Trauma e narrazione: la Fiaba come “oggetto transizionale” delle paure del bambino

Trauma e narrazione: la Fiaba come “oggetto transizionale” delle paure del bambino.
Con il termine di Trauma indichiamo qualsiasi evento che, in termini soggettivi, provoca una risposta da parte dell’organismo di allarme e di profonda paura verso l’inevitabile cambiamento che l’evento in questione porta con sé.

In altri termini, il Trauma rappresenta l’intrusione o invasione di un dato di realtà che scombina, sconquassa e scuote il soggetto, perché lo mette a contatto con la naturale imprevedibilità  e mutevolezza dell’esistenza.

Se pensiamo a questi giorni caotici, ognuno di noi può ben capire cosa significhi far fronte a questioni di difficile comprensione e che, soprattutto, hanno a che fare con il proprio senso di sicurezza e incolumità. Tutto ciò amplificato da informazioni ridondanti, ambigue martellanti rispetto a ciò che sta succedendo. Una rincorsa alla notizia che, anche a causa dei Social, provoca, inevitabilmente, risposte di iperattivazione fisiologica, cognitiva ed emotiva, finalizzate al tentativo di rispristino di un precedente equilibrio e al controllo di ciò che sta accadendo, con il conseguente panico che dilaga sempre più: la massa, allora, diviene orda che agisce e non riflette sul da farsi.

I bambini ci osservano

In tutto questo meccanismo, non dobbiamo dimenticare che i bambini ci osservano e assorbono tutte le nostre emozioni, anche quelle non correttamente simbolizzate (Rogers, 1951), ma agite in modo repentino, come l’angoscia, con il rischio che il bimbo stesso si identifichi e faccia suoi queste modalità di risposta allo stress.

Il bambino, in tal senso, ha il diritto non solo di essere protetto, bensì di essere correttamente infirmato su quanto sta accadendo. E, soprattutto, che le sue emozioni possano essere espresse e pensate, senza distorcerle e negarle (ibidem) e senza il pericolo che il caos informativo lo destabilizzi più del dovuto.

In tal senso, in “Paco, le nuvole Borbottone e altri racconti” (Carubbi, 2018), descrissi proprio l’utilizzo della Fiaba, in termini rogersiani, come strumento di facilitazione alla lettura e ricostruzione emotiva degli eventi traumatici, non solo per il bambino, bensì per la famiglia stessa, ossia per quei genitori, che, per primi, possono avere difficoltà a spiegare a parole ciò che sta succedendo.

La Fiaba come “oggetto transizionale”

La Fiaba, infatti, a pari del gioco è, per dirla alla Winnicott, un valido “oggetto transizionale”. Anzi! Un efficace “Soggetto Transizionale”, perché è il bambino che, grazie all’identificazione con i personaggi (Bettelheim, 1975), può dare un senso, attingendo in modo attivo al proprio Potere Personale (Rogers, 1977), a ciò che vive, appunto, in modo soggettivo, unico e irripetibile.

Grazie alla narrazione, il bambino, allora, dà voce, al suo Sé Organismico (Rogers, 1951),  alla sua parte più autentica, più saggia e più vera. E, in special modo, a quella più impaurita e confusa.

Fermarsi, allora, a leggere, drammatizzare, inventare è ritornare a respirare dopo giorni di apnea. È nominare ciò che temiamo. È ritornare in un adeguato esame di realtà: come ci insegna Gilbert Chesterton “le favole non dicono ai bambini che le fiabe esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”.

Questo perché “ciò che salva l’essere umano è la sua arte di narrarsi… E la Fiaba è pura narrazione” (Carubbi, 2019, p. VIII).

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