che permettevano anche un equilibrio familiare sono a rischio. E la convivenza con figli diventati ingestibili è niente a confronto di chi si trova un uomo violento in casa, famigliari anziani e malati da accudire, persone con disabilità importanti.

L’essere umano ha bisogno di spazi personali, spazi di coppia e famigliari, spazi sociali. Ora tutto è concentrato in pochi metri quadrati e le famiglie scoprono quanto hanno delegato all’esterno, quanto è importante l’aiuto di nonni, badanti, centri ricreativi, scuole, quanta poca attenzione hanno posto a volte alle relazioni.

Bisogna tenere duro pensando a quanto apprezzeremo dopo questo momento, bisogna considerare di farci sostenere, ora anche a distanza, se sentiamo di aver bisogno di aiuto.

Questo spazio che sembra vuoto in realtà è troppo pieno e bisogna imparare a fare ordine nelle priorità, scoprire modalità nuove di rapportarsi, scoprire risorse che non si sospettava di avere.

Gli adolescenti insegnano ai genitori ad usare nuovi canali di comunicazione, i genitori scoprono che oltre alla televisione ci sono tante cose da fare.

Questo tempo deve portarci a recuperare le cose importanti, a fare attenzione al nostro giardino interiore, a scoprire che si può stare bene anche con poco, a capire meglio di cosa e di chi abbiamo bisogno e di cosa e di chi non possiamo fare a meno.

Francesca Emili

www.francescaemili.it

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La comunicazione è tutto

In questi giorni in cui il panico è dilagato sui social e tra le persone grazie ad una comunicazione ad hoc e senza controllo, appare evidente quanto le difficoltà di comunicazione stiano permeando tutti gli ambiti della nostra vita, con gravi conseguenze personali, di coppia e sociali.

Siamo ormai abituati ad una comunicazione veloce e istantanea, preferiamo whatsapp alle mail, sollecitiamo risposte se non arrivano immediatamente. Non siamo più capaci di descrivere i nostri sentimenti e ci affidiamo alle emoticon.

La comunicazione è stata facilitata dai mezzi degli ultimi anni, ma è diventata più superficiale e scarsa di contenuti.

Allo stesso modo ci stiamo abituando a non affrontare i sentimenti e le persone, a scappare di fronte ai chiarimenti e alle domande: il fenomeno ormai noto del ghosting permette di interrompere in modo netto la comunicazione e di sparire. Si evita di essere messi di fronte a se stessi, di dover giustificare comportamenti. Chi fugge non se la sente di affrontare l’altro, o i propri sentimenti, può essere anche una forma di difesa messa in atto da una persona fragile e che si sente inadeguata.

Ma comunicare evita gli equivoci, i malintesi, i non detti, che poi pesano nelle relazioni.

È importante saper comunicare bene ai bambini quando è in atto una separazione, spiegare cosa sta succedendo permette di non avere segreti che poi peseranno tutta la vita.

Non dare le cose per scontate permette di pulire la testa da pensieri e ipotesi che poi occuperanno troppo spazio fino a volte a sfociare in paure ingiustificate e senza controllo.

La mediazione familiare permette nelle situazioni di separazione di gestire al meglio la comunicazione, sia con i figli, che tra i genitori.

Allo stesso modo essere chiari con i colleghi, in famiglia, sui social e nei media in generale eviterebbe derive che poi è più difficile recuperare.

Spiegare ai bambini, con i dovuti modi e con le giuste parole quello che sta succedendo permette di non far nascere mostri.

L’attrazione per l’immediato, la spettacolarizzazione, il sentirsi protagonisti di un evento e per questo al centro dell’attenzione, ci fa perdere di vista l’importanza di guardarsi negli occhi, di abbracciarci, di dirci parole di rassicurazione e di esprimere i nostri sentimenti. E con il tempo diventa sempre più difficile.

Le parole sono importanti, sempre.

Francesca Emili

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