Quello che gli uomini non riescono a dire…

Le ferite di Ercole

Qello che gli uomini non riescono a dire, e le donne a comprendere.

Non ti lasciai un motivo né una colpa ti ho fatto male per non farlo alla tua vita

Claudio Baglioni-Mille Giorni di te di me, 2001

Si parla d’amore, in questo tempo sospeso,di amori ai tempi del Covid19.

Mi è stato affidato questo scritto, per i lavori de “Le ferite di Ercole, quello che gli uomini non dicono, e le donne a comprendere”.

E’ la lettera, sofferta, che un uomo vorrebbe inoltrare ad una donna che ha scoperto d’amare.

Un amore imprevisto, inatteso, insinuatosi, nonostante, in una relazione trentennale, solida e serena, che fino a quel momento non aveva conosciuto crepe.

Quello che gli uomini non dicono, appunto.

Gli avvicendamenti banali della storia di per sè basterebbero per rimandarla ad una delle tante relazioni clandestine, ma è nel riconoscere e nel comprendere i significati e gli accadimenti nella nostra vita, che sono unici per la nostra storia, che possiamo fare pace con la stessa.

In questa lettera c’è tutto: l’innamoramento, i sogni, le illusioni d’amore, lo sconcerto di un amore imprevisto, lo spazio della seduzione, del ghostingh(!) e dell’abbandono.

E la consapevolezza che, spesso, chiamiamo amore una fuga dalla paura di vivere.

Quello che gli uomini non dicono

E lasciare spazio alla voce, al sentire di un uomo, che ringrazio della possibilità di pubblicazione,

permette di avere sguardi e riflessioni differenti.

E forse permettere ,davvero, di lasciare andare .

Senza fare troppi danni.

Perchè …cosi è stato .

Ora, lasci passare qualche tempo, e poi scriva dottore.Le scriva.Se lo deve, a sé.Mi ha detto.

Poi ne parleremo, se vorrà.

Cristina…

Una dott mi ha indicato di scriverti.

Di dirti quello che non sono riuscito a confessarti.Quello che gli uomini non dicono

Si, di nuovo, sono tornato in analisi.Io, il grande uomo, l’attore, il maestro, il regista.

La dot in questione è lontana da ogni clichè di psicoanalista; un po’ forse ti ricorda, perchè è semplice, so di imbarazzarla, spesso, con le mie citazioni, che è evidente che non conosce.

Non è mai puntuale, e puntualmente dimentica qualcosa .Ma mai qualcosa di me

Mi ha compreso.

E con lei mi sono lasciato finalmente andare.Le ho raccontato tutto, di noi.Di me.

Quello che gli uomini non dicono

Oggi le ho chiesto una seduta urgente,

Mi sono attaccato al telefono, io che ho sempre ponderato ogni cosa.

Le ho detto che era un’ emergenza e che non potevo attendere, che doveva darmi questa possibilità

Mi ha lasciato parlare, senza interrompermi.

So che sapeva.Che si aspettava la chiamata.

Ora, lasci passare qualche tempo, e poi scriva dottore.Le scriva.Se lo deve, a sé, mi ha detto.

Poi ne parleremo, se vorrà.

Ti ho fatto male per non farlo alla tua vita.

Ti ho fatto male, per non farmi male, per non farlo alla mia vita, e alla nostra

Alle altre persone che nella mia vita, gravitano, nonostante.E che mi amano, e che amo,nonostante.

Quello che gli uomini non dicono, ti ripeto.

Eri arrossita, quando ti ho offerto il primo di tanti caffè, cosi, spavaldo, perchè leggevo nei tuoi occhi l’interesse, perchè quel caffè l’attendevi da tempo, perchè avevi una grande voglia che ti dessi un bacio…lo sai, la gestualità non mente, come le parole, ed è stato da quel momento che ti ho pensata diversamente.

Non più mia allieva, ma una donna.

Non so che cosa sia stato.Lo sai, te l’ho confessato una volta.Mi sono innamorato?,ancora non lo so, cosa è stato .

Quello che gli uomini non dicono.

Ho goduto del sogno di fare parte della tua vita

Ho goduto di immaginarti madre, e di vederti per le strade della città, percorrerle orgogliosa con il tuo bambino per mano .

Ecco, è stato questo.

Non ho voluto fare male alla tua vita per non farlo alla mia.

Già, lo devo a me.

Perchè ho compreso che non eravamo innamorati, ma prigionieri di un sogno.

Di un incantesimo.

Quello che gli uomini non dicono.

Tu hai diritto ad una vita che io ho già vissuto.

Come un predatore, avrei voluto prendere a morsi quello che mi stava sfuggendo, quello che non sono riuscito a realizzare, per viverlo attraverso di te.

Ma tu, l’avresti voluto?

Avresti amato ugualmente, fra qualche tempo, il mio corpo stanco, la pelle, l’odore diverso, la noia, la difficoltà a cogliere entusiasmi per le cose nuove, le malinconie le paure di chi non ha piu, come te, “tutta la vita davanti’”?

Avrei colto nelle tue parole, e nel tuo sguardo, ancora prima, la difficoltà di nascondere la fine del nostro sogno, e so che non vi sarei riuscito.

E non sarei riuscito a sostenerne, un altro, di sguardo :quello ferito della mia compagna, dei miei figli.

Non si può costruire la propria felicità sul dolore di qualcun altro.

E non si può costruire una storia d’amore sulle basi di un sogno: come le bolle di sapone, piene di luce, che guardiamo con occhi pieni di sorpresa, per la loro magia, e che svaniscono subito dopo.

Quello che gli uomini non dicono.

Cristina, sono scomparso dalla tua vita: non ti ho piu cercata.

Non ho risposto alle tue mail, alle chiamate, e il vivere in parti opposte della città mi ha aiutato a mettere in atto il vigliacco abbandono.

So che non mi cercherai più, pur aspettandomi.

La dot so mi dirà di chiamarti, di spiegarti, di chiudere dando significato, come lei dice sempre… Cristina, dovevo salvarmi da te.

Chiudo cosi, e chiedo alla dot in qualche modo, un altro modo per raggiungerti.

Sei stata un sogno, e, sai, noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

Marco.

Il “matrimonio” nelle fiabe: semplice visione romantica?

Diciamoci la verità… Per molti le fiabe sono letture da eliminare, perché considerate anacronistiche, maschiliste…

Perché si parla sempre di una principessa che vuole sposare il suo principe. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Certo! Molte fiabe hanno come protagonista una nobile che, alla fine, riesce a sposare il suo Re.

Ma è altrettanto fondato il fatto che, da un punto di vista simbolico ed evocativo, il principe, la principessa e gli altri personaggi non sono rappresentazioni fedeli e concrete con la storia che stiamo leggendo (Carubbi, 2019). Come non lo è lo stesso concetto di “matrimonio”


La fiaba, infatti, come ci ricorda Propp, non è cronaca, ma un prodotto folkloristico che, attraverso l’intreccio fantastico e, spesso, surreale e improponibile ad una mente razionale e logica, narra vicende profondamente umane: si veda, ad esempio, la fiaba “Il pecoraio a Corte” del Montale Pistoiese, dove la stessa diventa “novella di furberia e storiella salace” (Calvino, 1993, p. 1066), con elementi paurosi e grotteschi (ibidem).


Calvino (1956; 1998), da un punto di vista narrativo – folkloristico, e Bettelheim (1975), da quello psicologico, ci mostrano come le fiabe, in termini di semiotica, siano, per dirla alla Pitrè, “novellatrici” di tutto ciò che parla di noi, soprattutto. delle nostri parti negate alla coscienza o non simbolizzate correttamente (Rogers, 1951): i nostri desideri, bisogni, speranze, timori, emozioni, valori…


Da questo punto di vista, allora, lo stesso “matrimonio” (che tanto viene criticato, in quanto considerato figlio di una visione antiquata e misogina), alla luce sia della tradizione del folklore orale – che ha voluto sempre narrare con un linguaggio inventivo la quotidianità, le incertezze, le paure e le lotte di un determinato popolo -, nonché di quella psicologica – che ha preso in prestito suddette ricostruzioni fantastiche come validi strumenti di indagine ed esplorazione dello psichismo (Carubbi, 2019) -, non può essere “sic et simpliciter” ridotto al suo significato concreto, ma occorre elevarlo a metafora.

Quindi, cosa può rappresentare, davvero, il “matrimonio” fiabesco?


Se le osserviamo bene, le fiabe narrano spesso sposalizi che non potrebbero esistere nella realtà: Antonio, il protagonista de “Il palazzo delle scimmie” si innamora, appunto, di una scimmia; Belinda di un Mostro; abbiamo una principessa che ama il “Principe granchio” o, perché no?, troviamo anche la sposa dell’”Orco con le penne”.


Come a dire: sarebbe davvero riduttivo leggere la fiaba come se fosse una cronistoria fedele alla realtà. Perché, semplicemente, questa non è.


In tal senso, quando parliamo di unione nei racconti fiabeschi, dobbiamo sempre considerare che, da un punto di vista psicologico, essa potrebbe rappresentare, ad esempio, un tentativo di “matrimonio” tra “parti di sé non simbolizzate, spesso tra loro conflittuali e non integrate. Pezzi contrastanti, personificati e antropoformizzati in personaggi/eroi che, nonostante le fatiche […] avranno un loro lieto fine” (Carubbi, 2019, p. 3).

In soldoni, un loro tentativo di unione.

Francesca Carubbi

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Fiaba come strumento di mentalizzazione

Il concetto di mentalizzazione è molto affascinante, in quanto contempla la capacità dell’Essere Umano di pensare non solo i propri stati mentali, bensì quelli altrui.


In tal senso, la mentalizzazione presuppone l’empatia, in termini di ascolto dei vissuti dell’altro “come se” (Rogers, 1957; 1980) fossero i propri senza dimenticare la condizione del “come se”.


Da qui, affinché il bambino possa sviluppare questa importante dote metacognitiva, è necessario che il suo ambiente di riferimento possa divenire una preziosa “cassa di risonanza” dei suoi vissuti, in termini di rispecchiamento emotivo e cognitivo: il fatto che un adulto, in modalità “rêverie” (Bion, 1962), possa trasformare contenuti “indigeribili” per il bambino, ossia sopraffacenti e angoscianti, in elementi fruibili e pensabili, consente al bambino la possibilità di pensare, di dare senso ai diversi stimoli a cui non riesce a dare un nome.


L’adulto, allora, si pone come strumento di decifrazione del mondo. Traduttore di un caos che, se non potesse godere di un contenitore trasformativo, non consentirebbe la percezione e la costruzione di un Sé coeso, ma, al contrario, produrrebbe una sua frammentazione, con la conseguente incapacità, da parte dell’infante, di sviluppare la propria impalcatura psichica e, quindi, mentalizzante.


La mentalizzazione, allora, si forma attraverso una relazione significativa, veicolata da Cura affettiva, da Parole significative che rendono quel bambino un soggetto unico e irripetibile.


La mentalizzazione si sviluppa grazie allo scambio, compreso quello narrativo, che permette al bambino di immedesimarsi con gli stati mentali e affettivi altrui: ciò che attua lo stesso dispositivo fiabesco.


La fiaba, infatti, grazie all’identificazione con i personaggi, come ci ricorda Bettelheim (1975), consente al bambino di sentire e pensare il proprio stato psicologico, fatto di valori, costrutti ed emozioni.


Da un punto di vista rogersiano (Carubbi, 2018; 2019), nello specifico, il racconto fa sì che il bambino possa sviluppare l’empatia, l’autenticità e l’accettazione (Rogers, 1957): la fiaba permette “di entrare in uno “spazio sacro”, ossia “in un rispettoso ascolto di se stessi […] la fiaba facilita il bambino a comprendere e simbolizzare correttamente le emozioni anche quelle più paurose e minacciose” (Carubbi, 2018, p. 21).


Perché, allora, la fiaba è un importante strumento di mentalizzazione? Per il fatto che permette al bambino di essere “emotivamente competente” (Carubbi, 2018). Ed “essere emotivamente competenti comporta essere consapevoli delle proprie reazioni, percezioni ed emozioni e il sapersi autoregolare di conseguenza” (Carubbi, 2018, p. 22). Proprie e di quelle altrui.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta, Fano

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Autore e co – direttore della Collana “In cammino con le fiabe per…”, Alpes Italia, Roma

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  • Per chi volesse approfondire l’uso della fiaba in campo psicoeducativo, rimando alle mie opere “Paco, le nuvole borbottone e altri racconti” (2018); “PsicoFiaba. L’uso della fiaba in ambito clinico e di comunità” (2019); “Paco e le sue storie” (2020). Tutti editi da Alpes Italia, Roma

INTIMITÁ E SESSUALITÁ… quale alternativa all’emergenza sanitaria?

La “complicità” … mi sovviene come la composizione di un “puzzle”, costituita da tanti piccoli “incastri”, che nutrono il nostro “essere con l’altro”; senza pudori, ma con la trasparenza che ci dovrebbe caratterizzare in quell’attimo, in cui ci spogliamo di ogni orpello e ci mostriamo per come siamo nella nostra unicità, nel candore della nudità!

Questa complicità, oggi, non deve essere “minata” dal riadattamento del singolo e della coppia di fronte alle richieste dell’attuale emergenza sanitaria, che inficiano immancabilmente la sfera intima e sessuale, per cui ritengo importante non dimenticare che…

… quando un uomo incontra una donna dovrebbe accarezzarne il “contorno” di un suo bacio; disegnare l’amore sui lineamenti del suo volto; abbracciare la meraviglia di un suo sorriso… ecco quando una donna “incontra” il suo uomo, dovrebbe farsi amare così, perché il gesto rimane “del maschile” e l’ ”attesa” del femminile!

Pensiamo ad una foglia, che cade proprio in quell’istante in cui non è più utile all’albero, ma al terreno e che in quel tragitto è costretta a cambiare il suo “senso”. Questo deve ricordarci che tutte le cose smettono di avere un senso, quando è giunto il momento di trovarne un altro: nulla muore, tutto cambia!

La “carezza”, strumento per eccellenza nella terapia dei disturbi sessuali, in questa fase può non essere a disposizione, per liberare il nostro corpo dalle restrizioni e dalle limitazioni dominanti, però, da sempre “accompagnata” dal linguaggio verbale, ci ricorda che la comunicazione adesso rappresenta la nostra opportunità per “incontrarci”!

A volte scegliamo di stare nel silenzio di una parola sospesa, in attesa che questa venga intuita… ma anche l’intuizione, ogni tanto, ha bisogno di qualche suggerimento.
Il successo di una relazione affettiva, infatti, dipende da due fattori: la capacità maschile di “ascoltare” con amore e rispetto e la capacità femminile di “esternare” le proprie emozioni in modo amorevole e rispettoso!

Per quanto riguarda la nostra esperienza intima e sessuale, le coppie, in questa situazione di “convivenza forzata”, potrebbero manifestare una particolare difficoltà a ritagliarsi momenti di “introspezione” e, di conseguenza, incorrere in contrasti per futili questioni… ma, nel momento in cui fossero già state sperimentate difficoltà sul piano relazionale e dei disturbi sessuali precedente alla pandemia, il rischio sarebbe di accrescere l’ansia da prestazione.

Grazie alla Società Italiana di Sessuologia e Psicologia, possiamo conoscere le “linee guida per una sessualità sicura ai tempi del covid-19” pubblicate dall’International Society for Sexual Medicine (ISSM https://www.issm.info/sexual-health-qa/is-it-safe-to-have-sex-during-the-coronavirus-covid-19-pandemic/) e il NYC Department of Health and Mental Hygiene (https://www1.nyc.gov/assets/doh/downloads/pdf/imm/covid-sex-guidance.pdf), che chiariscono la situazione attuale: non sono state ancora individuate tracce di Covid-19 sia nel liquido seminale maschile, che nelle secrezioni vaginali femminili e che i virus appartenenti alla famiglia del Coronavirus non si trasmettono attraverso i rapporti sessuali.

Alcuni suggerimenti, però, riguardano la trasmissione del virus indirettamente… se siamo a contatto con Persone potenzialmente a rischio di contagio; con persone positive al Covid-19 o che presentano un sistema immunitario compromesso da altre patologie, dobbiamo astenerci da baci e rapporti intimi (stimolazione orale o anale, senza l’uso di precauzioni: profilattici e lenzuolini dentali), perché il virus può diffondersi mediante contatto diretto con la saliva e il muco, oltre che a distanza non ravvicinata causa droplet!
Durante le pratiche erotiche ed autoerotiche permane il suggerimento di lavarsi bene le mani prima e dopo.
Risulta, quindi, importante sospendere contatti con Persone, che non si conoscono, perché aumenta il rischio di trasmissione!

L’intimità, quindi, rappresenta e deve rappresentare un “dono”, che riceviamo ogni volta che ascoltiamo l’emozione dell’altro e, ciò che conferisce significato, non è l’amore supremo, che si “pretende”, ma la “connessione” con il sentire l’altra Persona!

Antonietta Albano

psicologa – psicoterapeuta. Formazione in Sessuologia Clinica

Parma







Riferimenti bibliografici:

Cianci E. (2007). Giorni di pensieri appesi all’anima. Ed. Corvino. Udine.

Corso FAD: “Emergenza sanitaria da nuovo coronavirus SARS CoV-2: preparazione e contrasto”. Organizzato da Istituto Superiore di Sanità. Aprile 2020.

Società Italiana di Sessuologia e Psicologia (traduzione dei relativi documenti): https://www.issm.info/sexual-health-qa/is-it-safe-to-have-sex-during-the-coronavirus-covid-19-pandemic/
https://www1.nyc.gov/assets/doh/downloads/pdf/imm/covid-sex-guidance.pdf




Il bambino e il suo inalienabile Diritto di protezione e sperimentazione attiva.

John Bowlby, pediatra e psicologo inglese, coniò il termine “base sicura” (Bowlby, 1988) per indicare il bisogno del bambino di avere delle fondamenta di sicurezza affettiva abbastanza solide, che gli consentissero di percepirsi come un sé intero e degno di rispetto, protezione e amore.


In tal senso, nel Nuovo Continente, un altro psicologo, Harry Harlow, scoprì, attraverso l’osservazione del comportamenti di scimmie Rhesus, che i cuccioli di questa razza, soprattutto nei momenti di sconforto e di paura, prediligevano il contatto con una “mamma” di pezza, quindi calda e accogliente, invece che con un prototipo fatto di arido metallo che, tuttavia, offriva un biberon.

Attraverso questi esperimenti, Harlow mostrò quanto l’attaccamento, alla stessa stregua di John Bowlby, fosse un bisogno fondamentale per la sopravvivenza psichica ed emotiva del primate e, di conseguenza, del bambino.


Lo stesso Abraham Maslow (1962), uno dei maggiori rappresentanti della Psicologia Umanistica, assieme a Rollo May e Carl Rogers, indicò nel senso di sicurezza e protezione uno dei bisogni essenziali dell’essere umano.


Come a dire: solo se ho potuto “nutrirmi” da un punto di vista affettivo, posso permettermi di sperimentare novità e aprirmi all’esperienza (Rogers, 1961).

Ciò venne dimostrato anche un’altra illustre psicologa canadese, la Dr.ssa Mary Ainsworth che, attraverso l’osservazione della “Strange Situation” ha potuto constatare come il bambino, che non aveva potuto godere di un attaccamento sufficientemente sicuro come descritto da Bowlby, non potesse permettersi, a causa delle profonde angosce, di esplorare l’ambiente con curiosità e creatività.


Questi studi ci servono per comprendere quanto l’infanzia rappresenti un’”età dell’oro”, per il fatto che proprio in questi anni, il bambino sviluppa, apprende e consolida competenze importanti, non solo da un punto di vista cognitivo, bensì emotivo (capacità di mentalizzazione, di socializzazione, di competenza emotiva e di apprendimento delle norme sociali).

E queste competenze si sviluppano grazie all’attività ludica, quindi all’esperienza creativa, che, come ci insegna Winnicott, consente al bimbo di esprimere, in toto, il suo Essere.


Sviluppo, allora, come diritto inalienabile, come ci ricorda anche la Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, dove il “Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino e dell’adolescente (art. 6), recita così: “Gli Stati devono impegnare il massimo delle risorse. disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione tra Stati”.


Diritto alla sopravvivenza, quindi. Una sopravvivenza che, come ci ricordano gli Studiosi di cui sopra, deve essere pensata, non solo in termini di bisogni primari – come, ad esempio, l’alimentazione – bensì come Diritto di Crescere, Svilupparsi e Autorealizzarsi.

Attività di formazione e supervisione in ambito sessuologico

La Dr.ssa Antonietta Albano, psicologa – psicoterapeuta di Parma, con formazione in Sessuologia Clinica presso il CIS (Centro Italiano di Sessuologia) di Bologna, effettua attività di formazione e supervisione, in ambito sessuologico, rivolta a colleghi.

Gli incontri di formazione e supervisione si svolgono in modalità individuale o in piccoli gruppi (max 5 persone).
Per ulteriori informazioni, è possibile mettersi in contatto attraverso i seguenti recapiti:

Cellulare: 3392217622

e – mail: dr.ssaantonietta.albano@gmail.com

La fiaba e la sua attualità

La fiaba e la sua attualità.

C’è la grande lezione de la Bella e la Bestia: una cosa deve essere amata prima di essere amabile”.

Questa frase appartiene a Cristina Campo, scrittrice e poetessa del ‘900 che, nei suoi scritti, ha approfondito il tema del simbolico appartenente al mondo fiabesco.

In tal senso, Campo fu molto obiettiva e realista nel considerare il dispositivo fiabesco quale strumento di lettura di una realtà non sempre rosea, ma difficile, ostica, complessa: un’esistenza che, nella sua cruda umanità, si mostra nella connaturata volubilità e fragilità, nella sua erranza, nelle sue sconfitte, nel suo so – stare in lontane retrovie.

La fiaba diviene, allora, una Scrittura che, come tutte le altre, non “offre precetti buoni per sempre, o negherebbe la vita” (Campo, 2008, p. 35).

La fiaba fa proprio questo: scuote le coscienze, narrando, checché se ne pensi, le vicende degli “ultimi”, delle esistenze a margine, delle lotte e delle sopraffazioni, dei sentimenti che consideriamo più abietti e più vili.

Di ciò che faremmo sempre a meno. E di ciò che proieteremmo, volentieri, al di fuori di noi.

Le fiabe, allora, sono immensamente attuali.

Perché parlano di sopravvivenza, di innumerevoli tentativi di risalire la china, di inciampi e di cadute, ma anche di desiderio di riscatto e di rivincita (Carubbi, 2018).

Le fiabe sono vere, perché ci fanno comprendere che le vicende umane che si susseguono non sono altro che lo specchio delle nostre.

Che tutto l’universo, composto dagli “ultimi” di cui sopra – quali, contadini, mercanti, briganti, donne e uomini di ventura, poveri diavoli – rappresenta fedelmente il nostro mondo che arranca e che si aggrappa con tenacia alla vita.

Le fiabe sono reali, per il fatto che tutti i personaggi allegorici, soprattutto gli anti eroi (Carubbi, 2018; 2019) o antagonisti (Propp. 1926) – ossia tutta quell’orda di orchi, diavoli, streghe, matrigne, draghi – sono ciò che rappresentano più fedelmente la parte del nostro Sé che temiamo di più, e che abbiamo sempre negato alla coscienza (Rogers, 1951).

Ma, forse, la parte più autentica che alberga nella nostra persona e che, ai fini di una Vita Piena (Rogers, 1961), necessita di asilo e riparo.

Come a dire: la realtà fiabesca sta nel fatto che parla, con disincanto, delle nostri parti più “miserabili, confinate in un esilio perpetuo.

Quelle parti giudicate con ferocia, ma che occorre amare per poterci definire Esseri Umani Vivi.

Infatti, “Mi rendo conto che se fossi stabile, costante e statico, vivrei come un cadavere. Accetto così la confusione, l’incertezza, la paura e gli alti e bassi della mia vita emotiva, poiché essi sono il presso che io pago volontariamente per una vita fluttuante, incerta e stimolante” (Rogers, 1980, p. 80).

Francesca Carubbi

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Supervisioni individuali e di gruppo

La Dr.ssa Francesca Carubbi, psicologa e psicoterapeuta di Fano (PU), effettua attività di supervisione, rivolta ai colleghi.

Le supervisioni si svolgono in modalità individuale o in piccoli gruppi (max 4 persone).

Per maggiori informazioni, si prega di utilizzare i seguenti recapiti:


cell: 3384810340


– mail: info@psicologafano.com


– “modulo contatti” del Sito www.psicologafano.com

N.B. A causa dell’emergenza Coronavirus, le supervisioni si svolgono via Skype. La modalità presenziale verrà ripresa quando le condizioni lo permetteranno. Grazie

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Il bosco nelle fiabe: un simbolo della riscoperta del nostro vero sé

Se ci pensiamo bene, molte fiabe iniziano con l’evento “traumatico” dell’entrata in un bosco o in una foresta.

Emblematiche, in tal senso, le fiabe di Hansel e Gretel, di Pollicino (F.lli Grimm), di Cappuccetto Rosso (Perrault), e, perché no?, il “Palazzo delle scimmie” (Montale Pistoiese).

In quest’ultima fiaba, Antonio, il protagonista o eroe del racconto, “cavalcava, cavalcava e non incontrava mai città. Era in un bosco folto, senza strade, che pareva non avesse mai fine…”.

Da qui, il bosco acquisisce un profondo significato simbolico per ciò che concerne la verità della nostra psiche più recondita e, all’apparenza, straniera.

Se, in psicoanalisi, lo chiamiamo inconscio (Bettelheim, 1975), nella psicologia rogersiana, possiamo identificarlo con il Vero Sé (Rogers, 1951), ossia con la nostra Saggezza Organismica o la nostra capacità di attingere ai nostri valori, emozioni, costruzioni della realtà…

Insomma, con la nostra saggia esperienza interna, unica e irripetibile.

Un’autenticità, questa, che, per raggiungerla, occorre armarsi di coraggio – nonostante la normale paura – e addentrarsi tra le fronde della nostra psiche.

Ma, perché il bosco assurge così perfettamente a questo ruolo di “cantastorie” delle nostre parti più profonde? Per il fatto che Il bosco rappresenta un fondamentale e insostituibile rito di passaggio, di cambiamento e di crescita.

Rogers (1951), in tal senso, ci informa come l’Organismo per autorealizzarsi debba, necessariamente, attraversare proprio ciò che fa più paura, senza negarlo o distorcerlo; per conoscere la nostra psiche, negli aspetti più reconditi e nascosti, occorre percorrerlo e imparare a camminare, con sempre più confidenza, attraverso i suoi sentieri: così fanno Hansel e Gretel, quando, per non perdersi, gettano i sassi dietro loro; così fa Cappuccetto Rosso a intraprendere la strada che ha imparato a conoscere, per andare a casa della sua nonnina.

Così fanno i bambini che possono godere di un clima facilitante la crescita (ibidem): questi sanno, infatti, grazie alla loro bussola interiore, che il bosco può diventare il migliore alleato per la propria esperienza cognitiva ed emotiva. Sanno che occorre entrare nell’oscurità della foresta, per riscoprire la strada della propria Anima.

Come ci insegna Pinkola Estés (1970): “Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio”.

Francesca Carubbi

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I bambini e il concetto della morte

Introduzione

Nel mio lavoro come Psicologa dell’Emergenza ho potuto osservare che c’è una tendenza generale di genitori, insegnanti e anche Psicologi, nel ritenere l’idea di morte separata dall’idea che abbiamo di bambino.

Questo secondo me probabilmente perché c’è una difficoltà negli adulti a parlare di morte con i bambini. Non perché questi non ne abbiano una loro idea anche precoce, ma perché forse è proprio difficile dare una spiegazione anche a se stessi.

Vedremo più avanti come anche la letteratura spieghi molto bene come i bambini si avvicinino e affrontino l’idea della morte, ma in un intervento in emergenza mi sono trovata con altri colleghi a ignorare la questione.

L’evento traumatico

La mattina del 31 ottobre 2002 una scossa di terremoto uccise 27 bambini di prima elementare a San Giuliano di Puglia in Molise.
Altri 57 bambini rimasero sotto le macerie per ore.

Il 5 novembre è iniziato il mio intervento sul territorio.
Oltre ad applicare il debriefing con l’obiettivo di prevenire il disturbo post traumatico da stress [di cui si è parlato nell’articolo Il Debriefing psicologico in zone terremotate: un’esperienza diretta, pubblicato su HumanTrainer.com], avremmo dovuto avere cura dei bambini sopravvissuti.

Tra i nostri obiettivi c’era anche quello di organizzare le attività e il sostegno per loro, ma poi ci siamo fatti prender dai problemi pratici e ce li siamo “dimenticati”.
I volontari, subito dopo il terremoto, hanno lavorato tutto il giorno spostando le macerie con delicatezza per non provocare altri crolli e parlando in continuazione ai bambini rimasti intrappolati.

Bambini di seconda, terza, quarta e quinta elementare hanno sentito parlare e piangere i compagni di prima con i loro genitori, fino a quando questi bambini non hanno risposto più.

Conoscenze della morte legate all’età

Dalla letteratura scientifica (Sunderland M., 2007; Vianello R., Marin M.L., 1985; Markham U., 1997) apprendiamo che i bambini sperimentano il fenomeno della morte abbastanza precocemente.

Anche solo osservando le cose che “finiscono” (una torta, una candela, una canzone), che prima esistevano e poi non ci sono più, iniziano a distinguere cose che finiscono ma riappaiono e cose che finiscono e non tornano più.
In modo più specifico iniziano a vedere insetti o animali morti, incidenti stradali…

Iniziano a confrontare le varie immagini della morte che arrivano dalle favole con la loro esperienza quotidiana (la televisione li mette continuamente in contatto con la morte). Per questo gli adulti dovrebbero parlarne per chiarire e per fare in modo che non nascano idee distorte.

Prima dei tre anni, il bambino inizia a formarsi un’idea di morte vedendo insetti o piccoli animali e si dà delle spiegazioni (ad esempio se si va dal dottore si resuscita oppure pensa che muoiano solo i cattivi).

Quando inizia la scuola materna comincia a capire che la morte è una cosa reale ma pensa che si possa evitare, che sia causata solo da incidenti.

All’inizio della scuola elementare il bambino comincia a capire che la morte può colpire tutti e che può avere cause diverse.

Dai 7 o 8 anni è possibile una vera elaborazione del lutto e verso i 10 anni la morte assume caratteristiche di irreversibilità, universalità e imprevedibilità.

Durante l’adolescenza il ragazzo è affascinato dalla morte, ci pensa molto, ma ancora non si rende davvero conto del suo carattere definitivo e che possa toccare anche lui.

Come spiegare la morte

Per spiegare la morte ai bambini è utile parlarne come “assenza di vita”.
Di fronte a un imminente lutto è possibile parlarne attraverso racconti o storie o facendo degli esempi tratti dalla quotidianità che non coinvolgano il bambino emotivamente.
Ad esempio parlare di un insetto morto, di quello che faceva quando era vivo, di quello che non può fare più.

È importante parlare dei sentimenti, di come ci si sente tristi e di quello che si può fare (ad esempio seppellirlo). I bambini amano molto cerimonie e rituali (Sunderland M., 2007).

Frasi da evitare!

Sono da evitare tutte quelle frasi che di fatto si usano più spesso con l’illusione di rendere la morte più accettabile per il bambino.

Ad esempio dire: «Gesù lo amava così tanto che ha deciso di portarlo in paradiso» fa pensare al bambino che forse Gesù non ama lui come «chi si è portato via» e può desiderare di andare presto in Paradiso anche lui.

Usare metafore come: «L’abbiamo perduto», «Sta dormendo», «È volato in cielo» genera confusione e paura anche in/per cose normali (dormire, prendere un aereo).
Ansia, paura di addormentarsi da solo, incubi notturni ne sono la logica conseguenza.

Per aiutare il bambino a comprendere ed elaborare “l’irreversibile assenza/scomparsa” è meglio essere espliciti e usare la parola “morte” (Arènes J., 2000).

Reazioni a breve termine a una morte

In generale nei bambini si riscontrano una serie di reazioni a breve termine, via via più complesse o intense con l’innalzarsi dell’età e quindi della consapevolezza.

Di fronte alla morte di qualcuno, tanto più se “importante” (un genitore, un nonno, un amico…), il bambino può sviluppare uno stato di ansia, sia legato alla perdita vera e propria che conseguente al clima di tensione che respira intorno a sé.

Potrebbe sviluppare un attaccamento ossessivo nel tentativo di avere un controllo sulle persone e sugli eventi, cercando anche di non restare mai da solo.

Ad esempio potrebbe aver paura di entrare in una stanza da solo o di restare da solo in bagno, anche se prima non dimostrava nessun disagio: avere una persona “sotto gli occhi” lo rassicura sul fatto che questa non possa scomparire.

Il dolore associato a un lutto può comportare un aumento del Cortisolo (ormone dello stress) che, se non viene liberato (se il bambino non trova uno sfogo allo stress, un modo per rilassarsi) fa bloccare nel cervello ogni fonte chimica di piacere e il bambino diventa depresso (Sunderland M., 2007).

L’aumento dell’attività motoria aiuta il bambino a sfogarsi.
In particolare, quanto più il bambino è piccolo tanto più la “scarica motoria” (ossia agitazione, irrequietezza, “capricci”…) è il solo modo che conosce per esprimersi.

Spesso non riesce a piangere o a parlar della perdita perché aspetta quasi di vedere un adulto fare lo stesso per avere la sua “autorizzazione”.
La negazione, invece, è un meccanismo di difesa che deve avere una breve durata per non provocare fissazione nei comportamenti.

Spesso i bambini cercano di fare o pensare a cose piacevoli per distrarsi dal pensiero triste. A volte alcuni bambini si attaccano morbosamente a un oggetto, a un giocattolo, e si disperano se lo perdono di vista anche momentaneamente.

Reazioni a lungo termine alla morte

Così come per gli adulti le reazioni alla perdita di qualcuno possono essere suddivise in diversi stadi, che evolvono nel tempo.

Markham U., 1997; Sunderland M., 2007

Dalla teoria all’esperienza: l’intervento a San Giuliano

Con tutta questa “teoria” nella mente, nel 2002 sono arrivata a San Giuliano.
La situazione che io e la mia equipe abbiamo trovato era molto diversa da quella che ci eravamo immaginati, ma forse non avevamo avuto il tempo di immaginare molto.

Oltre a dar sostegno alle famiglie dei bambini morti nel terremoto, dovevamo occuparci anche degli altri bambini rimasti sotto le macerie e sopravvissuti o degli adolescenti che avevano perso un fratellino o un cuginetto.

Io forse mi immaginavo che le famiglie sarebbero state contente di essere ascoltate, e che i sopravvissuti fossero solo contenti di essere sopravvissuti. Invece nessuno aveva voglia di parlare e bambini grandi avevano razioni da bambini piccoli e viceversa.

Il sottotono degli adulti era in contrasto con il tono sopra le righe dei bambini e dei ragazzi. I bambini, nel campo attrezzato dalla Protezione Civile, erano lasciati a se stessi per quasi l’intera giornata.

Abituati comunque a vivere in un piccolo paese, dove si conoscono tutti, era “normale” giocare per strada tra di loro, stare in giro tutto il giorno e tornare magari la sera per mangiare. Nel campo gli adulti hanno continuato a lasciarli liberi, anche perché presi da altre preoccupazioni.

Effettivamente i bambini non correvano nessun pericolo, sempre sotto gli occhi di tutti, mentre i genitori si occupavano di recuperare oggetti dalle case inagibili, di chiedere prestiti, compilare scartoffie e recuperare coperte per proteggersi dal freddo.

Per tutto il giorno, fino a quando non è ripresa una sorta di lezioni nella tenda adibita a scuola, giocavano tra le tende, apparentemente allegri. Li si vedeva fermi solo durante gli orari dei pasti, seduti con la famiglia nelle lunghe panche della mensa della Protezione Civile.

Quando si è presi dai problemi pratici o concentrati a “soccorrere” chi piange e si dispera, è difficile pensare che chi ride o è iperattivo stia soffrendo altrimenti, sia traumatizzato.
Anche noi soccorritori abbiamo sottovalutato, o per meglio dire ignorato, questa fascia di “traumatizzati”.

Mentre i bambini “ipergiocavano” (passatemi il termine) e gli adolescenti avevano ricostruito il “muretto” parlando solo tra loro, gli adulti pensavano a risolvere le questioni pratiche.

Anche io mi sono fatta prendere dalle questioni pratiche, come il resto degli adulti (con la differenza che io ero una Psicologa che doveva pensare agli aspetti appunto psicologici!), e solo dopo settimane sono riuscita a soffermarmi a riflettere su quello che avevo vissuto e su come lo avevo affrontato (o evitato di affrontare).

Le attività delle varie associazioni si limitavano a dare momenti di svago e divertimento più strutturato rispetto al gioco libero, con l’obiettivo di distrarre e divertire.
Al campo sono arrivati personaggi famosi, giocolieri, clown e attori.
Ogni giorno i bambini si aspettavano un evento spettacolare e non venivano mai delusi.

In realtà l’attenzione di tutti, nel senso dei mass media, dell’opinione pubblica e di tutta Italia era rivolta a loro, ai “bambini sopravvissuti”. Senza dimenticare che eravamo in un periodo pre-natalizio, arrivavano camion di giocattoli, di panettoni, di vestiti, di soldi per loro.

Tutti i bambini avevano orologi nuovi, playstation, palloni firmati da giocatori, vestiti e nuovissimi conti correnti. I bambini sopravvissuti finivano per essere contenti di questa situazione, avevano più cose di quante non ne avessero mai avute, non riuscivano a scrivere la lettera a Babbo Natale perché era arrivato già tutto.

Mentre io cercavo di tenere fuori i giornalisti dal Campo, spiegando ai genitori che era meglio che non intervistassero i bambini, loro facevano a gara per avere più foto sul giornale o più autografi.

Probabilmente i bambini erano contenti per tutta quella attenzione e per i regali che non avevano mai ricevuto prima e contemporaneamente avevano sensi di colpa verso gli amichetti che non c’erano più, per essere sopravvissuti e aver ottenuto tutto quello “grazie” al terremoto.

Solo successivamente, dopo alcune settimane, si è riusciti a riprendere un ritmo più normale, con l’apertura della scuola, anche se per poche ore al giorno, e con interventi di sostegno rivolti ai più piccoli e attività mirate all’espressione dei loro sentimenti rispetto al terremoto e alla morte.

Solo dopo qualche tempo dal sisma è stato possibile intervenire psicologicamente.
Prima la realtà era troppo ingombrante, troppo lacerante per essere mentalizzata, da tutti grandi e piccoli, operatori inclusi.

Conclusioni

Al di là delle difficoltà oggettive, delle questioni pratiche che impegnavano il tempo e la mente degli adulti, credo che ci sia stata una difficoltà di tutti nell’affrontare il tema della morte con i bambini.

Ci si illudeva che loro potessero esserne tenuti fuori, che riuscissero a divertirsi da soli e non avessero bisogno di altro. Si regalavano loro oggetti perché non si sapeva che cos’altro dare.

Noi “Psicologi dell’Emergenza” pensavamo all’emergenza di chi piangeva o chiedeva esplicitamente aiuto.

Io, “Psicologa dell’Emergenza”, preferivo girare in macchina tra i paesi, cercare gli omogenizzati che mi avevano chiesto, fare liste di cose che servivano in un campo piuttosto che in un altro, parlare con la vecchietta che mi fermava nella mensa.

Cercavo di mimetizzarmi e dare una mano, senza mettermi il cartellino con scritto “Psicologa” o passare per le tende adibite ai colloqui.

Facevo la Psicologa in incognito.
Ma mi sentivo poco professionale rispetto ai colleghi che partecipavano alle riunioni, col cartellino al collo e l’agenda con gli appuntamenti.

In generale posso dire che il nostro intervento ha funzionato non nell’immediato, rispetto agli obiettivi di sostegno che avevamo, ma più nel lungo termine.

L’intervento precoce può porre le basi per una relazione futura.
Partecipare alla vita quotidiana, aiutare anche nelle cose pratiche e essere disponibili a colloqui estemporanei hanno aiutato a costruire una relazione di fiducia che poi, nelle settimane successive, ha permesso ai colleghi di svolgere un intervento più mirato e strutturato.

Le persone si sono spontaneamente ricostruite i loro punti di aggregazione abituali (il muretto, il bar, il barbiere) e il sentirsi coinvolte nella ricostruzione del paese e delle sue abitudini le ha aiutate a sentirsi utili e costruttive, quando intorno tutto era distrutto.

I soccorritori, invece, non sono riusciti a gestire in modo adeguato i mass media.
Gli Psicologi facevano a gara per accaparrarsi più utenti, avevano difficoltà a parlare seduti per terra o nella confusione dell’ora di pranzo, senza un “setting” abituale.

Di fatto credo che la nostra preparazione fosse troppo teorica e che non fossi preparata a tutte le cose concrete che ho visto. Non ero preparata a vedere bambini che giocano a calcio con i panettoni, ad ascoltare persone che mi raccontavano che il terremoto ha un “rumore”.

Per intervenire in modo efficace in questi difficili contesti, ci deve essere una capacità di allontanarsi dai libri, una elasticità mentale che nessuno ti può insegnare.
Credo serva una disposizione soprattutto caratteriale per poter essere così elastici.

Ho capito che ero molto preparata teoricamente, i libri li sapevo, ma essendo un mio primo intervento sul campo, la teoria non mi è stata non mi è stata molto di aiuto nella pratica, la “realtà devastante e traumatica” è un’altra cosa.

Paradossalmente mi ha aiutato aver fatto gli Scout, il non avere problemi a mangiare seduta per terra, senza potermi lavare le mani.

Di sicuro avevo troppe aspettative sulle nostre (mie) capacità e la cosa più difficile è stata sopportare la frustrazione e capire che un intervento deve partire dalla gente. Dobbiamo rispondere ai bisogni e non portare soluzioni precostituite che nessuno vuole.

Credo che un collega che cominci a fare questi interventi debba tenere a mente che il rischio è quello di farsi troppo coinvolgere emotivamente o, al contrario, rimanere di ghiaccio di fronte alla sofferenza e al dolore altrui.

Io oscillavo da un estremo all’altro, anche nell’arco della stessa giornata, ogni volta iper correggendo il mio comportamento.

Bibliografia

  • Arènes J., “Dimmi, un giorno morirò anch’io??, Magi, Roma 2000
  • Bertozzi L., “I bambini soldato“, Emi, Bologna, 2003
  • Brauner A., Brauner F., “Ho disegnato la guerra“, Erickson, Trento, 2003
  • Emili F., “Una casa per un po‘”, Magi, Roma, 2005
  • Fitzgerald H., “Mi manchi tanto“, La Meridiana, Milano, 2002
  • Lo Iacono G., Aiutare i bambini sopravvissuti a calamità, in “Psicologia e Psicologi”, Vol. 1, nr. 3, Erickson, Trento, 2001
  • Markham U., “L’elaborazione del lutto“, Mondadori, Milano 1997
  • Sunderland M., “Aiutare i Bambini… a superare lutti e perdite“, Erickson, Trento, 2007
  • Vianello R., Marin M.L., “La comprensione della morte nel bambino“, Giunti, Firenze, 1985
  • Zajde N., “I figli dei sopravvissuti“, Moretti e Vitali, Bergamo, 2002

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