La fiaba “Lo sciocco senza paura”. E se riscoprissimo il valore dell’autentica fragilità?

Il concetto di responsabilità personale è uno dei capisaldi dell’Approccio Rogersiano. Infatti quando sosteniamo che “l’essere umano è un agente di scelta libero e responsabile” (Rogers, 1951), stiamo asserendo il fatto che la Persona, sempre che possa godere di un ambiente facilitante la sua crescita (ibidem), è degna di fiducia nelle scelte che pone per la sua autorealizzazione e per quella dell’altro, ossia, in ciò che Rogers definisce “Saggezza Organismica” o Locus of Evaluation interno.

 La propria saggezza, allora, si basa sulla propria libertà esperienziale: sulla possibilità dell’individuo di attingere ai propri soggettivi valori, emozioni, costruzioni della realtà come strumenti adatti per direzionarsi nella vita, in modo, appunto, responsabile.

Da qui, la libertà responsabile presuppone delle condizioni necessarie e sufficienti, accennate più sopra (Rogers, 1957):

  1. Autenticità o congruenza: un profondo contatto, senza negazioni e distorsioni, con la mia esperienza interna, soprattutto di quella che parla della mia umana fragilità,  che si può riassumere con la seguente domanda “Cosa sto provando in questo momento?”. La risposta autentica a questo quesito ci informa sul nostro stato: “provo paura”, “provo rabbia”…
  2. Accettazione positiva incondizionata. La possibilità di attingere alla propria autenticità o saggezza interna fa sì che io possa, sempre più, accettare tutte le parti del mio sé, anche quelle più scomode e più vulnerabili. che tendo a proiettare all’esterno.
  3. Empatia: solo nel momento in cui riesco ad essere sufficientemente autentico e accettante posso essere realmente empatico, quindi capace di profondo ascolto e rispetto dell’esperienza dell’altro, senza il pericolo di identificazione e confusione con il suo vissuto, “come se” fossimo lui, senza dimenticare la condizione del “come se” (ibidem).

Da qui, la Fiaba italiana, nello specifico livornese, “Lo sciocco senza paura” ci informa, in modo allegorico, quanto l’impossibilità di attingere al proprio stato interno di vulnerabile paura, provochi, paradossalmente, l’agito di una falsa temerarietà. Non solo: l’incongruenza produce una negazione del problema in essere, con il pericolo della messa in atto di una libertà non responsabile, tanto che il nipote sciocco, protagonista della fiaba, nel primo atto del racconto, fa entrare in casa i ladri:

“vengono i ladri, gli dicono: – Cosa fai qui, ragazzo? Noi dobbiamo rubare.

  • E be’, e con ciò ? E rubate pure, chi ve lo impedisce? Credete che io abbia paura? – e li lasciò rubare tutto.”

La fiaba, poi, continua con una escalation di irresponsabilità, che porta, in questo caso ad un finale tragico, per mano dello stesso protagonista. Cosa ci può far apprendere questa breve fiaba? Che le emozioni, soprattutto quelle che toccano la nostra umana fragilità e vulnerabilità, se distorte o negate alla coscienza (Rogers, 1951), divengono le basi della costruzione di un Falso Sé, rigido e inflessibile, che non permette né un’apertura all’esperienza e, quindi, cambiamento, né tantomeno lo sviluppo della propria libertà. La non responsabilità diviene, paradossalmente, una catena ai piedi della propria libertà.

Francesca Carubbi

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Una fiaba sul valore dell’empatia, della cooperazione e del senso di comunità: “I musicanti di Brema” dei F.lli Grimm

Una fiaba sul valore dell’empatia, della cooperazione e del senso di comunità: “I musicanti di Brema” dei F.lli Grimm.
I “Musicanti di Brema” è una fiaba/favola molto interessante. Personalmente, è una delle mie preferite (posseggo, a tutt’oggi, una versione illustrata di quando ero piccina).

Favola, per il fatto che i protagonisti sono degli animali, ma, proprio come una fiaba, non possiede una morale esplicita.

Per chi non la conoscesse, la riassumo brevemente: un asino musicista, destinato a morte certa, decide di scappare e raggiungere Brema.

Durante il suo viaggio, incontra altri animali, anche loro con un destino infausto, che diventeranno suoi amici e compari di musica: un cane, un gatto e un galletto dalla cresta rossa.

Giunti in un bosco, i quattro amici vedono in lontananza una casa, dove dei briganti sono intenti a fare festa.

Affamati, i compari animali decidono di unire le forze al fine di cacciarli per appropriarsi della tavola bandita: alla fine, i briganti, impauriti, fuggono.

Da qui, perché è una fiaba da rivalutare? Per le seguenti ragioni

  1. Il racconto è breve, di facile comprensione anche per i bambini più piccoli;
  2. Il bambino riesce a identificarsi con i personaggi animali, perché riflettono il suo pensiero animistico e magico  (il bimbo tende a “rendere umani” sia gli animali, che gli oggetti inanimati);
  3. La fiaba tocca un argomento molto importante di questo periodo difficile che stiamo vivendo: ossia il senso della cooperazione tra le persone e il valore del senso di comunità, soprattutto come protezione delle fasce più fragili della popolazione (pensiamo ai personaggi che, destinati a morte certa, riescono, grazie alla loro unione, non solo a sopravvivere, ma a sconfiggere il male. In questo caso, i briganti possono essere la metafora del virus che stiamo combattendo);
  4. Come le altre fiabe, “i musicanti di Brema” offre un messaggio di vera resilienza ( o, perlomeno, come lo intendo io): una rinascita che può esserci e incarnarsi dopo l’attraversamento del dolore, della frustrazione, dell’accettazione delle proprie fragilità)
  5. I protagonisti ci fanno apprendere, come, nonostante la loro vecchiaia e vulnerabilità, la loro Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980) non sia assolutamente sopita ma che, proprio come i germogli descritti da Carl Rogers, possono autorealizzarsi anche in condizioni non favorevoli.

Al di fuori di metafora, allora, la fiaba, pur non toccando esplicitamente la nostra condizione attuale, può far comprendere, tuttavia, al bambino quanto la vita, nonostante il pericolo della morte, nonostante la sofferenza, non rinunci mai a se stessa (Rogers, 1980). La vita, allora, sopravvive grazie al legame, alla cooperazione empatica. In soldoni, la fiaba ci insegna che, per citare un bellissimo libro di Margaret Mazzantini, “nessuno si salva da solo”.

Francesca Carubbi

psicologa e psicoterapeuta, Fano

Autore e Direttore di Collana, Alpes Italia, Roma

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Torneremo a toccarci senza paura

(fino ad allora nulla ci vieta di pensarci tantissimo. E magari di farcelo sapere).

Ho trovato questa frase in questi giorni, rappresenta quello che sempre di più mi trovo a pensare in queste settimane. Come psicologa non sollecito il contatto con i pazienti ma non mi sottraggo se qualcuno di loro mi tiene la mano con insistenza salutandomi, o mi abbraccia o mi bacia andando via. La volta successiva magari ne parliamo. E spesso i pensieri vanno al senso del contatto fisico, a come lo viviamo nella quotidianità.

Aspetto i pazienti sulla porta, stringo loro la mano e chiudo la porta della mia stanza. Quando vanno via a volte tocco un braccio, una spalla se penso possa avere un senso. Tengo la mano se me la chiedono raccontandomi di un lutto, abbraccio se c’è qualcosa da festeggiare.

Già prima di chiudere lo studio negli ultimi giorni non ci stringevamo più la mano e le poltroncine erano più distanti del solito.

Ora che i colloqui sono passati in video chiamata, molti pazienti che non avevano l’abitudine al contatto mi salutano dicendomi che vorrebbero abbracciarmi, che lo fanno virtualmente e che lo faranno appena ci incontreremo di nuovo.

L’abitudine al contatto fisico è anche molto legata alla cultura, ed è la cosa che mi ha più colpito più di venti anni fa trasferendomi al nord da Roma: non è così comune salutarsi anche tra conoscenti con baci sulle guance, non ci si tocca quando si parla.

Al di là della relazione con i pazienti, che deve avere significati diversi, il contatto con le persone, amici o colleghi, difficilmente lo riesco ad evitare. Mi sforzo di rimanere distante solo se vedo un fastidio dall’altra parte.

In questi giorni alcuni saranno facilitati a mantenere le distanze di sicurezza e le indicazioni, altri soffriranno per questa mancanza di contatto. Altri sentiranno la mancanza di qualcosa di vitale.

Come per i neonati, anche per noi essere accarezzati permette di differenziare sè stessi dall’esterno, di percepire il proprio corpo e il proprio valore in base alla qualità del contatto.

I contatti di questi giorni si sono trasformati in telefonate, video chiamate, messaggi, audio, vignette e foto che permettono di dire “io ci sono e penso a te”.

Mi permette di non lasciare da soli i pazienti, vedendo un pezzetto anche della loro casa alle loro spalle (alcuni mi mostrano le piante o la libreria o le foto alle pareti), mi permette di mandare un messaggio (cosa che mai avrei fatto prima) per sapere come stanno le persone che non possono continuare i colloqui in videochiamata.

Perchè se ora non ci possiamo toccare, possiamo pensarci e dircelo, per poi tornare ad abbracciarci quando sarà possibile.

Con la consapevolezza di avere un modo prezioso di comunicare.

Io, che scrivo al computer, lavoro, telefono, cucino, leggo e prendo il sole dalla finestra sto aspettando soprattutto quel momento, perchè tra due giorni è primavera e “la pioggia ti bagna, ma il sole ti asciuga”.

Francesca Emili

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#comunicazione #abbracci #contatto #relazioni

Consultazione psicologica e psicoterapia online

CONSULTAZIONE PSICOLOGICA E PSICOTERAPIA ONLINE: RESTIAMO A CASA!

PREMESSA

La psicoterapia era svolta nella maggioranza dei casi nello studio dello psicoterapeuta su un divano o una poltrona. Il divano senza il contatto vis a vis non consentiva segnali visivi o di altro tipo, ma invece un processo di transfert che era in linea con le idee di Freud, uno dei quali era l’uso della proiezione.

Queste idee furono presto modificate da una varietà di psicoterapeuti che ritenevano importante essere in grado di guardarsi l’un l’altro durante lo scambio di informazioni intime e personali.

Gesti, linguaggio del corpo ed espressioni facciali sono diventati parte di quella che era considerata la comunicazione interpersonale. Come ha dimostrato tutto il lavoro, la profondità e l’importanza del contatto visivo, la fisicità della psicoterapia ha iniziato a essere ulteriormente valutata e potenziata.

DESCRIZIONE

Oggi c’è un’innovazione che si mantiene con la tecnologia contemporanea.

È stato chiamato tele-psicoterapia o psicoterapia online e prevede di fare terapia tramite le app visive disponibili per le connessioni sociali.

Sono state sviluppate connessioni estremamente sicure in linea con la necessità di riservatezza del codice etico. Queste connessioni possono essere Skype, Google Meet, Zoom oppure le video chiamate tramite WhatsApp.

Queste modalità hanno punti di forza e di debolezza, ma si sono stata dimostrate efficaci in molti studi.

Le psicologhe e psicoterapeute di Amori 4.0 effettuano sedute di consulenza e psicoterapia online.

In questa situazione di emergenza coronavirus bisogna ridurre al minimo gli spostamenti delle persone.

E in questo è utile la tecnologia.  Abbiamo deciso di utilizzare lo strumento della video terapia online, che già effettuavamo per alcuni pazienti, per tutte le sedute di consulenza e psicoterapia fino ad aprile.

il paziente può effettuare la seduta a patto che abbia un pc o uno smartphone e una connessione stabile».

Negli ultimi vent’anni sono stati condotti diversi studi clinici che hanno mostrato che nella maggior parte dei casi la terapia online è una valida alternativa a quella di persona e che le due sono paragonabili sia sul piano della soddisfazione del paziente che negli effetti a lungo termine.

PRINCIPI DEL CODICE DEONTOLOGICO

1) i principi etici e le norme del Codice deontologico si applicano anche nei casi in cui le prestazioni vengono effettuate con il supporto di tecnologie di comunicazione a distanza (cfr. art 1 del Codice deontologico). Tali principi e norme debbono essere esplicitati attraverso documenti presenti sul sito o sulla piattaforma del professionista che eroga la prestazione.

ADEGUATEZZA

2) È responsabilità di ogni psicologo, prima di iniziare un intervento on line, valutare l’adeguatezza di tale strumento in base alle caratteristiche dell’intervento e dei soggetti coinvolti.

COMPETENZA

3) gli psicologi dovranno fornire servizi on line entro i limiti della loro competenza derivata dalla loro formazione, istruzione, esperienza di tirocinio, o altre esperienze professionali, e dovrebbero comprenderei limiti e le applicazioni delle diverse tecnologie.

4) lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione a distanza consente interventi di e-health di carattere psicologico. tali contesti applicativi, per la complessità e la specificità che li caratterizza, richiedono al professionista la disponibilità di tecnologie adeguate e il possesso di particolari competenze nel loro uso.

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5) gli psicologi dovranno rendere identificabili le loro competenze ai clienti, dichiarando la loro identità (ad esempio, specificando una posizione geografica) e fornendo prove della loro identità, comprese le qualifiche, l’esperienza in materia (tra cui esperienza nella fornitura di servizi on line) e l’appartenenza a qualsiasi registro/albo ed eventuali organi sociali competenti, e guidare il cliente su come/dove possono verificare queste informazioni; i siti web degli psicologi dovrebbero anche trasmettere queste informazioni in modo professionale, grammaticalmente corretto e privo di gergo.

6) gli psicologi dovranno assumersi la responsabilità di valutare continuamente le loro competenze in questo settore.

7) lo psicologo che offre prestazioni via internet comunica al proprio Ordine l’indirizzo web presso il quale svolge tale attività, la tipologia di strumentazione software e la tipologia di media utilizzati.

ASPETTI LEGALI

8) gli psicologi dovranno conoscere e rispettare tutte le leggi e i regolamenti, quando la fornitura di servizi on line ai clienti attraversa i confini giurisdizionali e/o internazionali, incluso il determinare se l’intervento psicologico on line è consentito in tale giurisdizione o se si applicano restrizioni.

9) Per la custodia dei dati e delle informazioni si applicano le norme previste dalla normativa vigente.

10) gli psicologi dovranno esplicitare all’utenza che la propria abilitazione consente la prestazione di servizi on line.

RISERVATEZZA

11) gli psicologi devono (aggiornandosi costantemente) prendere tutte le precauzioni (ad esempio, le misure di sicurezza informatica) per proteggere e mantenere la riservatezza dei dati e delle informazioni relative ai propri clienti, oltre a doverli informare riguardo le precauzioni prese, anche riguardo il potenziale aumento dei rischi sulla riservatezza, inerente le differenti tecnologie utilizzate (per esempio, email vs videoconferenze) nonché i limiti che ciascuna modalità offre alla riservatezza.

12) lo psicologo che si serve di tecnologie elettroniche per la comunicazione a distanza è tenuto a utilizzare sistemi hardware e software che prevedano efficienti sistemi di protezione dei dati.

CONSENSO

13) gli psicologi devono ottenere e documentare accuratamente il consenso informato, per quanto possibile, conformemente a tutte le leggi e regolamenti in materia.

14) il consenso per i servizi di e-mental health deve affrontare le questioni chiave relative alla tecnologia, nonché il processo dell’intervento, tra cui: la privacy e la riservatezza, la struttura e la durata (tempi) dei servizi forniti, i rischi potenziali, le limitazioni dei rispettivi mezzi di comunicazione utilizzati e per i quali il servizio sarà/può essere fornito on line, le tasse, le misure di sicurezza adottate, l’affidabilità della connessione on line, le attrezzature tecnologiche e le competenze, i limiti riguardo la comunicazione e la possibilità per le incomprensioni che potrebbero verificarsi, la tenuta dei registri (come e dove le informazioni personali saranno registrate e conservate e chi avrà accesso ad esse), le strategie di gestione del rischio, le disponibilità (tempi e modalità) ad essere contattati, le regole di partecipazione/termine e le politiche di cancellazione, così come le alternative all’intervento psicologico on line.

GESTIONE DELLE CRISI

15) gli psicologi dovrebbero fornire riferimenti a strutture cliniche nella posizione geografica del cliente in caso di emergenza, prima di iniziare l’intervento on line.

Fonte: www.psy.it Sito del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP) –

https://ucdavis.pure.elsevier.com/en/publications/telepsychotherapy-and-the-therapeutic-relationship-principles-adv

Consultazione psicologica e psicoterapia online

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Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia

Fiaba e Favola… Differenze e finalità nell’infanzia.
Quando parliamo di lettura dedicata all’infanzia dobbiamo pensare che i prodotti e le loro finalità non sono identiche. Ad esempio, soliamo, erroneamente, confondere ciò che intendiamo con Fiaba e con Favola.

La Fiaba, come ho già scritto (Carubbi, 2019) e come più illustri Autori (Propp, Calvino, Rodari) hanno già detto prima di me, è un prodotto culturale ben definito, la cui caratteristica principale sta, non solo nel suo linguaggio magico, ma nella trasversalità culturale, in termini di funzioni (Propp, 1926) – elementi –  identiche ad ogni cultura, che si ripetono in modo costante, al di là della diversità dei contenuti del racconto magico (Propp, 1946). In modo semplificato, possiamo citare, ad esempio, le seguenti funzioni:  l’inizio spesso traumatico con l’uscita del protagonista, con una sua partenza o una sua fuga, l’avvento dell’antagonista, le prove da superare da parte dell’eroe o eroina, l’aiuto da parte di un oggetto o di un aiutante, il superamento dell’ostacolo e, infine, il lieto fine consolatorio (Bettelheim, 1975).

Per fare un esempio concreto, prendiamo due fiabe, geograficamente e storicamente lontane (almeno in apparenza): Raperenzolo nella prima versione di Basile (dove la protagonista si chiama Petrosinella) e, successivamente, quella dei fratelli Grimm, senza dimenticare un’altra rielaborazione popolare regionale, “Prezzemolina”, raccolta da Italo Calvino.

La Favola, invece, è una modalità narrativa, sia a prosa che in versi, che, a differenza della Fiaba, ha due caratteristiche peculiari: in primis, narra piccole vicende di animali (pensiamo alle famose favole di Esopo e di Fedro, che ha ripreso i racconti del primo).

In tal senso, una tra le tante è “Il Topo di Città e il Topo di Campagna”, ma potremmo anche inserire, per quanto trasposte da autori fiabeschi, la favola dei fratelli Grimm “Il Lupo e i sette capretti”, o, perché no?, “I tre capretti furbetti”.

In secondo luogo, a differenza della Fiaba, la favola ha una “morale” o insegnamento (anche se qui occorre fare un piccolo incipit. Ad esempio, la raccolta fiabesca di Perrault contiene una morale finale per ogni fiaba). Se, infatti, andiamo ad analizzare i testi, troviamo che la fiaba, soprattutto quella più antica italiana (scritta, tra l’altro, spesso in dialetto, in quanto prodotto regionale) ha un linguaggio di carattere surreale, ermetico, oscuro e arcano. Questo per un semplice motivo: la fiaba non era rivolta, inizialmente, all’infanzia, ma a quel mondo adulto impaurito dal mistero e dal non conoscibile (Carubbi, 2019). E, da qui, la fiaba, prendendo spunto da determinate cronache socio – culturali, ne trascendeva la loro concretezza, elevandosi a metafora della vita, soggettivamente interpretabile (ecco, perché, poi sono diventate proficuo materiale psicologico) (ibidem).

La struttura della favola, al contrario, è molto semplice, orecchiabile e dal significato, potremmo dire, trasparente e oggettivo. La favola vuole insegnare: pensiamo la celeberrima favola “La Volpe e la Cicogna” di Fedro, che vale il detto “Chi la fa l’aspetti”!  Dove, gli stessi personaggi sono definiti nella loro immediatezza e concretezza. Grazie alla favola, il bambino impara che ci sono cose che non si possono fare e che ogni comportamento ha una sua reazione. È un prodotto didattico, normativo.

La fiaba, al contrario, grazie al suo valore evocativo (Carubbi, 2019) vuole fare apprendere e vuole facilitare la costruzione di una realtà simbolica, in termini soggettivi, unici e irripetibili (Rogers, 1951), dove i personaggi assurgono ruoli e funzioni a seconda del bisogno psichico del bambino. Grazie alla fiaba, il bimbo può dar voce, in modo attivo e in uno spazio sacro (Carubbi, 2018), alle sue emozioni, trasformandole in qualcosa di pensabile e, soprattutto, digeribile (ibidem). La Fiaba, allora, è trasformativa e generativa rispetto a nuove forme di pensiero e di emozioni più flessibili e resilienti.

Cosa scegliere, allora? Non c’è una risposta giusta o sbagliata. La favola non è superiore alla fiaba e viceversa. Da rogersiana, mi rifaccio a ciò che scrisse Bettelheim ne “Il Mondo Incantato” (1975): il valore della scelta sta in ciò che emotivamente cattura il bambino in quel momento. Che sia favola o fiaba, è fondamentale che la lettura rifletta una scelta Centrata sul Bambino (Carubbi, 2018).

Francesca Carubbi

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L’amore al tempo del virus

L’amore al tempo del virus.
In questi giorni di isolamento iniziano a risaltare dinamiche che prima operavano silenti, nascoste nelle mille cose quotidiane che bisognava fare.

L’essere umano vive in equilibrio tra sistemi diversi, ha bisogno di spazi diversi che vanno a nutrire bisogni e necessità complementari tra loro.

Se anche la famiglia resta un valore per gli italiani, l’organizzazione della famiglia anche solo negli ultimi 50 anni ha subito delle trasformazioni radicali che a mio avviso hanno fatto perdere delle funzioni in realtà essenziali.

Se il mondo del lavoro ha permesso fortunatamente che anche le donne ricoprano ruoli di rilievo o siano fuori casa tutto il giorno, la cura dei figli (sempre meno numericamente) è ora condivisa con nonni o babysitter, i ragazzi hanno tutti i pomeriggi occupati da attività sportive o ricreative e durante la settimana ci si vede forse tutti insieme a cena, mentre il fine settimana si possono fare cose piacevoli (anche stare in casa senza fare niente), uscire, viaggiare, attività culturali.

Al lavoro si intessono relazioni anche significative, durante la settimana si frequentano gli amici.

Le donne che non lavorano si organizzano la cura della casa e dei figli in autonomia.

Questa convivenza forzata sta facendo saltare gli equilibri già precari di tutto questo, non è come passare le settimane di vacanza insieme, in cui si va in giro e si fanno cose piacevoli.

Coppie che da anni convivono con fatica si trovano 24 ore su 24 a gestire spazi e rapporti, figli piccoli che hanno un’attenzione di 15 minuti sui giochi o non sono abituati a giocare da soli, adolescenti che prima chiudevano la porta della camera per isolarsi dal mondo e ora sono isolati con i genitori dietro la porta di casa. Le relazioni clandestine che permettevano anche un equilibrio familiare sono a rischio. E la convivenza con figli diventati ingestibili è niente a confronto di chi si trova un uomo violento in casa, famigliari anziani e malati da accudire, persone con disabilità importanti.

L’essere umano ha bisogno di spazi personali, spazi di coppia e famigliari, spazi sociali. Ora tutto è concentrato in pochi metri quadrati e le famiglie scoprono quanto hanno delegato all’esterno, quanto è importante l’aiuto di nonni, badanti, centri ricreativi, scuole, quanta poca attenzione hanno posto a volte alle relazioni.

Bisogna tenere duro pensando a quanto apprezzeremo dopo questo momento, bisogna considerare di farci sostenere, ora anche a distanza, se sentiamo di aver bisogno di aiuto.

Questo spazio che sembra vuoto in realtà è troppo pieno e bisogna imparare a fare ordine nelle priorità, scoprire modalità nuove di rapportarsi, scoprire risorse che non si sospettava di avere.

Gli adolescenti insegnano ai genitori ad usare nuovi canali di comunicazione, i genitori scoprono che oltre alla televisione ci sono tante cose da fare.

Questo tempo deve portarci a recuperare le cose importanti, a fare attenzione al nostro giardino interiore, a scoprire che si può stare bene anche con poco, a capire meglio di cosa e di chi abbiamo bisogno e di cosa e di chi non possiamo fare a meno.

Francesca Emili

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Il potere della Fiaba nelle situazioni difficili

Quando le realtà sono difficili e dolorose, spesso reagiamo con particolari modalità di risposta difensive: possiamo passare o da uno stato di illusoria onnipotenza, piuttosto che di paralizzante impotenza o passività. Due estremi che parlano del nostro rapporto con le emozioni. O meglio, della nostra difficoltà, quando lo stress è elevato, a riconoscerle, a nominarle correttamente e ad agire di conseguenza. Come a dire: la nostra intelligenza emotiva, per dirla alla Goleman, si incespica, fino a bloccarsi e a sopraffarsi.

L’iceberg emotivo

Non riusciamo, quindi a sentire correttamente (Rogers, 1951) ciò che ci comunica il nostro stato affettivo – rabbia, frustrazione, paura…- percependo, da qui, solo la punta di questo iceberg emotivo, ossia l’angoscia che ci attanaglia e che nutre, in modo ricorsivo, doloroso, ruminativo e ridondante, i nostri pensieri, percezioni e costruzioni della realtà (Rogers, 1980).

Se proviamo a trasporre tutto questo nel campo dell’infanzia, capiamo bene quanto una comunicazione reale sia importante. Cosa intendo per reale? Che trasmetta la realtà nel presente, in modo più realistico possibile, senza, quindi fughe in avanti, di carattere emotivo: né verso messaggi di pessimismo pervasivo, né tantomeno di ottimismo irreale o illusorio.

Stare nel presente, quindi, significa sostare nel qui e ora, in ciò che, proattivamente, in termini di integrazione tra cognizione e sentimento, si può fare per affrontare la paura. E, da qui, sappiamo bene, come la fiaba, nasca da particolari humus culturali e sociali (Propp, 1948; 1926, cit. in Carubbi, 2019), soprattutto in riferimento ad epocali eventi di vita (pensiamo alle carestie, alle diverse malattie sconosciute che hanno nutrito le fantasie dei nostri avi, creando capolavori, ad esempio come Cappuccetto Rosso di Perrault, che sembra sia nata per cercare di spiegare, appunto, una grave carestia che colpì la Francia secoli fa), sfatando il mito che il racconto magico (Propp, 1946, Rossi et al., 1994) sia nato come prodotto rivolto esclusivamente all’infanzia e, quindi, privo dei suoi contenuti più oscuri: la fiaba del senso comune, infatti, altro non è che una falsa edulcorazione zuccherina delle fiabe reali.

In poche parole: per paura che le menti dei fanciulli fossero traumatizzate, i racconti, poco a poco, hanno perso la loro verità. Quale? Quella di essere un prodotto nato proprio per spiegare ed elaborare paure verso l’ignoto. Oggi, invece, tendiamo a scavalcare la paura, eliminandola dalla nostra vita. Ma, da un punto di vista rogersiano, sappiamo bene quanto le emozioni non riconosciute come tali, quindi intercettate, subcepite, distorte e negate (Rogers, 1951), quindi incongruenti, alimentano un conflitto molto doloroso.

Il potere della fiaba

Perché la fiaba, allora, è un valido strumento per leggere la realtà e per nominare e simbolizzare correttamente (Rogers, 1951) le emozioni?
  • Perché rispecchia e rispetta la modalità di pensiero del bambino, come ci ricorda Piaget, concreto e animistico (ossia uno stile di pensiero che dona vita agli oggetti inanimati), che costruisce la realtà in modo semplice, privo di ambiguità, e di facile comprensione;
  • Perché grazie alla lettura attiva e partecipe, il bambino riesce a identificarsi con i personaggi e con le loro emozioni, facenod sì che, da una parte possa rendere consapevole il proprio stato affettivo e psicologico (Bettelheim, 1975) e, dall’altra, potenziare la propria empatia (Carubbi, 2019);
  • Perché la fiaba, proprio come le attività ludiche, offre uno spazio sacro di elaborazione di emozioni dolorose e di realizzazione della propria Tendenza Attualizzante, ossia della propria crescita personale (Rogers, 1951, cit., in Carubbi, 2018). Nello specifico, i protagonisti delle fiabe ci fanno apprendere come, nonostante il sacrificio, la fatica e dolore, si possa raggiungere, comunque, la propria agognata meta;
  • Perché la fiaba è, a tutti gli effetti, quindi, una palestra di vita proattiva, di empowerment e di resilienza. Come ci insegna Bettelheim, la fiaba offre un finale consolatorio. Ma attenzione! Non un lieto fine edulcorato e privo di difficoltà, ma che nasce e può solo svilupparsi dopo diverse peripezie e superamento di ostacoli. Quindi, la fiaba, da qui, offre un adeguato esame di realtà. In tal senso, i “protagonisti delle Fiabe sono eroi di resilienza, di perseveranza, di desideri brucianti” (Carubbi, 2018, p. VI).

E, allora, poiché stiamo vivendo, proprio come gli eroi delle fiabe, momenti non semplici, soprattutto da un punto di vista emotivo, il riscoprire con i propri figli il valore e la bellezza della lettura fantastica non solo facilita la creazione di un buon clima relazionale (Carubbi, 2009), bansì può divenire un valido antidoto contro la sopraffazione. Nostra e del bambino.

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Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo?

Rete e conoscenza: come le tecnologie hanno mutato gli stili di apprendimento cognitivo – emotivo?
Con il termine di “Nativi Digitali”, Prensky,  colui che coniò il termine nel 2001, indica le nuove generazioni nate a cavallo degli anni 2000, in concomitanza con la proliferazione della Rete e delle Nuove Tecnologie.

I Nativi Digitali

Il concetto di “Nativi digitali”, da qui, segna anche un importante spartiacque tra gli stili di apprendimento che hanno caratterizzato, e che caratterizzano tuttora, dei “migranti digitali” (termine che sta a indicare le generazioni più “anziane” rispetto all’avvento della Rete e che, per stare al passo con i tempi, hanno dovuto imparare l’utilizzo e i meccanismi della stessa) e dei nativi, di cui sopra.

Tralasciando l’enorme opportunità di apprendimento e di lavoro che le nuove tecnologie hanno apportato alle persone di oggi (pensiamo, ad esempio alle Piattaforme FAD,  alla LIM, all’uso degli e – book reader, dei Tablet, a tutti gli strumenti compensativi e di abilitazione per i DSA, che permettono di raggiungere importanti traguardi scolastici senza discriminazioni, e, perché no? alle modalità di Smart Working), voglio, comunque, porre alcune riflessioni circa il profondo mutamento che le nuove tecnologie hanno apportato nel campo della cognizione, non solo in termini cognitivi, bensì emotivi, in termini di rischi reali

Educazione Confluente

Da qui, mi focalizzo sul concetto rogersiano di “educazione confluente” (Bruzzone, 2007), dove idee e sentimenti sono fusi tra loro. Dove le aree del Sapere, del Saper Fare e Saper Essere sono complementari e interagenti.

Innanzitutto, dobbiamo constatare quanto lo stile di apprendimento, a tutt’oggi, sia contraddistinto da modalità “iconiche”: le fake news, da qui, ci informano, quanto, tendiamo a porre uno stile di apprendimento, appunto, iconico o veicolato da immagini, soprattutto ad alto impatto emotivo. Pensiamo, in tal senso, alle notizie che circolano in questi giorni: molti post Social sono accompagnati da immagini o icone che tendono a surclassare il testo connesso. In altri termini, si sta perdendo la sana abitudine di approfondire ciò con cui si viene a che fare. Le ricerche, a differenza di anni fa, diventano meno accurate, più veloci, istantanee, a spot.

Internet ci permette tutto questo: l’immediatezza dell’informazione, che non sempre corrisponde alla sua accuratezza.

Cosa produce tutto questo? In primis, un apprendimento passivo, in quanto non ci assumiamo la responsabilità di verificare attivamente l’attendibilità della notizia; una maggiore deresponsabilizzazione rispetto al pericolo di disinformazione che perpetriamo attarverso condivisioni di contenuti non veri; una minor capacità di comprensione, non solo del testo scritto, bensì del suo meta messaggio.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il saper leggere correttamente, ovvero la capacità di decodifica del testo scritto, non sempre equivale alla capacità di comprensione, ossia del coglierne il senso.

Si tende, poi, a leggere e ad approfondire molto meno: la velocità di apprendimento che offre la Rete fa in modo che, progressivamente, tendiamo a sviluppare sempre più delle “scorciatoie cognitive”, che si basano su un’emotività non correttamente integrata alla coscienza (Rogers, 1951)  e che tendono a confermare le nostre convinzioni, senza la possibilità flessibile di porle in discussione, alimentando così i nostri “bias” cognitivi, ossia i nostri errori nella lettura critica e costruttiva della realtà (Rogers, 1980).

Sappiamo, in tal senso, quanto la lettura, soprattutto per i bambini che sono nel pieno della loro plasticità neuronale, non solo amplifichi il nostro vocabolario, ma permetta lo sviluppo di una qualità fondamentale per l’Essere Umano: l’empatia.

Ed è qui la forza dell’unione tra cognizioni ed emozioni: il fatto che, grazie all’approfondimento letterario, non solo consentiamo lo sviluppo della cognizione cognitiva, del senso critico, delle capacità di meta comprensione, bensì, grazie all’identificazione attiva con i personaggi (a differenza di ciò che succede con la televisione, i videogiochi, i Social, dove il rischio è la depersonalizzazione, deresponsabilizzazione e la passività dell’apprendimento), possiamo promuovere il sano sviluppo dell’empatia, ossia della capacità di entrare in contatto con il vissuto di un’altra persona, “come se” (Rogers, 1957) fosse il nostro, promuovendo, da qui, come ci insegna Brené Brown, connessioni e non disconnessioni.

Analfabeti funzionali

In altre parole, se basiamo l’acquisizione delle conoscenze solo su un Sapere tecnologico, spesso fittizio e non corretto, perdiamo per strada non solo potenziali “analfabeti funzionali”, ma alimentiamo risposte emotive disfunzionali e non efficaci, perché basate sul contagio emotivo e non su una loro corretta simbolizzazione cosciente (Rogers, 1951). Promuoviamo, allora, involontariamente risposte espulsive verso l’altro che, a causa, di spersonalizzazioni e rigidità emotive e cognitive, diviene il nemico da combattere

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SESSUALITÁ … al femminile

Sessualità … al femminile

Credimi, il piacere di Venere non va affrettato,
ma prolungato, a poco a poco, con tardo indugio.
Quando avrai scoperto i punti dove la donna gode ad essere toccata,
il pudore non ti impedisca di toccarli.
Vedrai gli occhi brillare di un tremulo bagliore,
come i raggi del sole riflessi dall’acqua limpida.
Si aggiungeranno lamenti, si aggiungerà un tenero mormorio
e dolci gemiti e le parole che si convengono al gioco d’amore.
Ma tu non lasciare indietro la signora, servendoti
di vele più ampie, né consentire che sopravanzi la marcia;
raggiungete la meta simultaneamente; allora è vero piacere,
quando l’uomo e la donna, insieme, giacciono vinti.
Questa è la condotta da seguire, quando il tempo non manca,
né la paura affretta l’impresa furtiva.
Quando è rischioso indugiare, è bene far forza su tutti
i remi e piantare lo sperone sotto al cavallo lanciato …

Ovidio
Calame C. (1997). L’amore in Grecia. Edizione Universale Laterza; pg. 263

Questo scritto di Ovidio (43 a.C.-17 d.C.), influenzato dai poeti ellenistici (i primi ad esplorare l’intimità, che “corona” un rapporto sessuale), evidenzia come ai tempi del poeta latino fosse “simbolico” incitare gli amanti, alla “condivisione del piacere” per entrambi i partner e non a perpetrare l’esaltazione di un piacere esclusivo del solo sesso maschile.

Oggi percepiamo un vero ritorno all’esaltazione di Ovidio, in quanto le donne hanno iniziato ad assumere posizioni di maggiore “potere” relativamente al proprio corpo e alla propria vita di coppia. In primo piano c’è, infatti, il vissuto sessuale: benessere fisico e non solo “dovere” procreativo…

Nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la salute viene definita come uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente come assenza di malattia o infermità.  La sessualità, soprattutto femminile, oggi viene così “rivendicata”!

Le donne, attualmente, sono padrone di loro stesse e godono dell’uguaglianza giuridica e di tutti gli stessi diritti degli uomini, diversamente da quanto il nostro passato ci rimembra…

“Nel 1903 venne convocato il 1° Consiglio nazionale delle donne italiane articolato in vari settori sui diritti sociali, economici, politici e civili, ma in seguito il fascismo inaugurò una sua politica sul tema dei diritti delle donne: queste ultime venivano spinte entro le mura domestiche secondo il seguente slogan “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo”.

Obiettivo è di ripristinare dal “mondo antico” passioni e sentimenti d’amore di uomini e donne, che non avevano come scopo esclusivo la sola procreazione, ma il gioco, il divertimento e il vissuto di sensazioni differenti e profonde… una sessualità, quindi, non solo procreativa ma anche ricreativa e creativa.  Questa la grande “conquista” femminile che, tuttora, però a fatica si riesce a sperimentare “serenamente” ed in modo appagante, perché spesso “si scontra” con i comportamenti di coloro che, per cultura o personalità, “detengono” il diritto di violarli, violando così la donna in quanto persona.

Il nostro “viaggio” verso la conoscenza del mondo femminile inizia obbligatoriamente attraverso lo studio dell’anatomia e della fisiologia del suo corpo, per permetterci di conoscerci meglio e, di conseguenza, vivere appieno la nostra sessualità più intima.

UN PO’ DI ANATOMIA FEMMINILE

L’apparato genitale femminile comprende gli organi della riproduzione (primari [le gonadi, che sono le due ovaie e i gameti, che sono le uova prodotte dalle ovaie] e secondari [genitali interni: tube, utero e vagina; genitali esterni: la vulva; ghiandole accessorie, come le ghiandole mammarie]).

La funzione, primaria, dell’apparato genitale femminile è quella della riproduzione, che permette di assicurare la continuità del codice genetico. Non va dimenticato, però, anche l’aspetto erotico e di piacere, che questi organi possono conferire alla donna.   Il loro sviluppo si contraddistingue nel corso della vita per le importanti trasformazioni a cui va incontro. Il primo cambiamento avviene durante la pubertà con l’aumento volumetrico degli organi genitali esterni; l’inizio delle secrezioni vaginali e la comparsa dei peli pubici.  La loro maturazione si completa con i primi rapporti sessuali e l’eventuale esperienza di gravidanza, mentre si arresta con la menopausa e la progressiva atrofia dei tessuti, perdita dei peli pubici e la netta diminuzione della lubrificazione vaginale.

Queste modificazioni sono strettamente correlate alla fluttuazione degli ormoni sessuali: estrogeni, progesterone e testosterone

Gli organi genitali esterni

La vulva comprende gli organi genitali esterni della donna, cioè la parte anatomica visibile ad occhio nudo e comprende:

  1. il monte di venere
  2. le grandi labbra
  3. le piccole labbra
  4. il clitoride
  5. il vestibolo
  6. Il monte di Venere (da Venere, dea della mitologia romana)
  • Il monte di Venere
    Detto anche monte del pube, è un deposito di tessuto adiposo situato sopra l’osso pubico, che durante la pubertà si ricopre di peli.
  • Le grandi labbra
    Le grandi labbra, esterne e visibili, variano in forma e dimensione da donna a donna. Durante l’eccitazione sessuale si gonfiano, appiattendosi verso l’esterno e lasciando intravedere l’apertura della vagina (grazie all’aumento di afflusso sanguigno).
  • Le piccole labbra
    Le piccole labbra, interne, sono molto sensibili alla stimolazione, tanto da determinare una sensazione di intenso piacere (orgasmo) e, come conseguenza, un aumento di volume ed un loro cambiamento di colore, per l’afflusso di sangue.
  • Il clitoride
    Il clitoride rappresenta il punto d’incontro delle piccole labbra.  Organo per eccellenza della sessualità femminile, che ha un’unica e specifica funzione: dare piacere. Una sua adeguata stimolazione, che gli permette di modificarsi in volume, induce la donna a raggiungere un orgasmo forte ed intenso (orgasmo clitorideo), che si differenzia da quello strettamente vaginale, tipicamente localizzato.
  • Il vestibolo
    Il vestibolo è un’area a forma di mandorla, sita all’interno delle piccole labbra, dove si aprono il meato urinario e l’apertura della vagina. L’uretra è il canale di passaggio per l’urina dalla vescica all’esterno, situata sotto il clitoride e sopra l’apertura della vagina.

Gli organi genitali interni

Gli organi genitali interni si distinguono in:

  1. imene
  2. ghiandole del Bartolino
  3. vagina – punto G
  4. collo dell’utero – utero – tube di Falloppio – ovaie
1. L‘ imene

Appena oltre l’apertura della vagina si trova l’imene, una sottile membrana di tessuto, che ostruisce in parte l’accesso alla vagina. Varia in forma e dimensioni da donna a donna. Non ricopre interamente l’ingresso vaginale, poiché è presente un’apertura per la fuoriuscita del sangue mestruale. Si lacera durante il rapporto sessuale, in caso di esercizi sportivi particolarmente violenti o a causa dell’inserimento di un tampone igienico.  La lacerazione dell’imene può determinare una piccola perdita di sangue e anche un po’ di dolore, dovuto spesso alla tensione vissuta dalla donna durante il suo primo rapporto sessuale.

2. Le ghiandole del Bartolino

Le ghiandole del Bartolino sono situate da una parte e dall’altra delle piccole labbra. Queste ghiandole si aprono in prossimità dell’ingresso della vagina e quando la donna è sessualmente eccitata secernono una piccola quantità di liquido.

3. La vagina (dal latino vagina, letteralmente “fodero” o “guaina”)

La vagina è la sede del rapporto sessuale, compresa tra ostio vaginale esterno e collo dell’utero. Ha la forma di un tubo appiattito con le pareti che si toccano. Ha una enorme capacità di espansione e di contrazione: ad esempio durante il rapporto sessuale può adattarsi a qualunque dimensione del pene. Durante la fase di eccitazione sessuale, risponde pressoché immediatamente agli stimoli di piacere. In pochi secondi lungo le sue pareti compaiono goccioline di liquido fino a ricoprirle uniformemente. Il liquido non è solo sintomo di eccitazione sessuale, ma funziona da lubrificante per il rapporto, senza il quale la penetrazione per la donna sarebbe dolorosa.

Il punto G si trova sulla parete vaginale anteriore a 3-4 cm dall’ ostio. Residuo embrionale più o meno sviluppato, che può in alcuni casi determinare una vera e propria “eiaculazione” femminile e favorire l’orgasmo vaginale.

4. Il collo dell’utero – utero – tube di Falloppio – ovaie

Non sono organi che direttamente influiscono sul rapporto sessuale, sebbene alcune modificazioni anatomiche durante l’eccitamento possano coinvolgerli.  Il collo dell’utero o cervice unisce vagina e utero. Durante la fase di eccitazione sessuale l’utero si solleva, aumenta di dimensioni e rimane tale fino all’orgasmo o fino al termine della stimolazione, in quanto affluisce alle sue pareti una maggior quantità di sangue. L’ utero entra in contattato con le ovaie tramite le tube di Falloppio.  Le donne possiedono due ovaie, che assolvono a due importanti funzioni: liberano le uova attraverso un processo chiamato ovulazione (l’uovo può quindi essere fertilizzato da uno spermatozoo) e producono ormoni femminili chiamati estrogeni e progesterone. Gli estrogeni sono fondamentali per lo sviluppo sessuale della donna, mentre il progesterone è molto importante per la gravidanza. Questi ormoni passano direttamente dalle ovaie nel circolo sanguigno.

 Le mammelle

Due gli aspetti importanti che caratterizzano le mammelle femminili: piacere erotico, in quanto giocano un ruolo importante per l’identità femminile e allattamento, quindi, nutrizione per i propri figli.  Fino alla menopausa, se la donna non ha allattato, le mammelle stimolate cresceranno in dimensione, per un aumento del flusso del sangue venoso.

IL PIACERE AL FEMMINILE

Il corpo femminile, da sempre depositario di movimenti seduttivi e sensibili, rappresenta lo “oggetto” di grande attenzione ed attrazione maschile.  Un interesse intenso, quindi, che spesso, però, impedisce all’uomo di non carpire i gesti più impercettibili e forse più importanti della comunicazione erotica femminile all’interno di una coppia.

Negli uomini l’erotismo e il piacere sono, tendenzialmente, finalizzati all’incontro sessuale, che diventa il reale motore dell’esistenza e che deve rimanere un fatto che inizia e finisce.

La donna, invece, desidera qualcosa di più: la donna vuole farsi ricordare, desiderare per sempre. Il fine ultimo della seduzione e del piacere femminile è quello di agire nel presente, per assicurarsi il futuro e la sua meta ultima tende a far scattare l’innamoramento dell’uomo, a suscitare in lui un desiderio, che si rinnova continuamente e costantemente.
Complesse, quindi, sono le emozioni, i sentimenti, le aspettative e le motivazioni che sottendono la mente e il corpo di una donna, che oggi più che mai la inducono a ricercare una piena e completa vitalità erotica: la donna vuole prima di tutto essere amata e desiderata.

Un ruolo fondamentale lo giocano i preliminari, così come il carattere ludico e passionale che il sesso nasconde nei meandri dell’amore.

Il piacere femminile rimane, ancora oggi, un “continente oscuro”. Il sentiero della maturazione libidica, emotiva e sessuale della donna è tortuoso ed imprevisto… Nel corso dell’infanzia la sessualità femminile si sviluppa, essenzialmente, in relazione al clitoride; ma la vera maturazione e lo sviluppo di una sessualità adulta si ha con il raggiungimento del piacere vaginale.
Affinché ciò avvenga la donna deve essere consapevole del proprio corpo e delle sue potenzialità, per poterlo gestire e condurre in una ricerca del piacere dove il partner non è primo attore, ma co-protagonista. Il vero piacere per esprimersi necessita di un percorso di crescita psicosessuale individuale e di coppia, spesso, sperimentato con l’aiuto delle fantasie erotiche… anch’esse intense ed essenzialmente complesse.

Una donna, diversamente da un uomo, controlla il proprio orgasmo: al massimo dell’eccitazione quando un uomo inevitabilmente porta a compimento l’atto sessuale, la donna può decidere di non raggiungere l’apice del piacere.   

La donna, quindi, deve prendere coscienza della propria femminilità ed educarsi verso una sessualità consapevole, responsabile e, soprattutto libera da ogni tabù.

DISFUNZIONI SESSUALI FEMMINILI

Le disfunzioni sessuali, secondo il DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), si caratterizzano per un’anomalia del desiderio sessuale e delle modificazioni psico-fisiologiche, che caratterizzano il ciclo di risposta sessuale, con conseguente disagio e difficoltà interpersonali (American Psychiatric Association, 1994). *

Le disfunzioni sessuali comprendono:
  • Disturbi del desiderio sessuale > mancanza di desiderio o avversione sessuale.
  • Disturbi dell’eccitazione sessuale > mancano le condizioni che predispongono sia psicologicamente che fisicamente la donna al rapporto sessuale.
  • Disturbi dell’orgasmo > mancanza totale o parziale dell’orgasmo femminile.
  • Disturbi da dolore sessuale >Dispareunia (dolore durante e/o dopo il rapporto sessuale) e vaginismo (impossibilità ad avere rapporti sessuali).
  • Disfunzione dovuta ad una condizione medica generale.
  • Disfunzione sessuale indotta da sostanze.
  • Disfunzione sessuale non altrimenti specificata.
Una disfunzione sessuale si caratterizza per la presenza di una anomalia nel processo del ciclo di risposta sessuale o dal dolore associato al rapporto sessuale.
Il ciclo di risposta sessuale implica:

Desiderio: fantasie legate all’attività sessuale e al desiderio di praticare attività sessuale.
Eccitazione: sensazione soggettiva di piacere sessuale e relative modificazioni fisiologiche.
Orgasmo: picco di piacere sessuale con allentamento della tensione sessuale e contrazioni ritmiche dei muscoli perineali e organi riproduttivi (maschio > sensazione inevitabile di eiaculare, seguita da emissione di sperma.  Donna > contrazioni della parte del terzo esterno della vagina).
Risoluzione: rilassamento muscolare e benessere generale (maschio > periodo refrattario; donna > possibilità di rispondere a nuove stimolazioni quasi subito).

I disturbi della risposta sessuale si possono verificare in una o più di queste fasi e necessaria risulta essere una valutazione minuziosa fatta dal clinico, considerando l’età, l’esperienza del soggetto, la frequenza, la cronicità del sintomo, il disagio soggettivo e l’effetto su altre aree di funzionamento. La disfunzione sessuale può essere presente sin dall’inizio dell’attività sessuale o svilupparsi solo dopo un periodo di funzionamento normale.

I fattori che possono causare disfunzione sessuale possono essere psicologici (i fattori psicologici hanno un ruolo preminente nell’insorgenza, nella gravità o nel mantenimento di una disfunzione sessuale a differenza delle condizioni mediche generali e delle sostanze), organici o combinati (fattori psicologici, che hanno un ruolo nell’insorgenza, nella gravità, nell’aggravamento o nel mantenimento di una disfunzione sessuale e uso di sostanze).

La disfunzione sessuale può essere, inoltre, associata a disturbi dell’umore e a disturbi d’ansia.

Una diagnosi di disfunzione sessuale dovrebbe tener conto di caratteristiche etniche, culturali, religiose e sociali, che possono influenzare il desiderio, le aspettative sessuali e l’atteggiamento nei confronti della prestazione.

Problemi non sessuali che possono causare disturbi sessuali

A) Cause biologiche
  • infettive/infiammatorie: vulviti, vestiboliti vulvari, vaginiti
  • ormonali: atrofie e distrofie vulvo-vaginali
  • anatomiche: imene cribroso, fibroso, agenesia vaginale
  • muscolari: ipertono muscolare
  • iatrogene: determinate dall’intervento medico
  • neurologiche, incluso il dolore neuropatico
  • immunitarie
  • vascolari: diabete, aterosclerosi
  • endometriosi
  • malattia infiammatoria pelvica (PID)
  • varicocele pelvico
  • dolori riferiti
  • esiti di radioterapia pelvica ed endovaginale
B) Cause psicosessuali
  • comorbilità coi disturbi del desiderio e dell’eccitazione
  • pregresse molestie e abusi sessuali
  • disturbi affettivi: depressione e ansia
  • catastrofismo, come modalità psicologica dominante
C) Cause relazionali
  • mancanza di intimità emotiva
  • preliminari inadeguati
  • conflitti coniugali e abusi verbali e fisici da parte del partner
  • insoddisfazione sessuale e conseguente inadeguata eccitazione
  • scarsa compatibilità dimensionale anatomica genitale
  • problemi sessuali del partner, incluse anomalie anatomiche (recurvatum peniena)

Sessualità insoddisfacente: disagiopiuttosto frequente, che “attanaglia” la donna per la mancanza di totale libertà nella propria dimensione sessuale:

  • Per inibizione dei desideri e delle emozioni.
  • Perché la donna considera primario l’appagamento maschile.
  • Per paura di essere criticate e abbandonate se manifestano le proprie esigenze, etc.

COSA SI PUÓ FARE

Ascoltare la paziente con una oculata attenzione clinica, in riferimento a tutte le caratteristiche del disagio sessuale, che porta in consultazione. La diagnosi medica è, infatti, pre-requisito essenziale per una terapia mirata, multifattoriale ed efficace, sia della dispareunia, sia di altre condizioni, urologiche, ginecologiche, fisiatriche, proctologiche, neurologiche, vascolari, e/o muscolari ad essa associate. La cura delle cause mediche della dispareunia è necessaria e preliminare ad un conseguente sostegno-consulenza o terapia sessuologica, per ottenere e/o recuperare una piena funzionalità in tutte le dimensioni della risposta sessuale.

La terapia andrà, quindi, indirizzata a trattare le diverse cause del disturbo e può essere esemplificata in tre fasi:

 * cura delle cause biologiche attuali di dolore:

a) infettive: prevenzione e cura delle micosi, delle vaginosi batteriche;
b) infiammatorie;
c) microtraumatiche, specie da coito. (L’astensione dalla penetrazione per un periodo limitati. La ripresa andrà poi aiutata da automassaggio e da lubrificanti);
d) mialgiche, legate a difficoltà muscolari (ripristinate con automassaggio e con riabilitazione fisioterapica);
e) ormonali, soprattutto quando la dispareunia compare in post menopausa (terapie locali vaginali estrogeniche, terapie locali androgeniche); quando la dispareunia è associata a lichen sclerosus e/o quando la donna riporta una comorbilità di disturbo dell’eccitazione clitoridea con difficoltà orgasmiche;
f) legate a iperalgesia, si interviene a livello sistemico (antidepressivi triciclici [amitriptilina] e locale [elettroanalgesia]).

 * Cura delle cause psicosessuali di dolore

Recupero o prima esperienza del piacere coitale. Si tratta di consulenza-terapia prevalentemente sessuologica e l’obiettivo non può essere solo la scomparsa del dolore, ma anche il raggiungimento, o il riottenimento, del desiderio, di un’adeguata eccitazione mentale e genitale, nonché del piacere coitale fino all’orgasmo.

 * Cura delle cause relazionali di dolore

Difficoltà legate al partner: questi viene coinvolto nel percorso di coppia come parte attiva-costruttiva e non “additato” come “colpevole” di aver causato dolore.

* L’ edizione DSM 5 del 2013 individua tre categorie distinte, che nel DSM-IV erano inglobate in una stessa categoria: Disforie di Genere; Parafilie e Disfunzioni sessuali

CONCLUSIONI

“Né il tempo né la saggezza trasformano l’essere umano: l’unica cosa che può spingere un individuo a cambiare è l’amore”.

L’amore non sta nell’altro, ma dentro noi stessi. Siamo noi che lo risvegliamo… ma perché ciò accada, abbiamo bisogno dell’altro.  L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni.

La realizzazione di tutto questo è possibile solo se l’uomo e la donna imparano a dirsi:
insegnami il tuo corpo, rivelami i tuoi segreti!

Il dialogo e il pudore, spesso, ci impediscono di “denudarci” di fronte all’altro e, di conseguenza, ci impediscono di sperimentare e vivere tutti i piaceri del rapporto a due… da quello più fisico e passionale a quello più tenero e cerebrale.

“Se non penserò
all’amore
non sarò niente”

(P. Coelho “Undici minuti”)

Dr.ssa Antonietta Albano

Psicologa – psicoterapeuta con formazione in Sessuologia Clinica

Parma

(Fornia S. e Albano A., 2010, “Sessualità al femminile”. Battei Salute n. 13).


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L’uso problematico della pornografia online: quanto ne sappiamo?

Uso problematico della pornografia online: quanto ne sappiamo?

Negli ultimi anni c’è stata un’ondata di articoli relativi alle dipendenze comportamentali; alcuni di essi si concentrano sulla dipendenza dalla pornografia online. Tuttavia, nonostante tutti gli sforzi, non siamo ancora in grado di profilare quando l’assunzione di questo comportamento diventa patologica.

POPU e Tripla A

Le dipendenze comportamentali formano un campo di studio in gran parte inesplorato e di solito mostrano un modello di consumo problematico: perdita di controllo, compromissione e uso rischioso. Il disturbo dell’ipersessualità si adatta a questo modello e può essere composto da diversi comportamenti sessuali, come l’uso problematico della pornografia online (POPU). L’uso della pornografia online è in aumento, con un potenziale di dipendenza considerando l’influenza “tripla A” (accessibilità , a buon mercato, anonimato). Questo uso problematico potrebbe avere effetti negativi sullo sviluppo sessuale e sul funzionamento sessuale, specialmente tra la popolazione giovane. È importante raccogliere le conoscenze esistenti sull’uso problematico della pornografia online come entità patologica.

Sembra che il POPU non sia solo un sottotipo di disturbo dell’ipersessualità, ma al momento il più diffuso poiché spesso coinvolge anche la masturbazione. Anche se questo è difficile da determinare con precisione dato l’anonimato e i fattori di accessibilità che rendono oggi la pornografia così diffusa, possiamo almeno confermare che il patrono del consumo per la pornografia è cambiato per circa lo scorso decennio. Non sarebbe assurdo supporre che la sua variante online abbia avuto un impatto significativo sui suoi consumatori e che i fattori di tripla A aumentino il potenziale rischio per POPU e altri comportamenti sessuali.

Come abbiamo accennato, l’anonimato è un fattore di rischio chiave per questo comportamento sessuale a trasformarsi in un problema. Dobbiamo tenere presente che le statistiche relative a questo problema sono ovviamente limitate alle persone di età legale per intraprendere attività sessuali, online o in altro modo; ma non ci sfugge che l’attività sessuale inizia raramente dopo questa soglia, e c’è una probabile possibilità che i minori ancora nel processo di sviluppo sessuale siano una popolazione particolarmente vulnerabile. La verità è che un consenso più forte su ciò che costituisce il comportamento sessuale patologico, sia offline che online, è necessario per misurarlo adeguatamente in modo rappresentativo e confermare quanto di un problema sia nella società di oggi.

Le motivazioni

Per quanto ne sappiamo, una serie di recenti studi supportano questa entità come una dipendenza con importanti manifestazioni cliniche come la disfunzione sessuale e l’insoddisfazione psicosessuale. La maggior parte del lavoro esistente si basa su ricerche simili condotte su tossicodipendenti, basate sull’ipotesi della pornografia online come uno “stimolo sopranormale” simile a una sostanza reale che, attraverso il consumo continuo, può innescare un disturbo di dipendenza. Tuttavia, concetti come la tolleranza e l’astinenza non sono ancora sufficientemente definiti per meritare l’etichettatura della dipendenza, e quindi costituiscono una parte cruciale della ricerca futura. Per il momento, un dispositivo diagnostico che comprende un comportamento sessuale fuori controllo è stato incluso nell’ICD-11 a causa della sua attuale rilevanza clinica e sarà sicuramente utile per trattare i pazienti con questi sintomi che chiedono aiuto ai medici.

Esistono numerosi strumenti di valutazione per aiutare il clinico con approcci diagnostici, ma delimitare ciò che è veramente patologico e non in maniera accurata è ancora un problema in corso.

Per quanto riguarda le strategie di trattamento, l’obiettivo principale attualmente si concentra sulla riduzione del consumo di materiale pornografico o sull’abbandono del tutto, poiché le manifestazioni cliniche sembrano essere reversibili. Il modo per raggiungere questo risultato varia in base al paziente e potrebbe anche richiedere una certa flessibilità individuale nelle strategie utilizzate, con una psicoterapia consapevole e basata sull’accettazione che è ugualmente o più importante di un approccio farmacologico in alcuni casi.

Dott.ssa Maria Letizia Rotolo

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