Perché è importante credere nei bambini?

Durante le scuole Superiori, il mio voto in stesura dei testi – nei Temi, per capirci -, era sempre e comunque sette.

Né più né meno. Non perché scrivessi così male (magari, sì, qualche strafalcione grammaticale penalizzava la bontà dell’elaborato nel suo complesso, ma niente di così terrificante), o peccassi di mancata creatività. Anzi!


Già, all’epoca, la mia mente era fervidamente creativa e appassionata. Già, allora, amavo nutrirmi e arricchirmi di sapere. Quanto leggevo!. Adoravo, e adoro tutt’oggi, i libri: sono una di quelle persone che adorano annusare l’odore della carta. Dicono che sia una questione di genetica. Ma, poco importa.


E, allora, quale motivo avrebbe potuto giustificare quel discreto imperituri?
Oggi, da autore – tra l’altro, fino a poco tempo fa, non avrei mai pensato di scrivere libri – sono arrivata a ipotizzare che, probabilmente, non avevo avuto qualcuno che credesse in me. Nel mio Stile. In ciò che desideravo comunicare.


Semplicemente – sempre che così si possa affermare – i miei docenti di lingua italiana vedevano nei miei prodotti un qualcosa su cui non voler investire. In termini di fiducia nelle mie potenzialità.

Cosa che successe, invece, per quanto riguardava la mia attitudine educativa e psicologica: la mia Professoressa di allora fu, per me, il mio ambiente facilitante (Rogers, 1951), perché vide nella mia anima i primi abbozzi di una curiosità così profonda verso l’animo umano, che era certa che sarebbe divenuta, in un futuro prossimo, la mia vocazione.

E, così, avvenne…


La mia Professoressa di psicologia facilitò in me i semi dell’autorealizzazione e del mio Daimon (Hillman, 1997) o vocazione esistenziale. Ebbe fiducia nel piacere che provavo nello studiare con passione le sue materie.


Forse è per questo che ho scoperto, tardi, il diletto e la soddisfazione verso la scrittura. Perché, probabilmente, non avendo potuto godere di feedback arricchenti il mio potenziale, alla fine, cedetti anche io alla credenza che non fossi portata alla composizione letteraria, in tutte le sue forme.


Un costrutto che, alla fine, grazie al mio percorso terapeutico personale, si rivelò, non solo errato, bensì doloroso da accettare.

Doloroso, per il fatto che scoprii di essermi sempre identificata con una visione, altrui, profondamente incongruente e inconciliabile con la mia, autentica e vera. Ma a cui credetti. Perché? Perché, secondo me – ragazza diciasettenne – l’adulto era sempre stato, ai miei occhi adolescenti, il vero esperto circa il mio sentire.


In soldoni, sarificai la mia Saggezza Organismica (Rogers, 1951) agli altari di un Sapere passivo, per cui io ero semplicemente una discente e non un agente attivo, libero e responsabile nell’apprendimento.


Ecco, perché, è fondamentale facilitare nel bambino la sua autorealizzaizone, ciò che ama, i suoi talenti.

Ciò che lo nutre nel profondo del suo animo: perché gli offrirete un dono immenso, quale quello di attingere alla sua fonte di felicità, alla sua “peak experience” (Maslow, 1962), ossia alla sua sorgente inesauribile di viva creatività, grazie alla quale potrà, sì giungere alla propria soddisfazione e a credere in se stesso, ma anche, come ci insegna Viktor Frankl, sopra – vivere ogniqualvolta si sentirà spaesato, solo, impaurito e addolorato.

Francesca Carubbi

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