Truffe affettive on line, le azioni legali.

Truffe affettive on line, le azioni legali
Purtroppo molto spesso la vittima di truffa affettiva on line, non sa di essere tale.
La sua volontà viene annientata e ridotta ad uno stato di totale soggezione nei confronti del carnefice, ad uno stato di fragilità emotiva tale da rendere impossibile una libera autodeterminazione.

Se la condizione sfugge alla vittima, non è così per i familiari, gli amici e le persone che si trovano a lei vicine.

Che fare una volta che ci si rende conto che nostra madre, nostro padre, un nostro amico, un conoscente, è vittima di una truffa?
Dopo essersi resi conto che parlarne con il diretto interessato non ha alcun effetto positivo, ma anzi suscita una maggiore chiusura nei nostri confronti, se non un allontanamento vero e proprio, che fare? 

Il primo aspetto che sicuramente tenderemo a valutare, sarà quello economico. Penseremo che la prima cosa da fare sia trovare un modo per tutelare i risparmi della vittima e far sì che diventi per lei impossibile utilizzarli, nell’attesa e nella speranza che giunga la consapevolezza.

Ma come fare materialmente?
Quali sono i passi da compiere quando si è vittime di truffe affettive?

Innanzitutto è necessario rivolgere, al Tribunale del luogo in cui la vittima ha la sua dimora abituale, la richiesta di nominare un amministratore di sostegno, ossia un soggetto che possa affiancare la persona che si trovi anche temporaneamente in uno stato di fragilità emotiva o psichica e che abbia il potere di impedire che compia atti di disposizione di natura economica o patrimoniale.

L’Amministratore di sostegno.

La figura dell’amministratore di sostegno, è sicuramente la più idonea per tutelare le condizioni patrimoniali della vittima di truffa affettiva; come affermato anche dal Tribunale di Ravenna con sentenza emessa il 04.02.2021 all’esito di una causa in cui il marito e le figlie di una donna vittima di truffa affettiva, chiedevano al Giudice la dichiarazione di inabilitazione e nomina di un curatore.

Il collegio giudicante ha stabilito che l’inabilitazione non fosse la misura più adatta a tutelare la posizione della vittima, poiché il curatore avrebbe comunque avuto capacità di intervento limitata alla sola amministrazione straordinaria dei beni.

Il collegio ha invece stabilito che l’amministratore di sostegno rappresenta lo strumento di assistenza più idoneo fra quelli previsti dalla legge per la tutela degli incapaci, per chi si trovi nell’impossibilità anche parziale di provvedere ai propri interessi, poiché incentrato anche sulla cura della persona e poiché in grado di intervenire nel quotidiano.

Questo al fine di impedire alla vittima di disporre liberamente dei propri beni e del proprio denaro, limitando il protrarsi delle truffe.

Avv. Francesca Gorini
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Come mi rovino con lo shopping: shopping compulsivo e amministratore di sostegno

Cosa è lo shopping compulsivo?

Fare acquisti è un’attività normale nella nostra società. Anzi, è qualcosa che viene incentivato all’interno di uno stile di vita fortemente consumistico. Può quindi essere difficile riconoscere il limite tra normalità e patologia in un comportamento considerato legale. Lo shopping però può trasformarsi in un comportamento compulsivo e richiedere, nei casi più gravi, un amministratore di sostegno.

Lo shopping, invece, così come altri comportamenti quali il lavoro, l’assunzione di cibo, una relazione patologica, può diventare una vera e propria dipendenza.

In  questo caso non si fa uso si sostanze illecite; l’oggetto del desiderio/dipendenza è un comportamento che normalmente è accettato da tutti e, per la maggior parte delle persone non costituisce un problema.

Ciò che lo rende una dipendenza è il meccanismo che si innesca e le conseguenze che possono essere anche molto gravi dal punto di vista economico, ma anche familiare e sociale.

Si stima che ne soffra circa l’1-6% della popolazione, con un rapporto fra donne e uomini di 9 a 1, anche se gli uomini non ne sono del tutto immuni.  La fascia d’età più colpita va dai 25 ai 35 anni

Attualmente questo disturbo rientra, all’interno del DSM-5, tra i disturbi correlati al Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Non è ancora stato inserito all’interno delle dipendenze comportamentali, ma, nella pratica clinica, viene riconosciuto e trattato come tale.

Lo shopping per colmare un vuoto interiore

Nella nostra società stanno prendendo sempre più piede i valori basati sulla bellezza, l’esteriorità, l’immagine, sostituendosi ai precedenti modelli di pensiero legati all’impegno, al fare, al produrre. Questo ha portato ad una sempre maggiore diffusione del senso di vuoto, della noia e della difficoltà (se non incapacità) di affrontarli facendo ricorso alle proprie risorse personali interne. Ecco che si tende a riempire immediatamente quel buco con qualcosa che possiamo trovare a portata di mano, nel più breve tempo possibile.

Il circolo della dipendenza

Il rischio di questo meccanismo è che vada ad innescare il cosiddetto “circolo della dipendenza” in cui: succede qualcosa di spiacevole-non riesco a contenere le emozioni negative-trovo qualcosa di esterno che mi “aiuta” a gestire quelle emozioni.

E il danno è fatto: perché la soddisfazione che provo da ciò che può essere un acquisto (ma anche dal mangiare o bere qualcosa, dall’andare a giocare ecc..) mi fa stare meglio temporaneamente, ma mi fa credere che quello sia l’unico modo per superare le difficoltà. In questo modo delego all’esterno una capacità che invece dovrei scoprire internamente.

Come riconosco se ho un problema?

Comprare ogni tanto qualcosa per ricompensarci o per farci “una coccola” non è sicuramente una tragedia, anzi. Quali sono allora gli indicatori di allarme che devono farci riflettere sulla possibile presenza di un problema?

  1. Gli acquisti si ripetono più volte a settimana: in media 3-4 volte alla settimana con un dispendio di tempo medio di circa 8 ore
  2. Non importa ciò che compro, ma il poter soddisfare un bisogno incontrollabile
  3. Il denaro che investo è eccessivo rispetto alle mie possibilità
  4. Fare shopping diventa qualcosa di irresistibile, anche so che non dovrei farlo perdo il controllo
  5. Se non posso comprare avverto ansia e frustrazione
  6. Nella fase di corteggiamento, cioè prima dell’acquisto, provo una sensazione di eccitazione e soddisfazione
  7. Quando arrivo a casa mi sento in colpa e provo senso di vuoto, tristezza e vergogna

Chi è lo shopper compulsivo?

Vediamo insieme quali sono le caratteristiche di chi fa shopping compulsivo fino ad arrivare alla necessità di nominare un amministratore di sostegno. 

Ciascuna situazione ha caratteristiche specifiche e quindi non è possibile generalizzare. Alcune delle caratteristiche comuni a chi soffre di questo disturbo sono:

  • Basso livello di autostima
  • Forte senso di inadeguatezza
  • Difficoltà a tollerare la frustrazione
  • Impulsività
  • Tendenza al perfezionismo
  • Tendenza a fantasticare

Il contesto familiare di solito è un luogo in cui il bene materiale viene utilizzato come dimostrazione di affetto. “Se sei bravo ti compro…” è una delle frasi più ricorrenti. Le manifestazioni affettive sono scarse e l’educazione è spostata più sul versante materiale che su quello affettivo.

Quale terapia?

 Importantissimo è che la persona acquisisca la consapevolezza del problema.

Questo non è facile perché fare acquisti è un’attività lecita e il confine tra normalità e patologia può essere labile.

Inoltre, chi ne soffre tende a spostare all’esterno la responsabilità del proprio comportamento “personalizzando” gli oggetti (ad es. dire che quella maglietta era lì per me, sembrava che mi chiamasse…)

I trattamenti più efficaci sono la terapia:

  1. individuale: che aiuta il paziente a riconoscere la vera causa del problema e il significato profondo del suo disagio
  2.  di gruppo: serve a contrastare il sentimento di solitudine e incomprensione che spesso vive chi soffre di questo problema e aiuta a riequilibrare l’immagine distorta di sé e del proprio comportamento.
  3. farmacologica: nei casi più gravi serve a pensieri ossessivi e comportamenti impulsivi relativi agli acquisti.

Shopping compulsivo e amministratore di sostegno

 Anche se questa patologia non è ancora stata inserita in modo specifico all’interno del DSM-5, è innegabile che possa causare gravi sofferenze e avere significative conseguenze nella vita della persona che ne è affetta.

Il Tribunale di Varese,[1] ha disposto, nei confronti di una donna affetta in modo grave da shopping compulsivo, un’amministrazione di sostegno che potesse aiutarla a recuperare una sana capacità di gestione dei propri risparmi. In questo modo, richiamando anche la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità[2], il giudice ha esteso anche a chi soffre di shopping compulsivo le norme a tutela dell’incapace.

https://amori4puntozero.it/vanessa-mele/

[1] Trib. Varese, sent. del 03.10.2012.

[2] Convenzione sui diritti delle persone con disabilità New York 13.12.2006 ratificata con Legge  n.18 del 03.03.09.

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Intervista alla Dr.ssa Antonietta Albano, psicologa – psicoterapeuta, sessuologo clinico di Parma

Intervista alla Dr.ssa Antonietta Albano, psicologa – psicoterapeuta, sessuologo clinico di Parma

Al link seguente, l‘intervista alla Dr.ssa Albano su omofobia e bisessualità, rilasciata al Quotidiano “Ilparmense.it“: “Accettando le diversità, ci arricchiamo”

https://www.ilparmense.net/parma-dtssa-antonietta-albano-omofobia-bisessualita-intervista/

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Gaslighting : il “gioco” perverso degli inganni nella relazione affettiva

Gaslighting : il “gioco” perverso degli inganni nella relazione affettiva.
La violenza all’interno delle relazioni può assumere molte forme diverse. Non ci sono solo i maltrattamenti fisici, più evidenti e riconoscibili. Esistono forme subdole di violenza psicologica che si annidano tra le mura domestiche, che possono scaturire da una relazione non sana.

Ma che cosa è il  gaslighting?

E’ una forma di abuso psicologico basato sulla manipolazione mentale della vittima (di solito, ma non sempre il partner)  che viene messo in atto per fare in modo che la vittima cominci a dubitare sempre di più di se stessa, dei propri giudizi, della propria percezione della realtà. Fino a pensare di stare impazzendo.

Da dove deriva il nome?

Il nome gaslighting deriva da un’opera teatrale del 1938 (“Gas Light ). Protagonista è una donna che viene indotta dal marito a dubitare delle proprie facoltà mentali. Il marito si finge preoccupato per la salute della donna, ma il suo vero scopo è portarla alla pazzia per liberarsi di lei ed ereditare i suoi averi. Quale tecnica usa il marito per far impazzire la moglie? Alza e abbassa le luci a gas di casa (gas light appunto) facendo finta di nulla.  Questo porta la vittima a pensare di non potersi più fidare di se stessa, dei propri pensieri, né delle proprie percezioni.

Perché viene agito in una relazione?

Quali ragioni può avere oggi un partner che cerca di distruggere la personalità della propria compagna? (parlo al maschile perché la maggior parte dei gaslighter riguarda uomini, ma, potenzialmente, è un fenomeno che può verificarsi anche al femminile).

Solitamente il motivo è il desiderio di distruggere l’autostima dell’altro per controllarlo e renderlo dipendente sia fisicamente, sia psicologicamente da sé.

La vittima è del tutto inconsapevole di quello che sta vivendo. È anche per questo che risulta così difficile uscirne. Comincia a sentirsi sempre più fragile, dipendente e bisognosa di cure. Questo la porta a dipendere totalmente dal suo aguzzino che viene idealizzato come unica persona capace di starle vicino nonostante le sue debolezze.

La percezione di sé come persona debole, fragile e incapace porta la vittima ad allontanarsi sempre più da altre relazioni fino ad isolarsi quasi completamente. La coppia diventa l’unica relazione importante e questo, ovviamente, difficilmente la porterà a chiedere aiuto.

Come viene messo in atto il  gaslighting?

Il processo di manipolazione si articola lungo 3 fasi principali:

  1. incredulità: la vittima è ancora sicura di sé e delle proprie capacità e contrasta il gaslighter. Pian piano però la comunicazione diventerà distorta: silenzi, messaggi contraddittori, battutine sottili, ma che tendono ad umiliare la vittima. La comunicazione serve per confonderla e iniziare a instillare il seme del dubbio. Ad esempio dire alla moglie che è stata lei a lasciare i fari dell’auto accesi (quando invece è stato lui); dire che certi vestiti non le stanno più bene come prima, oppure che dovrebbe fare più esercizio fisico perchè le farebbe bene sono tutte frasi che, prese singolarmente non significano molto, ma sommate tutte insieme, ogni giorno e per lungo tempo portano la vittima alla completa confusione.
  2. Difesa: la vittima cerca di convincere il suo partner che ciò che dice non è vero, facendo leva sulla realtà.

3.Depressione: tutti gli sforzi di cambiare la realtà sono inutili. La vittima comincia a perdere energia e a convincersi che ciò che dice il partner sia la verità. Arriva quindi ad arrendersi e, convinta della buona fede del suo persecutore, a dipendere sempre più da lui.

Chi è il gaslighter/manipolatore?

Ci sono diversi tipi di gaslighter tutti manipolatori, ma con diverse maschere.

Possono incantare la vittima con il loro fascino. Oppure presentarsi come il bravo ragazzo che fa tutto per il bene della sua compagna, attraverso un pericoloso “controllo premuroso” In altri casi invece il manipolatore è più autoritario e può arrivare ad aggredire verbalmente la vittima e a sgridarla per le sue mancanze.

Come fare a riconoscere se si è vittima di questa perversione?

Per riconoscere se sei vittima di questa situazione prova a pensare se:

  • senti che tutto ciò che dici non è vero o viene usato contro di te;
  • il partner nega ciò che fa e da sempre la colpa a te
  • il partner mette in dubbio tutto di te, da ciò che dici a come ti senti; nega anche l’evidenza
  • il partner cerca di fare tabula rasa attorno a te
  • non accetta critiche né è disponibile al dialogo
  • ti senti soffocare dentro alla relazione perché qualsiasi cosa fai non è mai giusta o viene travisata

Come faccio ad uscirne?

Come abbiamo visto non è facile uscire da queste situazioni perché la vittima non riesce più a riconoscere di avere dei pensieri autonomi. Ma quando il disagio diventa molto forte (e si può manifestare anche attraverso sintomi fisici) può essere utile mettere in atto una serie di strategie:

  • ascoltare come ci sentiamo; una relazione sana deve farci stare bene!
  • informarsi e conoscere meglio questo fenomeno
  • acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che accade nella relazione osservando come si comporta il partner
  • vedere se cade in contraddizione rispetto a ciò che dice
  • valorizzare le amicizie e i rapporti sani, le relazioni con persone che ci apprezzano. Queste ci permettono di riconoscere il meccanismo perverso e distorto in cui siamo caduti.

Il gaslighting è reato?

Non esiste una legislazione specifica e quindi il gaslighting non è configurabile come reato vero e proprio. Rientra però all’interno di quello che il nostro Codice Penale definisce maltrattamenti in famiglia e violazione degli obblighi familiari (art. 570 e 572 CP).

D.ssa Vanessa Mele Psicologa Psicoterapeuta Amori 4.0

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Il lupo nel buio: perché le storie sono amiche delle paure e della autenticità infantile.

Il lupo nel buio: perché le storie sono amiche delle paure e della autenticità infantile.

Il buio e il lupo hanno sempre spaventato i bambini.
Nello specifico, il lupo è spesso l’antagonista d’eccellenza nelle Fiabe: pensiamo, ad esempio, alla celeberrima Cappuccetto Rosso, al Lupo e i Sette Capretti, i Tre Porcellini.


Del buio potremmo dire altrettanto: è ciò che non si conosce, che amplifica i suoni sinistri quando dormiamo.

È il buio che ci fa tremare porte dalla paura, che fa chiamare “Mamma! Papà!”, durante la notte, il bimbo spaventato.

Ma è davvero così?

Perché, se è vero che il lupo e il buio sono percepiti come entità minacciose, è altrettanto fondato il fatto che entrambi sono stati la provvidenziale benzina per la creazione delle novelle popolari, delle fiabe antiche e moderne e, non da ultimi, dei tanti e meravigliosi albi illustrati – compresi i silent book – che popolano gli scaffali delle nostre biblioteche e librerie.

Racconti che hanno aiutato e che aiutano tuttora a sublimare le nostre paure più intime e le nostre pulsionalità mortifere e aggressive, che, checché se ne pensi o se ne dica, sono anch’esse proprie dell’Universo Infantile: “L’infanzia ha da essere edulcorata, bionda, incantevole, perché questo fa parte dei bisogni proiettivi dell’uomo. Ma l’altro aspetto, più nascosto, meno riconosciuto, della dispettosità, del capriccio, della protervia, fa ridere di liberazione in partecipe soddisfacimento, piccoli e grandi” (Pagnoni, Corvo, 2002, p. 49).

Ecco allora, il potere del Racconto: osservare e contemplare con saggia leggerezza gli aspetti più indigesti del nostro Sé, che abbiamo necessità di proiettare sull’Altro, all’infuori di noi.

La fiaba, allora, è profondamente etica: perché, grazie alla sua continua, circolare, benefica litania dell’”Ancora! Ancora!”, dando fine all’ipocrisia, ci fa recuperare autenticamente i nostri pezzi sparsi, fatti di emozioni sopraffacenti, vissuti indigesti e ombrosi, parti di Sé non nobili (in poche parole, le nostre parti buie e i nostri lupi interiori), in modo giocosamente e liberamente responsabile.

Francesca Carubbi

www.psicologafano.com
www.alpesitalia.it

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Dalla Fiaba Popolare alla Fiaba Moderna

Dalla Fiaba Popolare alla Fiaba Moderna

Se la fiaba tradizionale si contraddistingue per una morfologia ben definita, trasversale a tutte le culture (Propp,1928), e per le sue caratteristiche di unidimensionalità e astrattezza (Luthi, 1946); dove lo stile narrativo – contenutistico risente, inevitabilmente, sia dell’humus socio – culturale di appartenenza (anche se come ci insegna Propp “la fiaba non è cronaca”) nonché delle trasformazioni di contenuti di carattere sacro e mitologico (Calvino, 1956).
La fiaba moderna, d’altro canto, rappresenta la metamorfosi di questo racconto popolare – orale/arcaico – simbolicamente desacralizzato (Buttita, 1933), in un prodotto il cui fine non è tanto quello di, come ci ricorda Rossi in prefazione a le “Fiabe Marchigiane”(cit. In Carubbi, 2019), tenere unita una comunità dinanzi all’incognita del pericolo attraverso la sublimazione di paure rispetto al non conosciuto, bensì quello di offrire una nuova tipologia del narrare ricco di “fatti ludici, sociali e filosofici” (Rodia, 2012, p. 131) e che possa servire a “ricomporre un mondo con la fantasia, utilizzando le informazioni che la società produce” (ivi).

Così fa, ad esempio, Marcello Argilli che cerca di concretizzare lo stile tipicamente astratto, quale quello della fiaba popolare, per avvicinarlo maggiormente al bambino reale e alle problematiche sociali in cui è immerso, ridando nuova vita ai “vecchi personaggi”, rendendoli più veri e più capaci di promuovere processi di identificazione:”Che belle” esclamò la bambina “le disavventure di una vecchia fiaba che si ritrova in una città di oggi. Così mi piacciono le storie: vere, moderne” (Argilli, 1979, p.9).

Se l’intento di Argilli, allora, è stato quello di rendere la fiaba tradizionale più funzionale alla moderna realtà infantile, Rodari, sua amico e collaboratore, trattando i racconti popolari come “materia prima” (Rodari, 1980), attua un vero e proprio stravolgimento strutturale, proponendo giochi di invenzione, dove la parola d’ordine è Fantasia: “raccontavo ai bambini, un po’ per simpatia un po’ per voglia di giocare, storie senza il minimo riferimento alla realtà né al buon senso” (ivi; pp. 8 – 9).

Come scrive Rodia “dopo Rodari la letteratura per l’infanzia non è più la stessa” (Rodia, 2012, p. 135): la fiaba, infatti, è il veicolo linguistico d’eccezione per parlare al bambino di temi sociali, degli ideali di democrazia e di solidarietà.
Come a dire: le fiabe possono essere pure a Rovescio, Sbagliate o così rimescolate da formare un’Insalata, ma, di fondo, parlano al cuore etico dell’uomo; e, prima ancora, del bambino.
Del bambino di oggi che sarà un adulto responsabile, domani.

Francesca Carubbi
www.psicologafano.com
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