Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo?

Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo?
Con il termine di “Nativi Digitali”, Prensky,  colui che coniò il termine nel 2001, indica le nuove generazioni nate a cavallo degli anni 2000, in concomitanza con la proliferazione della Rete e delle Nuove Tecnologie.

I Nativi Digitali

Il concetto di “Nativi digitali”, da qui, segna anche un importante spartiacque tra gli stili di apprendimento che hanno caratterizzato, e che caratterizzano tuttora, dei “migranti digitali” (termine che sta a indicare le generazioni più “anziane” rispetto all’avvento della Rete e che, per stare al passo con i tempi, hanno dovuto imparare l’utilizzo e i meccanismi della stessa) e dei nativi, di cui sopra.

Tralasciando l’enorme opportunità di apprendimento e di lavoro che le nuove tecnologie hanno apportato alle persone di oggi (pensiamo, ad esempio alle Piattaforme FAD,  alla LIM, all’uso degli e – book reader, dei Tablet, a tutti gli strumenti compensativi e di abilitazione per i DSA, che permettono di raggiungere importanti traguardi scolastici senza discriminazioni, e, perché no? alle modalità di Smart Working), voglio, comunque, porre alcune riflessioni circa il profondo mutamento che le nuove tecnologie hanno apportato nel campo della cognizione, non solo in termini cognitivi, bensì emotivi, in termini di rischi reali

Educazione Confluente

Da qui, mi focalizzo sul concetto rogersiano di “educazione confluente” (Bruzzone, 2007), dove idee e sentimenti sono fusi tra loro. Dove le aree del Sapere, del Saper Fare e Saper Essere sono complementari e interagenti.

Innanzitutto, dobbiamo constatare quanto lo stile di apprendimento, a tutt’oggi, sia contraddistinto da modalità “iconiche”: le fake news, da qui, ci informano, quanto, tendiamo a porre uno stile di apprendimento, appunto, iconico o veicolato da immagini, soprattutto ad alto impatto emotivo. Pensiamo, in tal senso, alle notizie che circolano in questi giorni: molti post Social sono accompagnati da immagini o icone che tendono a surclassare il testo connesso. In altri termini, si sta perdendo la sana abitudine di approfondire ciò con cui si viene a che fare. Le ricerche, a differenza di anni fa, diventano meno accurate, più veloci, istantanee, a spot.

Internet ci permette tutto questo: l’immediatezza dell’informazione, che non sempre corrisponde alla sua accuratezza.

Cosa produce tutto questo? In primis, un apprendimento passivo, in quanto non ci assumiamo la responsabilità di verificare attivamente l’attendibilità della notizia; una maggiore deresponsabilizzazione rispetto al pericolo di disinformazione che perpetriamo attarverso condivisioni di contenuti non veri; una minor capacità di comprensione, non solo del testo scritto, bensì del suo meta messaggio.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il saper leggere correttamente, ovvero la capacità di decodifica del testo scritto, non sempre equivale alla capacità di comprensione, ossia del coglierne il senso.

Si tende, poi, a leggere e ad approfondire molto meno: la velocità di apprendimento che offre la Rete fa in modo che, progressivamente, tendiamo a sviluppare sempre più delle “scorciatoie cognitive”, che si basano su un’emotività non correttamente integrata alla coscienza (Rogers, 1951)  e che tendono a confermare le nostre convinzioni, senza la possibilità flessibile di porle in discussione, alimentando così i nostri “bias” cognitivi, ossia i nostri errori nella lettura critica e costruttiva della realtà (Rogers, 1980).

Sappiamo, in tal senso, quanto la lettura, soprattutto per i bambini che sono nel pieno della loro plasticità neuronale, non solo amplifichi il nostro vocabolario, ma permetta lo sviluppo di una qualità fondamentale per l’Essere Umano: l’empatia.

Ed è qui la forza dell’unione tra cognizioni ed emozioni: il fatto che, grazie all’approfondimento letterario, non solo consentiamo lo sviluppo della cognizione cognitiva, del senso critico, delle capacità di meta comprensione, bensì, grazie all’identificazione attiva con i personaggi (a differenza di ciò che succede con la televisione, i videogiochi, i Social, dove il rischio è la depersonalizzazione, deresponsabilizzazione e la passività dell’apprendimento), possiamo promuovere il sano sviluppo dell’empatia, ossia della capacità di entrare in contatto con il vissuto di un’altra persona, “come se” (Rogers, 1957) fosse il nostro, promuovendo, da qui, come ci insegna Brené Brown, connessioni e non disconnessioni.

Analfabeti funzionali

In altre parole, se basiamo l’acquisizione delle conoscenze solo su un Sapere tecnologico, spesso fittizio e non corretto, perdiamo per strada non solo potenziali “analfabeti funzionali”, ma alimentiamo risposte emotive disfunzionali e non efficaci, perché basate sul contagio emotivo e non su una loro corretta simbolizzazione cosciente (Rogers, 1951). Promuoviamo, allora, involontariamente risposte espulsive verso l’altro che, a causa, di spersonalizzazioni e rigidità emotive e cognitive, diviene il nemico da combattere

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